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di Ignazio Licciardi
La Gelmini: «In Italia non c'è categoria più importante dei ricercatori», ma subito dopo: "mica li possiamo tenere tutti"!?
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 9 ottobre 2010


Mentre migliaia di studenti protestano in tutta Italia, la Gelmini accelera sulla riforma e il Pd apre


 

da www.unita.it:
 
 
Università, Gelmini accelera e Pd apre

L'università è in fermento. Alle prese con l'ennesima riforma annunciata, con le strutturali mancanze di fondi e con tutti i ritardi e le inadeguatezze che si porta dietro. Ma dalla classe politica qualcosa sembra muoversi. Il ministro competente, Mariastella Gelmini, riesce a rimettere insieme i cocci della sua maggioranza traballante ed entusiasta afferma: «Tutti i gruppi della maggioranza hanno mostrato la volontà di accelerare l'iter della riforma, che sarebbe importante per il paese e darebbe una risposta ai ricercatori. Sarebbe un segnale di compattamento della maggioranza - ha aggiunto Gelmini - la legislatura va avanti e non c'è nessuna intenzione di perdere tempo. Mi auguro che il prossimo incontro con i gruppi possa aiutare l'accelerazione dell'iter della riforma. Mi pare che il Parlamento si stia ravvedendo, sono ottimista».

«In Italia non c'è categoria più importante dei ricercatori» ha poi detto il ministro durante il suo intervento al convegno sul trasferimento tecnologico organizzato dall'Acri. «Dalla professionalità di queste persone - ha spiegato - dipende la qualità della ricerca. Va però superata - ha aggiunto – una posizione un po' retriva e cioè pensare che tutti i ricercatori debbano trovare un'occupazione nell'università. Se la società vuole crescere, anche le piccole e medie imprese hanno bisogno, ad esempio, di ricercatori. Non ha senso mantenere i ricercatori precari a vita, occorre, invece, prospettare loro una carriera e questo lo facciamo prevedendo, nella riforma, il meccanismo della 'tenure track'. O si vince il concorso da associato - abbiamo recuperato i soldi per bandire questi concorsi - oppure si può trovare un impiego negli enti di ricerca o nel settore privato». Il ministro si è quindi soffermata sul problema della 'fuga di cervelli'. «Oggi se l'Italia è poco attrattiva per i migliori cervelli e se, anzi, assistiamo a una 'fuga' dei cervelli - ha osservato - il motivo fondamentale non è tanto solo quello delle risorse, ma concerne le regole e i meccanismi di funzionamento. Bisogna snellire le regole, fissando pochi principi da rispettare. Principi però che vanno rispettati da tutti, senza corsie preferenziali».

Altro segnale interessante è la quasi apertura dell'opposizione con il capogruppo Pd Franceschini: «Se verranno accolte le nostre proposte di modifica, possiamo discutere anche subito la riforma. Il Partito democratico non si è mai sottratto a discutere delle riforme che interessano il Paese. Nel merito della riforma universitaria abbiamo sempre avuto un atteggiamento costruttivo, finalizzato ad ottenere un provvedimento nell'interesse degli studenti e dell'intero mondo accademico. In più occasioni abbiamo sottoposto all'attenzione del governo e della maggioranza diverse proposte di modifica, contenute nei nostri emendamenti depositati, fra le quali riteniamo centrali 5 aspetti: l'abolizione dei tagli degli ultimi due anni, pari a un miliardo e 355 milioni di euro, dando invece all'università più risorse per raggiungere in 10 anni la media Ocse; la predisposizione, per gli studenti meritevoli e privi di mezzi, di adeguate borse di studio; per quanto concerne la carriera docente abbiamo detto no al precariato con il contratto unico formativo di ricerca ma sì a norme affinché si arrivi in cattedra in 6 anni; abbiamo inoltre indicato di sostenere un piano straordinario, con selezione, per portare in 6 anni i 15.000 ricercatori, strutturati e precari, nel ruolo di professore. E infine abbiamo proposto l'adeguamento dell'età pensionabile dei docenti alla media europea, con sblocco del turn-over e utilizzo di tutte le risorse liberate per nuovi professori e nuovi ricercatori con contratto tenure track. Vogliamo mantenere questo atteggiamento costruttivo nonostante i tempi necessari per l'approfondimento di un provvedimento così rilevante siano stati sacrificati nel percorso alla Camera per responsabilità del governo e della maggioranza. Per questo condizioniamo all'accoglimento delle nostre proposte la disponibilità ad affrontare la riforma anche durante la sessione di bilancio che comincia il 15 ottobre».

