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di Ignazio Licciardi
Caro Nichi, "il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 febbraio 2011


 

IL POLITICISMO DI VENDOLA

- editoriale di Paolo Ferrero su "Liberazione" -

 

 
Nell’impazzimento della politique politicienne che caratterizza il centro sinistra, l’ultima uscita di Vendola, che propone di andare alle elezioni con Fini, è quella sino ad ora più incredibile.
La proposta, motivata per fare un governo di scopo che dia vita ad una nuova legge elettorale e alla cancellazione delle leggi vergogna, è in realtà del tutto indeterminata proprio sulle questioni che vengono messe al centro della proposta. Qualche giorno fa D’Alema - il primo che ha proposto l’accrocchio elettorale con Fini – ha detto chiaramente che una coalizione di tal fatta dovrebbe dar vita ad una legislatura costituente, cioè che abbia al centro la modifica della Costituzione repubblicana, il federalismo e alcune riforme economiche. E’ questo il profilo che deve avere la coalizione con Fini? Per modificare la Costituzione? E per fare che legge elettorale, visto che Fini si è sempre pronunciato per il bipolarismo e per il presidenzialismo alla francese? Per fare che politica economica e sociale, visto che Fini ha votato tutte le leggi di Berlusconi e si proclama super liberista?
A me pare evidente che una coalizione di questo tipo lungi dal rappresentare un passaggio necessario per uscire dal berlusconismo rappresenterebbe l’ennesimo episodio di trasformismo con l’effetto di accentuare ulteriormente la crisi della politica. E non si dica che questo schieramento rappresenterebbe il nuovo CLN.
 
Il CLN non venne costruito con i gerarchi fascisti che avevano messo in minoranza Mussolini nella seduta del gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Il CLN venne formato dai partiti antifascisti e aveva una ispirazione in equivoca sul piano della costruzione di una Italia democratica.
La proposta è assurda sul piano elettorale. Come si possa pensare di sommare i voti degli elettori ex missini che sostengono Fini con quelli della sinistra è mistero assai consistente. Per dirla tutta, per come è messa FLI, la scelta di allearsi con Fini e di rompere con la sinistra, non porterebbe alcun vantaggio elettorale per battere Berlusconi. Anzi, rischia di dar luogo ad una coalizione che prenda meno voti di quella di centrosinistra più la sinistra. Si tratta quindi di una scelta puramente politica frutto di un modo di ragionare tutto interno dalle dinamiche di Palazzo. Il punto vero è che Berlusconi non è per nulla intenzionato ad andarsene a casa e che quindi le chiacchiere stanno a zero.
In questo contesto la nostra proposta è la seguente:
Proponiamo a PD, SEL e IDV di fare una manifestazione nazionale il 17 marzo contro il governo e come atto fondativo di una coalizione democratica che vada unita alle prossime elezioni. Per andare alle elezioni è necessario cacciare Berlusconi. Per cacciare Berlusconi gli inciuci di palazzo si sono dimostrati del tutto inefficaci. Occorre costruire una vasta ed unitaria mobilitazione sociale. Per questo proponiamo la manifestazione nazionale, appoggiamo lo sciopero messo in campo dal sindacalismo di base e chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale. Occorre dare corpo alla disponibilità alla lotta che le mobilitazioni, a partire da quella delle donne di domenica scorsa, hanno segnalato.
Proponiamo un rapporto unitario a SEL e IDV per fissare una piattaforma comune a partire dalla totale indisponibilità ad un accrocchio con Fini. Basterebbe questo per obbligare il PD a cambiare linea e a costruire l’alleanza democratica con la sinistra. Nel caso in cui il PD persistesse nella sua linea centrista proponiamo quindi di andare alle elezioni con un polo della sinistra.
Chiediamo troppo? No, basta essere consapevoli che Berlusconi lo si sconfigge nel paese e non nel palazzo e che il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo.
Paolo Ferrero
Segretario PRC
"Liberazione" del 17-02-2011