Intanto, studenti e docenti, non sembrano fidarsi delle parole dei politici e in tutta Italia organizzano proteste e iniziative contro la riforma, anche perché, riforma o non riforma, le risorse per l'istruzione sono sempre le prime ad essere sacrificate. Lezione all'aperto con tanto di lavagna sulle scale del rettorato dell'università La Sapienza di Roma per illustrare il ddl Gelmini e spiegare lo stato attuale dell'università italiana. È stata l'iniziativa organizzata oggi dagli studenti di Fisica de La Sapienza contro i «tagli». A tenere la propria spiegazione, davanti a decine di giovani seduti sulle scale del rettorato all'interno della città universitaria e intenti a prendere appunti, è stato il ricercatore di Fisica Leonardo Gualtieri. Tra gli striscioni esposti, quelli con la scritta «Contro questa riforma un'altra rivolta» e «Per un'università pubblica, libera e aperta a tutti». A fare da supporto alla lezione c'erano anche vari cartelli con i grafici sulla spesa per la ricerca nei vari paesi europei. Previste, la prossima settimana, anche lezioni in piazza Montecitorio. Gli universitari hanno annunciato la loro adesione alla manifestazione a Roma per dopodomani, che partirà da Porta San Paolo ed è organizzata dagli studenti medi contro il ddl Gelmini.

All'Università di Bologna la protesta dei ricercatori va avanti ma il fronte degli 'anti-Gelmini' sembra sfaldarsi. Dopo la settimana di mobilitazione e lo stop delle lezioni decisi dal Senato accademico fino al primo ottobre, nel pomeriggio i ricercatori riuniti in assemblea non hanno deciso forme di protesta comuni: ogni facoltà valuterà se e come continuare l'astensione o riprendere le lezioni. Così fino al 12 ottobre, quando una nuova assemblea discuterà gli emendamenti al ddl Gelmini proposti dall'ateneo e dai ricercatori, e le forme di lotta futura. È l'esito dell'incontro convocato alle 13 e durato quasi tre ore nella sede dell'Università. Ogni facoltà, chiamata all'appello rigorosamente in ordine alfabetico, ha fatto il punto sulle iniziative organizzate nell'ultima settimana attraverso i rappresentanti dei ricercatori. Assenti quelli del blocco più 'politico': economia, scienze politiche, giurisprudenza. Nella maggior parte delle facoltà l'astensione dalla didattica, assieme a discussioni sulla riforma Gelmini aperte anche agli studenti, ha conquistato un gran numero di ricercatori con alcuni picchi (a chimica industriale, veterinaria, scienze della formazione, scienze matematiche e fisiche) e molti distinguo. Diffuso però il timore che a lungo termine quel tipo di protesta sia inefficace o logorante, ma di fatto nessuna decisione è stata presa a fine assemblea. Pochi i fautori di proteste eclatanti almeno fino al 14 ottobre quando alla Camera riprenderà la discussione del ddl. Tra i più naif, un ricercatore di ingegneria che ha proposto ironicamente di mettersi a testa in giù da un elicottero. A chiedere concretezza, con toni abbastanza forti, alcuni dottorandi legati al movimento dell'Onda, favorevoli a organizzare un sit-in davanti al rettorato il 14 ottobre. Idea che però non è stata nemmeno messa ai voti, e quindi accantonata. Alcuni ricercatori hanno proposto di condizionare la ripresa delle lezioni all'approvazione degli emendamenti al ddl, ma altri gli hanno ricordato che gli emendamenti sono oltre 600.

 


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Non sembra vero che qualcuno si sia deciso a dichiarare che subiamo norme da dittatura! Era ora!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 20 maggio 2010


 

Intervista a Camilleri
post pubblicato in Messaggi, il 14 aprile 2010


Pd, Camilleri: 'Così si suicidano'


 

 
14 aprile 2010

Persa anche Mantova ai ballottaggi, Bersani parla di "correzioni".



Nel fumoso studio di Andrea ‍Camilleri oggi si parla del Pd un po’ in cenere. "Io non appartengo al Pd. Posso, quando sono disperato davanti alla scheda, al massimo votarlo. Come si dice a Firenze: il Pd tiene l’anima coi denti. È più di là che di qua. Dalla parte avversa invece c’è molta aggressività. Come la polizia quando si mette lo scudo antisommossa, abbassa le visiere e attacca alla cieca. Da quest’altra parte non c’è che una flebile resistenza. Chi sta appena dietro la prima linea, sembra dire: trovate un accordo, invece che farvi menare".

Accordo tra chi e chi?

L’accordo si fa in Parlamento. Lo sostiene Bersani e pure la Costituzione. Ma noi non siamo nei termini costituzionali, siamo dentro una democrazia finta. La maggioranza in Parlamento va avanti a voti di fiducia e decreti, mettendo a tacere l’opposizione.

leggi tutto >>

"il fatto quotidiano", 14 Aprile 2010


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La politica del PD ... vola! Ma ... verso dove?!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 aprile 2010


"il fatto quotidiano", 12-04-10


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Proposta di Romano Prodi.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 11 aprile 2010


Romano Prodi: «Il Pd ritrovi le sue radici
Via organi nazionali, spazio ai regionali»

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=97685&sez=HOME_INITALIA
 

"Il Messaggero", 11-04-2010
 

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"Basta, la legge deve essere uguale per tutti"
post pubblicato in Notizie ..., il 27 febbraio 2010


Il Popolo viola torna oggi in piazzaper la legalità e la lotta al precariato

Il Popolo viola torna oggi in piazza
per la legalità e la lotta al precariato

di Natalia Lombardo

Tutti in piazza del Popolo oggi a Roma dalle 14,30 per dire: "Basta, la legge è uguale per tutti". Seconda manifestazione del Popolo Viola, con l'adesione di tutti i partiti dell'opposizione, dal Pd all'Idv, alle sinistre. Assente l'Udc.

"l'Unità", 27-02-2010

5 Dicembre 2009: No B-day a Roma. E il PD ... che fa? Nulla!
post pubblicato in Notizie ..., il 2 dicembre 2009


 

L'intervento di Salvatore Borsellino 2^parte 

 

 

http://www.noberlusconiday.org/

 

e ...

ciliegina sulla torta ...

TENSIONE TRA ALLEATI

Pdl alle prese con il nodo Fini
Lui: non ho nulla da chiarire

Fini e il fuorionda, telefonata in tv:  «Nulla da chiarire»

Il presidente della Camera: «Berlusconi non c'entra nulla con la mafia»|Audio

12:05  POLITICABotta e risposta con Bondi dopo le polemiche:

«Il premier ha il diritto di governare ma deve rispettare le Camere e gli altri poteri»

 Il fuorionda

"Corriere della sera", 02-12-2009

... e, nel frattempo ...

per giovani e meno giovani ...

 

e ...

... allora:

"Liberazione", 5 Dicembre 2009

PD, CGIL, STUDENTI e IDV in piazza contro le manovre del Governo
post pubblicato in Notizie ..., il 15 novembre 2009


Manifestazione del sindacato senza Cisl e Uil. Ma il segretario tende la mano:
"Pronti a sciopero generale sul fisco". Nel corteo anche Idv, Pd e studenti universitari

Cgil torna in piazza a Roma
Epifani: "Licenziamenti a valanga"

Bersani: "Serve una svolta nella politica economica, persi 18 mesi preziosissimi"
Il ministro Sacconi: "Mi sembra un piccolo mondo antico ancorato al '900"
 


ROMA - La Cgil torna in piazza a Roma contro il governo, da cui esige risposte su lavoro e crisi. La manifestazione nazionale è stata indetta per sottolineare che il peggio della crisi non è affatto alle nostre spalle e che la ripresa sarà lunga e difficile. A sfilare a fianco dei lavoratori della Cgil anche Italia dei Valori, Partito democratico e studenti universitari. Il corteo, partito nel primo pomeriggio da piazza della Repubblica, si è concluso in piazza del Popolo con un intervento del segretario generale Guglielmo Epifani.

"E' una piazza straordinaria, grazie a tutti voi che siete qui: queste luci vive permettono anche a chi voleva oscurare le nostre ragioni di vederci chiaro e trasparente": con queste parole il leader della Cgil Guglielmo Epifani ha aperto il suo intervento dal palco di piazza del Popolo.

"Chiediamo che il governo cambi registro per affrontare i nodi della crisi" ha detto il leader della Cgil Epifani, sintetizzando lo spirito del corteo di protesta. "Questa è una manifestazione che vuole chiedere al governo cose precise perchè gli effetti più negativi della crisi arriveranno nelle prossime settimane e investiranno l'occupazione", ha aggiunto. "La crisi avrà gli effetti più negativi sull'occupazione nelle prossime settimane" ha detto ancora il segretario della Cgil, sottolineando come "il governo non stia facendo nulla per sostenere il lavoro e i pensionati".

"In un anno sono stati persi, bruciati, 570 mila posti di lavoro di cui 300 mila di precari: una media di 50 mila posti in meno al mese. Questo il consuntivo di un anno da quando la Cgil lanciò l'allarme valanga disoccupazione", ha denunciato ancora Epifani. "La valanga che avevamo previsto - ha aggiunto Epifani - non ha più neanche la ciambella di salvataggio della cassa integrazione, ma è fatto di mobilità, ristrutturazioni, chiusure e licenziamenti a valanga e ancora di altri precari senza tutela".