 


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Domenica 3 febbraio 1991, una novantina di delegati abbandonarono la sala del XX congresso del Pci, che si teneva a Rimini, per non partecipare allo scioglimento del Pci
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 3 febbraio 2011


Vent'anni fa,
Rifondazione comunista
 

Paolo Ferrero

Vent'anni fa, domenica 3 febbraio 1991, una novantina di delegati abbandonarono la sala del XX congresso del Pci, che si teneva a Rimini, per non partecipare allo scioglimento del Pci e alla nascita Pds.
Immediatamente convocarono una conferenza stampa in cui Sergio Garavini, Armando Cossutta, Lucio Libertini, Ersilia Salvato e Rino Serri annunciarono la decisione di dar vita ad una formazione comunista.
I cinque, insieme a Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, si recarono quindi dal notaio per registrare il simbolo del Pci, segnalando anche sul piano legale la volontà di proseguire l'impegno politico in quanto comunisti e comuniste.
Una settimana dopo, al teatro Brancaccio di Roma, migliaia di compagni e compagne parteciparono alla prima assemblea di massa di quello che divenne il Movimento per la Rifondazione Comunista. Al Brancaccio venne esposta una enorme bandiera rossa, realizzata cucendo insieme centinaia e centinaia di bandiere e costruendo così, da basso, la più grande bandiera rossa mai realizzata.
Credo che oggi a quegli uomini e a quelle donne che hanno dato vita a Rifondazione comunista debba andare il nostro ringraziamento. Innanzitutto per il coraggio di andare controcorrente in una fase in cui, dopo la caduta del muro di Berlino, il capitalismo sembrava aver vinto la partita definitiva. Erano gli anni in cui Fukujama proclamava la "fine della storia" e in cui il capitalismo veniva presentato, prima ancora che invincibile, come un dato naturale. Se l'anticapitalismo non è stato soffocato in Italia è stato anche grazie a quella scelta.
Penso che il nostro ringraziamento vada espresso anche per il nome scelto: Rifondazione comunista. Tanti erano i nomi possibili e forti erano le spinte a caratterizzare una nuova formazione comunista semplicemente come la prosecuzione dell'esperienza precedente. Nella scelta del nome vi fu invece una precisa scelta politica che riteniamo valida ancor oggi. Comunista, perché siamo comunisti e comuniste che si battono per una società di liberi e di eguali che si può realizzare solo superando il capitalismo. Rifondazione, perché consapevoli che nella sua storia il movimento comunista ha compiuto molti errori ed in particolare che le esperienze del socialismo reale sono fallite, dando vita a regimi che contraddicevano radicalmente gli ideali comunisti.
Non quindi semplicemente la ricostruzione di un partito comunista, ma Rifondazione comunista nella consapevolezza che i due termini si qualificano a vicenda, e che solo una rifondazione teorica e pratica del comunismo avrebbe potuto porsi efficacemente l'obiettivo di superare "sul serio" il capitalismo. In questo senso rifondazione comunista non ha dato vita solo ad un partito ma ha esplicitato una indicazione generale, chiara, sulla necessità della rifondazione del comunismo.
Accanto ai primi soci fondatori molti e molte altre si aggiunsero nei mesi successivi e Rifondazione divenne un crogiuolo in cui diversi spezzoni ed esperienze politiche della sinistra di classe e comunista confluirono. La costruzione del Movimento prima e del Partito poi, fu una grande esperienze di dialogo e riconoscimento che riguardò in primo luogo decine e decine di migliaia di militanti che provenendo da storie diverse impararono a dialogare, a confrontarsi, a cercare collettivamente nuove strade.
Questo elemento della partecipazione dal basso è un elemento caratterizzante non solo la nascita, ma tutta l'esperienza di Rifondazione. Nel bene e nel male rifondazione non è stato solo un fenomeno politico ma è stata una esperienza di popolo, uno spazio pubblico, si direbbe oggi. Lo voglio ricordare perché la storia di Rifondazione rappresenta l'esemplificazione di uno degli slogan che il movimento si dette sin dall'inizio: liberamente comunisti. Credo che in nessun partito italiano gli iscritti, la cosiddetta base, abbia contato quanto ha contato in Rifondazione. In tutti i momenti di scelta e di scontro - e non sono stati pochi - alla fine ha sempre prevalso l'orientamento dei compagni e delle compagne iscritte anche sulle prese di posizione dei massimi dirigenti. Se vogliamo ricercare una conferma che il termine rifondazione è stato preso sul serio, lo possiamo trovare proprio in questo, nel non identificare il partito con i suoi gruppi dirigenti e nel mettere al centro della vita del partito la partecipazione.
Oggi, a distanza di vent'anni, vedendo come sono finiti il Pds e poi i Ds e poi il Pd, si può apprezzare fino in fondo la giustezza della scelta dei fondatori di Rifondazione. La cui ragione di esistenza non sta però solo nel fallimento delle esperienze politiche nate dallo scioglimento del Pci o nel nostro essere soggettivamente comunisti e comuniste. La ragione di fondo della nostra esistenza la troviamo al di fuori di noi e precisamente nella crisi capitalistica che è li a ricordarci come questo non sia il migliore dei mondi possibili. Il fondamento ultimo della nostra esistenza sta proprio li, nell'incapacità strutturale del capitalismo di dare una risposta ai bisogni dell'umanità e alla coniugazione del vivere civile con la limitatezza delle risorse del pianeta su cui viviamo. La drammatica alternativa tra socialismo e barbarie che si ripresenta oggi, ci dice di come l'esigenza del superamento del capitalismo sia più urgente che mai. Per questo noi, uomini e donne liberamente comunisti, vogliamo proseguire lungo il cammino intrapreso.

"Liberazione", 03/02/2011


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Proponiamo a tutte le forze della sinistra di metterci insieme per far sì che il profilo di questo fronte democratico sia il più avanzato possibile. Lo diciamo a Sel; lo diciamo a Sinistra critica; lo diciamo a ...
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 novembre 2010


Ferrero: «Governo di transizione? Ci interessa altro»

Intervista al Segretario nazionale di Rifondazione Comunista
    di Romina Velchi


Fronte democratico con le forze di opposizione per sconfiggere Berlusconi; unità della sinistra per far valere i contenuti sociali che servono per cambiare il Paese. Prosecuzione della mobilitazione sociale avviata con il 16 ottobre. Si muove su queste tre assi la proposta del Prc riguardo al delicato momento politico. Ma è inutile che ne cerchiate traccia su giornali, radio e tv: non la trovereste. Ed appare piuttosto paradossale, in questo senso, la rissa attorno alla presenza di Fini e Bersani alla trasmissione di Fazio: quella sarebbe par condicio? Ma tant'è. Per fortuna che internet c'è, verrebbe da dire. E infatti, facendo di necessità virtù, anche la comunicazione politica di Rifondazione ha cominciato a sbarcare sul web (se la montagna non va a Maometto...), con un progetto che si intitola "Invisibile-Imperdibile", nell'ambito del quale sono già stati diffusi sei videomessaggi del segretario del Prc, Paolo Ferrero. L'ultimo riguarda proprio la difficile fase politica, entrata in una preoccupante fase di stallo, il cui sbocco non è dato prevedere.

Situazione politica. Cosa dobbiamo aspettarci?

Siamo arrivati alla crisi della maggioranza. Ora speriamo che il governo caschi rapidamente: il rischio è che, nonostante la situazione sia ormai sfilacciata, il governo prosegua per inerzia. Da un lato stanno facendo il gioco del cerino Fini, Berlusconi e Bossi. Dall'altra è evidente che Confindustria e l'Unione Europea non vogliono una crisi prima della finanziaria. Per questo stanno lavorando a spingere la crisi il più avanti possibile e per questo Berlusconi ha detto che andrà alle Camere dopo la finanziaria. All'Europa dell'occupazione non interessa nulla, mentre è molto interessata a garantire l'approvazione di una finanziaria che porta ulteriori tagli. Per quanto ci riguarda, noi auspichiamo che si vada rapidamente alla crisi. Prima se ne vanno e meglio è, come si vede anche dalle iniziative antioperaie del Ministro Sacconi che cerca di distruggere lo statuto dei lavoratori.