Sull'analisi mostra di concordare il segretario del Pd Luigi Bersani, che nel messaggio inviato a Epifani invoca "una svolta nella politica economica del governo". "La vera exit strategy a cui dobbiamo dare priorità oggi è la exit strategy dalla disoccupazione di lunga durata e dalla stagnazione dei redditi da lavoro - ha scritto Bersani - Il governo ha perso 18 mesi preziosissimi, ha lasciato impoverire il nostro migliore capitale sociale e la nostra più innovativa capacità produttiva faticosamente irrobustita negli ultimi anni".

Critico invece il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: "Mi sembra un piccolo mondo antico che rappresenta un pezzo del Paese, ma rimane ancorato al '900 e alle sue ideologie". Sacconi ha sottolineato tra la Cgil e gli altri sindacati confederali: "Una manifestazione fatta da soli, esaltando in questo modo la separatezza dalle altre organizzazioni sindacali".

Secondo gli organizzatori al termine della manifestazione c'erano 100.000 lavoratori provenienti da tutta Italia. Ad aprire il corteo uno striscione con la scritta "Il lavoro e la crisi: esigiamo le risposte". Tante le bandiere della Cgil, della pace, ma anche di partiti della sinistra come il Pd, l'Idv, dei Comunisti Italiani e grossi palloni colorati con la scritta Flc-Cgil.

Nel corteo anche gli striscioni delle aziende in crisi come l'Eutelia: "Eutelia: come arricchire i padroni depredando i lavoratori. Landi, dove sono finiti i soldi e gli immobili di Getronics e Bull?". I lavoratori hanno raggiunto la capitale con 3 treni e oltre 750 pullman. Tra i partecipanti anche esponenti politici nazionali come Oliviero Diliberto, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero. In testa alla manifestazione la segretaria nazionale della Cgil Susanna Camusso e il segretario regionale del Lazio Claudio Di Berardino.

La Cgil ha deciso di scendere in piazza senza Cisl e Uil, come ha spiegato ieri Guglielmo
Epifani rispondendo alle domande di RepubblicaTv. "Non siamo stati in condizione di fare una manifestazione unitaria sui temi della crisi" ha spiegato il leader della Cgil. "Questo ci è riuscito solo a livello locale, non nazionale. Sarebbe stato meglio farla insieme. Un'iniziativa comune peserebbe di più e i lavoratori, in questo momento, hanno bisogno di tutto il sindacato. Comunque, per riportare al centro i problemi di chi perde il posto, meglio soli che niente". Da piazza del Popolo Epifani ha lanciato tuttavia un appello a Cisl e Uil: "Mando a dire a Cisl e Uil che se si volesse fare lo sciopero generale sul fisco la Cgil ovviamente è pronta ed è in prima fila".

Con la Cgil sono centinaia, fa sapere l'Unione degli universitari, gli studenti in piazza, all'indomani del
primo ok del Senato a una legge finanziaria fortemente contestata anche sui risvolti per ricerca e istruzione. Riguardo alla scomparsa dei fondi destinati ai giovani ricercatori dell'università, il leader della Cgil ha detto "è una finanziaria che non dà nulla al lavoro, agli investimenti e al Mezzogiorno e non c'è soluzione neanche per i precari dell'università". "Manca la promessa di stabilizzare i giovani ricercatori precari", ha spiegato il segretario generale della Cgil, aggiungendo: "gli interventi del governo vanno contro il mondo del lavoro".

("la Repubblica", 14 novembre 2009)

Intervista a Fausto Bertinotti
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 novembre 2009


Andrea Fabozzi

 

Il partito che non c'è

Incontriamo Fausto Bertinotti nel suo studio di presidente della Fondazione Camera dei deputati. Subito dopo l’elezione di Pierluigi Bersani alla guida del Pd volevamo fare qualche domanda a Bertinotti sul significato di quella novità e sui possibili riflessi nel rapporto tra Pd e sinistra radicale, ma lui ha preferito far passare qualche giorno. L'intervista c’è stata il 13 novembre e a questo punto ci è sembrato giusto partire da qualche considerazione sul ventennale del 1989, cosa che ha inevitabilmente reso più lunga la conversazione. Questa ne è la versione integrale, sul giornale ne abbiamo pubblicato un estratto.