E poi?

Caduto il governo si deve andare subito alle elezioni, per un motivo molto semplice: un governo tecnico o di transizione si sa quando parte ma non quando finisce né cosa fa. Basta pensare all'esperienza Dini del 1994: quel governo partì per una breve transizione, ma poi fece una riforma delle pensioni che era grosso modo uguale a quella che avevamo impedito a Berlusconi di fare. Temo moltissimo un governo di transizione, perché è molto concreto il rischio che diventi espressione di un rinnovato patto sociale tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil che finisca con l'accettare l'impostazione dell'aumento della produttività e della messa in discussione del contratto nazionale di lavoro che è esattamente quello che dobbiamo evitare.

Quindi la strategia proposta è: crisi di governo prima possibile e poi elezioni. Ma che senso ha andare a votare con questa legge elettorale, cucita su misura del Cavaliere?

Se vi è in parlamento una maggioranza pronta a cambiare la legge elettorale, la cosa è semplice: lo si può fare benissimo per iniziativa parlamentare senza bisogno di un governo di transizione. Basterebbero 15 giorni.

E se la legge non cambia?

Noi proponiamo di costruire un fronte democratico tra tutte le forze dell'opposizione per essere sicuri di riuscire a cacciare Berlusconi. Dico opposizione perché è evidente che Fini è corresponsabile di questi 15 anni di berlusconismo e fa quindi parte del problema, non certo della soluzione.

Ma regge un'alleanza la cui unica ragion d'essere è cacciare Berlusconi?

Impedire a Berlusconi di rivincere le elezioni è un punto decisivo. Dev'essere chiaro a tutti che se Berlusconi vincesse di nuovo avrebbe i numeri, nel 2013, per diventare presidente della Repubblica. Credo fermamente che si debba evitare in tutti i modi di avere il Cavaliere prima presidente del consiglio e poi capo dello stato fino al 2020. Già abbiamo avuto Cossiga negli anni scorsi a picconare la Costituzione repubblicana; credo sia assolutamente da evitare di avere Berlusconi presidente della repubblica per sette anni. Quindi un fronte democratico, una sorta di nuovo Cln per cacciare Berlusconi.

E a sinistra?

Allo stesso tempo proponiamo a tutte le forze della sinistra di metterci insieme per far sì che il profilo di questo fronte democratico sia il più avanzato possibile. Lo diciamo a Sel; lo diciamo a Sinistra critica; lo diciamo a tutte quelle forze che erano in piazza il 16 ottobre con la Fiom. Partiamo da quella piattaforma: giustizia sociale; redistribuzione del reddito; lotta alla precarietà; difesa del contratto nazionale di lavoro; ritiro delle truppe dall'Afghanistan; stop alle grandi opere. Penso davvero che saremmo più forti se tutte le forze che erano in piazza il 16 ottobre andassero a discutere (e a litigare se necessario) con il resto del centrosinistra su questi punti.

Ma questa unità non sembra ancora a portata di mano.