Bertinotti, per iniziare vorrei chiederti non tanto una riflessione sul ventennale del 1989 quanto un commento sulle rievocazioni di questi giorni che forse sono state puramente celebrative. Hai letto o ascoltato qualche opinione dalla quale possiamo partire?
Potrei citare lo storico Hobsbawn secondo il quale, trascorsi vent'anni dalla caduta del Muro, il vincitore di allora è dentro una crisi che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il 1989 è anche questo: la più grande modernizzazione capitalistica - quella che doveva essere la più definitiva perché fondata sulla sconfitta dell'avversario storico - si rivela in realtà sconfitta anche lei perché portatrice di contraddizioni sostanzialmente ingovernabili: la crisi climatica, la crisi sociale, la crisi di democrazia. Anche per questo colpisce la mancanza di un bilancio critico, a sinistra, dell'89. Di tutta la sinistra, viste le conseguenze della fine di quel mondo. Riguardando la caduta solo i comunisti, all'inizio poteva sembrare che le altre componenti del movimento operaio fossero immuni dalla crisi. Pensa alla socialdemocrazia che aveva fatto Bad Godesberg o al socialismo francese o al Labour che era persino velato di tendenze anticomuniste. E invece dobbiamo verificare che simul stabunt simul cadent. E' una gran catastrofe che la riflessione non la portino i comunisti e nemmeno i socialisti, né i socialdemocratici, né i laburisti. Perché non ragionare su questo vuol dire non ragionare su una parte importante della tua inutilità oggi in Europa. Tanto è vero che in altre parti del mondo la sinistra in qualche modo non figlia di questa storia è ben viva. Vedi il continente latino americano dove un ex capo dei tupamaros può diventare presidente della repubblica in Uruguay. O vedi Obama negli Stati uniti dove pur essendoci una storia di grandi lotte per il lavoro il movimento operaio di storia marxista non esiste. Che la sinistra non rifletta più su queste cose mi pare insopportabile.

Ragionando sulla sconfitta dopo le disastrose elezioni dell’anno scorso, tu scrivi di «aspettative tradite» e di «talenti dissipati» o non impiegati negli anni successivi al 1989 dalla sinistra anticapitalista italiana. Mi pare cioè che insisti sugli elementi positivi, di possibile apertura, contenuti nel crollo del Muro e persino nella Bolognina. E' così?
E’ così, c’erano questi «talenti» a disposizione nel 1989, ma era davvero molto difficile riuscire a impiegarli. Per una ragione fondamentale: la caduta dei regimi comunisti seguiva la sconfitta di un altro tentativo di scalata al cielo, quello del 1968-69. Bisognerebbe ragionare sul quarantennale, oltre che sul ventennale. La sconfitta del ’68-‘69 rendeva difficilissimo sviluppare un’ipotesi comunista liberata dalle ragioni del suo fallimento storico. Era crollato un muro di illiberalità ma prima era crollata anche l’ipotesi, per dirla con Gramsci, della rivoluzione in Occidente. Il combinato disposto è stata una spinta alla modernizzazione raccolta poi dalla globalizzazione. Riassumo: in quella sconfitta c’era un talento, ma bisognava saperlo estrarre e non era facile.

Riassumo ancora di più e domando: era possibile un’uscita da sinistra dalle macerie del Muro?
Sì, era possibile. Se non c’è stata è perché il Pci non era innocente. Né rispetto all’Urss né dal punto di vista della politica di trasformazione del paese. Non ci possiamo dimenticare che il movimento del ‘68-‘69 in Italia si era riferito criticamente al Pci e al sindacato. E il Pci non ha assunto la tematica liberatoria dei movimenti come revisione della sua strategia. Al contrario, ha assunto il tema delle compatibilità. Nel rapporto tra liberazione del lavoro e produttività si è scelto il secondo versante e tutte le politiche da un certo punto in poi sono state costruite sulla logica del patto tra i produttori. Che significa l’omissione del grande tema del mutamento economico e sociale. Dunque il Pci arriva al 1989 azzoppato nella possibilità di uscita da sinistra. Da un lato ha il vincolo di ferro con l’Urss e dall’altro il fatto che il suo inserimento nella società italiana è stato condotto prevalentemente dal versante della modernizzazione del paese. E non della sua trasformazione. In qualche modo il Pci aveva messo fuori dalla sua costruzione culturale e politica proprio le punte più anticapitalistiche che il movimento aveva messo in campo: la critica all’organizzazione del lavoro, alla neutralità della scienza, al potere e anche alla struttura partito. Per cui di fronte al crollo del muro il partito mette al centro della svolta non il tema dell’eguaglianza ma quello della libertà che è il più interno alla modernizzazione. Nel momento in cui cade il muro sembra che tutto il mondo diventi il regno della libertà. In una parte degli attori della svolta riconosco un elemento di illusione. Ne ho parlato tante volte con Occhetto che mi ha detto «la colpa è vostra», intendendo di Ingrao e di quelli che lo seguivano, «non mi avete dato una mano, la Bolognina poteva svoltare a sinistra o a destra e io volevo svoltare a sinistra, volevo togliere l’impedimento che c’era nel legame con l’Urss e nella tradizione comunista che ormai era diventata moderata e voi me l’avete impedito perché vi avete calcato sopra un segno di destra che in realtà non era obbligato». Secondo me Occhetto trascura un fatto essenziale, con la svolta ha dissipato la più grande risorsa del movimento operaio italiano: il suo popolo organizzato. Adesso noi vediamo qual era il valore del popolo comunista, in sé, indipendentemente da quale connessione aveva e con quale linea del partito. Adesso ci rendiamo conto quale potenziale conteneva quello che Pasolini chiamava «un paese nel paese». Legami umani, relazioni personali, senso di appartenenza: il valore della comunità scelta. Mettendo in discussione questo, la svolta in realtà mette in discussione l’ultimo elemento che era rimasto con una vocazione realmente «altra» rispetto alla società esistente. Non avevamo più la collocazione internazionale del comunismo nel mondo, non avevamo più un’idea di trasformazione del paese, rimaneva il popolo e la svolta ha disperso anche il popolo.
Da allora in avanti, da quando le sinistre sono diventate due, si è posto il problema del rapporto tra radicali e moderati. Rileggendo le ragioni della sconfitta, mi pare che una resti in ombra: la sinistra radicale in questi anni ha affidato solo alla tattica elettorale il suo rapporto con la sinistra moderata. Non è riuscita a immaginare una relazione, di qualsiasi tipo, in qualche modo strategica. Per cui si è andati dall’alleanza del 1994 alla rottura del 2008 passando attraverso di tutto: desistenze, rotture definitive, nuovi riavvicinamenti, alleanze di governo. Non è questo, da solo, un segno di inadeguatezza?
Non sono d’accordo, penso che la riflessione critica vada portata più sull’esperienza interna alla sinistra radicale che al modo in cui ha affrontato il tema delle alleanze elettorali. Il problema c’è stato e c’è, intendiamoci, e qualche volta lo abbiamo risolto con delle intuizioni brillanti se pensi alla desistenza, un colpo d’ala spregiudicato. Ma in fondo in Rifondazione comunista questa delle alleanze è sempre stata una questione importante ma in realtà minore. Qualche volta si è posta in maniera drammatica ma mai sul terreno della costruzione della strategia. In parte è stato così, se vuoi, perché era ed è un problema maledettamente difficile visto che in un sistema elettorale maggioritario o ti metti in alleanza a rischio di pregiudicare il progetto politico o fuori dall’alleanza a rischio di condannarti all’inutilità. Forse proprio perché era un problema difficile da risolvere era lasciato in secondo piano. Forse la pensavamo come soluzione indotta, e cioè: se riusciamo a crescere allora il problema dell’alleanza si risolve perché abbiamo la possibilità di condizionare un’alleanza riformatrice. Tutto questo è stato. Ad oggi la mia opinione è che questi tentativi avevano il piombo nelle ali. Lo dico oggi, non lo vedevo allora. Perché penso che l’alleanza di centrosinistra abbia un limite intrinseco: attribuisce sempre alla borghesia del paese un peso molto rilevante, un diritto di veto o addirittura un'egemonia. Lo penso di tutti i centrosinistra, anche di quello degli anni Sessanta con le dovute differenze. In altre parole l’alleanza di centrosinistra si è rivelata sempre interessante nel processo di modernizzazione del paese ma mai idonea ad affrontare il tema della trasformazione.
Riprendo la metafora, o la parabola, dei talenti: a sinistra si è peccato più di dissipazione o di conservazione?