Dentro la sinistra ci sono tante differenze, lo sappiamo. C'è per esempio chi pensa di poter andare a governare il Paese, mentre noi pensiamo di no. Ma questo non deve essere un impedimento per lavorare insieme a costruire un programma che permetta di ottenere il massimo possibile sul piano programmatico. Abbiamo bisogno di sconfiggere Berlusconi e a questo serve il fronte democratico. Per sconfiggere anche Marchionne serve però che la sinistra si unisca su una posizione di alternativa, che faccia valere unitariamente le ragioni della Fiom e dei lavoratori nei confronti del centro sinistra. Insomma, fronte democratico per sconfiggere Berlusconi; unità a sinistra per dare rappresentanza alle ragioni dei lavoratori; e prosecuzione del lavoro di costruzione del movimento di massa. Dobbiamo dare continuità alla manifestazione del 16. Occorre costruire su tutti i territori i comitati "uniti contro la crisi" in modo unitario tra le forze che hanno contribuito alla riuscita di quella manifestazione. Comitati per collegare le lotte e per richiedere lo sciopero generale. Comitati che diano continuità all'azione di lotta per cambiare i rapporti di forza con il padronato.

FONTE: "Liberazione" del 14/11/2010

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permalink | inviato da Notes-bloc il 14/11/2010 alle 20:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Contro il colpo di Stato messo in atto dalle Destre neoliberiste europee è necessaria soltanto una SINISTRA UNITA E FORTE IN ITALIA E IN EUROPA!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 26 settembre 2010


IL COLPO DI STATO EUROPEO

 