Di tutte e due le cose. Abbiamo dissipato i nostri talenti con una propensione che identitaria è dire troppo, diciamo solipsistica. Ogni passaggio della politica è stato vissuto come come costitutivo di identità. Vorrei ricordare che le prime due rotture in Rifondazione sono avvenute su passaggi di governo, la prima con Dini e la seconda con Prodi. Questa dissipazione adesso raggiunge punti patologici. Per conto mio sono arrivato a una conclusione drammatica, non sono più sicuro che un processo democratico dentro il partito abbia in sé sufficiente collante di unità. Purtroppo devo prendere atto che l’orribile centralismo democratico del Pci è stato un antidoto alla spinta centrifuga. La sinistra radicale dal punto di vista della forma partito non ha innovato alcunché. Abbiamo fatto tante discussioni, siamo stati plurali e rispettosi del dissenso ma avevamo quella la stessa forma del partito, meno il centralismo democratico. Invece abbiamo conservato senza impiegare i nostri talenti quando dopo Genova nel 2001 potevamo mettere in discussione radicalmente la forma partito e tentare la costruzione di una nuova soggettività politica in grado di raccogliere tutto ciò che maturava alla sinistra dei Ds prima e del Pd poi. A questo punto posso rispondere alla tua domanda di prima: non abbiamo risolto il rapporto con la sinistra moderata perché non abbiamo risolto il rapporto con i movimenti. Era la nostra unica chance di essere influenti sul Pd. Al punto in cui siamo oggi è completamente caduta l’ipotesi delle due sinistre. Quella che è andata avanti dopo la Bolognina, la divisione cioè tra coloro che hanno pensato che l’ultimo capitalismo globalizzato era il quadro generale dentro il quale muovere la politica e chi pensava invece che al capitalismo della globalizzazione dovesse essere mossa una critica radicale. Questo rapporto, io ho pensato, aveva delle caratteristiche di stabilità, mi è parso un assetto di lungo periodo. Ora penso che non è più così perché sono fallite entrambe le ipotesi. Noi stiamo qui a parlare della crisi della sinistra radicale, ma in tutta Europa è clamorosamente fallita la sinistra moderata.
Parliamo anche di quella, di Bersani che sembra molto preoccupato di recuperare quel rapporto con il popolo organizzato che hai citato prima. Ammesso che esista ancora, può riuscirci?
Per me nelle prime mosse di Pierluigi Bersani c’è un elemento chiaro e uno totalmente oscuro. Il primo è una propensione a uscire dalla fase in cui anche per lo schieramento di centrosinistra la politica è stata opinione e organizzazione dell’opinione ai fini del consenso. E i corpi della politica sono stati pensati come corpi leggeri e il partito è stato il partito del leader. L’Italia con il berlusconismo ha avuto la manifestazione più violenta e patologica di una tendenza che è tuttavia generale. A me sembra che questa idea cominci ad incrinarsi. Per esempio per la crisi che investe la credibilità di leadership regionali e locali molto consolidate: in qualche modo deve far pensare alla crisi di un modello. Lo dice anche il dibattito dentro il centrodestra dove non è più vero che c’è un uomo solo al comando; cominciano ad articolarsi delle posizioni che mostrano una sorta di potenziale oligarchia. Non c’è ancora nessuna messa in discussione della leadership di Berlusconi eppure lo vediamo costretto a continui vertici che ricordano il pentapartito. Bersani coglie il bisogno di uscire da questo ciclo proponendo un ritorno al classico. Cioè a un luogo e a un’organizzazione permanente, il partito. Sembra non volersi più affidare soltanto al messaggio televisivo e alla rapsodica messa in ordine di elementi che i sondaggi indicano come favorevoli. Coglie un elemento, la pressione di chi si sente disperatamente solo e teme così di essere condannato a perdere per sempre. Il fatto che nella sfida congressuale del Pd sia stato sconfitto il partito di Repubblica (il quotidiano ha fatto il tifo per Franceschini, ndr) è indicativo di quanto sia forte la pressione per tornare a costruire la politica come forza organizzata. E qui c’è il punto che mi è oscuro di Bersani: su quale ispirazione politica generale intende produrre questa costruzione. Lui dice: “Nella politica devono tornare forme pesanti e partecipate”. Bene. Poi dice ancora: “Deve tornare il lavoro”. Bene, mi pare un elemento importante di riconduzione della politica a un principio di realtà. Ma aggiungo subito: mi pare che contenga una profonda ambiguità. Perché dietro alla parola “lavoro” io leggo “economia”. E vedo sullo sfondo un’idea di patto tra produttori in cui i lavoratori con il loro punto di vista non ci sono mai. Malgrado tutto, malgrado l’accordo separato sul sistema contrattuale, malgrado il fatto che ai lavoratori venga impedito il voto sugli accordi, malgrado la politica della Confindustria. E’ un punto oscuro. Insieme all’autonomia della politica dai conflitti di interesse, dal Vaticano, dai poteri inquinati, il Pd sceglierà l’autonomia dall’impresa e dal mercato? Questa è la domanda chiave, io non so rispondere.
Se fosse possibile tentare una conclusione da questo ragionamento, non sarebbe consolante per la sinistra radicale. Che a questo punto, tu dici, non ha gli strumenti né la forza per costruirsi come partito ma che deve fronteggiare la concorrenza di un Pd che proprio sul versante della costruzione di una forza organizzata inizierà a tentare i suoi elettori. E’ così?
E’ così. Io non credo che oggi esista alcuna formazione né esistente né costruibile in grado di costituire la risposta alla crisi della sinistra. E proprio per questo la sinistra radicale dovrebbe tentare un’operazione molto ambiziosa. Lo dico con cautela perché so bene che le idee più intelligenti possono venire solo a chi si cimenta e io non mi cimento. L’operazione ambiziosa dovrebbe essere questa: pensarsi come transitori impegnandosi però come se si fosse di lungo periodo. Neanche il Pd è in grado di dare la soluzione alla crisi della sinistra, anzi direi piuttosto che è il problema. E’ parte del nostro problema. La sinistra radicale, tutta, dovrebbe essere a tal punto una spina nel fianco del Pd da lavorare per un Big Bang generale entro cui elaborare un progetto costituente della sinistra. Un nuovo inizio a sinistra che proponga un nuovo modello economico, sociale, ecologico e dei diritti. In una nuova sinistra ci potranno essere le componenti anticapitaliste, come quelle in cui mi sento di militare, e anche le componenti non anticapitaliste. Per arrivarci serve il Big Bang, per il Big Bang serve pensarsi come transitori. E pensare come transitorio anche il Pd.