 Il 29 settembre, la Commissione Europea presenterà le sue proposte per rafforzare il Patto di stabilità e la “governance economica europea”. Contro questa proposta vi è una mobilitazione dei sindacati europei – salvo CISL e UIL che non hanno aderito – a cui parteciperemo. Queste proposte prevedono misure draconiane verso i paesi che non rispettino i parametri di Maastricht. Nel caso di sforamenti di bilancio, si prevede di penalizzare i paesi interessati con un durissimo sistema di sanzioni automatiche. Concretamente, l’Italia, che ha un debito pubblico pari al 117% del PIL - mentre gli accordi di Maastricht prevedono un massimo del 60% - sarà obbligata a ottenere avanzi primari di bilancio pari al 4% annuo per un periodo che può durare tra i quindici e i vent’anni. Tradotto in italiano significa che le leggi finanziarie fino al 2025/2030 – qualunque sarà il colore del governo - dovranno prevedere un avanzo primario di almeno 60/65 miliardi di euro all’anno. In concreto una massacrata sociale di dimensioni bibliche e lo sprofondo dell’Italia in una crisi economica destinata a generalizzare non solo la precarietà ma la povertà. Se qualcuno pensa che io esageri, in preda ai fumi dell’ideologia comunista, citerò cosa ha scritto il Sole 24 ore, giornale della Confindustria, a proposito di questo progetto: “Basta questo scarno riassunto per cogliere l’insostenibilità politico-economica di un patto draconiano che rischia di ammazzare il malato invece di guarirlo”.
Qualche anno fa il patto di stabilità venne definito stupido, troppo rigido. Adesso la Commissione europea si appresta a peggiorarlo drasticamente, rendendolo ancora più stupido. Dobbiamo dedurne che siamo governati a livello europeo da una massa di deficienti? E’ molto probabile che vi siano anche quelli, ma il punto decisivo è che l’Europa è governata da una cricca di liberisti integralisti, che stanno instaurando una dittatura della borghesia, fregandosene completamente dei drammatici effetti sociali che avranno le loro politiche. Chi sono i governanti di questa Europa? Oscuri burocrati? No. Sono l’insieme dei governi europei che nominano la Commissione europea. Il punto è proprio questo: i diversi governi – di centro destra come di centro sinistra – stanno decidendo a livello europeo una linea di politica economica che produrrà effetti negativi enormi su ogni singolo paese ed in particolare su coloro che sono più indebitati a livello statale. Non a caso in Spagna il 29 ci sarà uno sciopero generale indetto da tutte le centrali sindacali contro la politica sociale del governo Zapatero. Questa politica deflattiva, che restringe il mercato e aumenta la disoccupazione, è identica a quella che in Europa, dopo la crisi del ’29, portò alla vittoria del Nazismo. L’idea che li guida è di abbassare il costo del lavoro in modo selettivo - producendo una enorme differenziazione salariale tra i diversi paesi europei - al fine di rendere più competitiva una parte dell’Europa sui mercati internazionali. Questa politica, non ha alcuna possibilità di ottenere i risultati che si propone per una semplice ragione: se tutti, dalla Cina agli Stati Uniti all’Europa pensano di uscire dalla crisi aumentando le esportazioni, chi mai comprerà tutte quelle merci? I marziani? Ci troviamo quindi di fronte ad una politica economica che non serve ad uscire dalla crisi ma che produrrà un impoverimento selettivo e una forte gerarchizzazione tra le classi sociali, tra le nazioni e tra le diverse aree di ogni paese.
Il dictat europeo non obbligherà solo i governi italiani,per vent’anni, a fare politiche economiche di continuo taglio della spesa sociale. A mio parere, queste politiche, in un contesto di attacco della Confindustria ai contratti nazionali di lavoro e di Federalismo fiscale (approvato anche dall’IdV con l’astensione del PD), aprono la strada ad una effettiva spaccatura dell’Italia. I tagli di bilancio a cui ci obbligherebbe l’Europa sono infatti destinati ad aggravare pesantemente le contraddizioni sociali e – sull’esempio Belga – le spinte secessioniste.
Questa è l’alternativa che abbiamo oggi in campo: la guerra tra i poveri in un contesto di secessione dei ricchi e di aggressione alla democrazia o l’unificazione del conflitto di classe, sociale, ambientale e territoriale nella costruzione dell’alternativa. A tal fine non bastano i pannicelli caldi o le poesie. Per rovesciare questa politiche europee e nazionali occorre un salto di qualità su più livelli.
Il primo è costruire l’opposizione per cacciare Berlusconi e sconfiggerlo nelle elezioni. Un fronte democratico che si ponga l’obiettivo di uscire dalla seconda repubblica e garantisca la tenuta costituzionale dello stato e del paese. La costruzione del fronte democratico e dell’opposizione non è obiettivo di altri ma nostro e dobbiamo costruirlo sui territori.
Il secondo è quello dell’allargamento e dell’unificazione del conflitto di classe, anche a livello europeo. Il punto centrale è la manifestazione del 16 ottobre che dobbiamo far diventare una grande manifestazione di popolo contro le politiche del governo, di Confindustria e dell’Unione Europea. Dobbiamo lavorare in modo certosino all’organizzazione della manifestazione del 16, dobbiamo operare per il consolidamento delle forze che convergeranno il 16 in modo da proseguire, dopo, sui territori e nei luoghi di lavoro, ad organizzare la lotta. E’ del tutto evidente che la cacciata di Berlusconi – che perseguiamo – non risolverà tutti i problemi e l’organizzazione del conflitto è decisiva per contrastare l’offensiva padronale.
Il terzo è quello dell’unità della sinistra di alternativa. Bersani vuole costruire il nuovo Ulivo, noi dobbiamo unire la sinistra fuori dall’Ulivo e dal compromesso che a livello europeo stanno mettendo in campo socialdemocrazia e popolari. A questo serve la Federazione della Sinistra. La sinistra europea conferma in questa quadro tutta la sua valenza strategica, perché solo una sinistra europea coerentemente antiliberista, può costruire una alternativa organica alle politiche europee sopra descritte.
Da ultimo occorre denunciare con forza che la globalizzazione neoliberista porta a trasformare l’Europa in una gigantesca gabbia produttrice di guerre tra i poveri. La costruzione di una Europa sociale, egualitaria, democratica e rispettosa dell’ambiente, necessita la messa in discussione della globalizzazione neoliberista. Il dogma della libera circolazione dei capitali e delle merci in un mondo che impedisce la libera circolazione delle persone deve essere sconfitto.
Siamo quindi impegnati a sconfiggere Berlusconi e il berlusconismo, ma per questo dobbiamo alzare il tiro contro le politiche europee, contro il capitale finanziario e il dogma della globalizzazione che alimenta solo la guerra tra i poveri.

Paolo Ferrero - Segreterio del PRC /FDS

 
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