"il manifesto", 14-11-09

Il provvedimento è legge con 20 voti di scarto. Tra i banchi dell'opposizione mancavano 29 deputati!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 2 ottobre 2009


Scudo fiscale, gli assenti in aula.
Il provvedimento è legge con 20 voti di scarto. Tra i banchi dell'opposizione mancavano 29 deputati

ROMA - Lo scudo fiscale è diventato legge con venti voti di scarto tra maggioranza e opposizioni. Tra queste ultime sono stati 29 gli assenti. Tolti i deputati in missione, nel gruppo

Idv c'era un assente (pari al 3,8%),

nel gruppo Pd 22 (10,6%),

nel gruppo Udc 6 (16,2%).

Nel Pdl gli assenti erano 31 (11,5%),

nella Lega 4 (6,6%).

Nel voto finale i sì sono stati 270, i no 250.

LISTA -

Tra gli assenti:

Idv: Aurelio Misiti,

PD: Ileana Argentin, Paola Binetti, Gino Bucchino, Angelo Capodicasa, Enzo Carra, Lucia Coldurelli, Stefano Esposito, Giuseppe Fioroni, Sergio D'Antoni, Antonio Gaglioni, Dario Ginefra, Oriano Giovanelli, Gero Grassi, Antonio La Forgia, Linda Lanzillotta, Marianna Madia, Margherita Mastromauro, Giovanna Melandri, Lapo Pistelli, Massimo Pompili, Fabio Porta, Giamomo Portas.

UDC: gli assenti erano Francesco Bosi, Amedeo Ciccanti, Giuseppe Drago, Mauro Libè, Michele Pisacane, Salvatore Ruggeri. Nelle fila della maggioranza tra gli assenti Luca Barbareschi, Giulia Bongiorno, Manlio Contento, Manuela Di Centa, Elvira Savino, Maurizio Scelli, Denis Verdini. Furio Colombo, che sul tabulato distribuito ai deputati, risultava assente, è intervenuto in aula per annunciare che era presente ed aveva votato contro.

"Il Corriere della sera", 02-10-09


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Cosa accade nel PD, mentre la Serracchiani delude i suoi elettori?
post pubblicato in Messaggi, il 2 luglio 2009


Bersani: servono radici, mai più da soli

Prima un minuto di silenzio per le vittime di Viareggio, poi il programma "elettorale". Ossia, "mettere radici solide" al Pd, senza dividersi tra vecchi e nuovi, e soprattutto parlando all'Italia e ai suoi bisogni. Davanti a una platea piena di gente all'Ambra Jovinelli, Bersani ha presentato il suo programma "elettorale",  in vista della sfida della leadership con Franceschini. Nessuno, afferma, mette in discussione il progetto, ma servono correzioni. "Alle ultime elezioni il partito ha mostrato punti di tenuta e quindi non è mai stato messo in discussione il progetto politico, questo progetto però, ha proseguito, ha bisogno di forti correzioni". «Non si dica - ha aggiunto Bersani in polemica con quanti lo descrivo come l'uomo dell'apparato con una visione del Pd troppo vicina ai Ds -  che i problemi che abbiamo nascano dal tradimento del progetto originario; essi nascono da non aver messo il progetto su basi culturali solide. Ed è quello che io voglio fare».

 «Sono il candidato di nessuno che pensa ci sia bisogno di tutti», afferma l'ex ministro del governo Prodi, «ma dobbiamo avere le idee chiare sulla nostra carta di identità, perchè io non credo a un partito post identitario, senza identità riconoscibili ogni gesto mette un punto interrogativo su chi sei davvero e ti disarmi verso una destra che sparge ideologie».

Bersani ha tracciato così l'identikit: «un partito democratico che vuole estendere l'area del centrosinistra, che partecipa alla alleanza con i liberali in Europa, non scollegato dai ceti produttivi e dalle nuove generazioni, un partito del lavoro che difende «i diritti» e «non consente che a decidere di come devo morire sia il senatore Gasparri o il senatore Quagliariello». «Il Pd - aggiunge - deve saldare la propria vocazione democratica all'economia e alla società. Deve rivolgersi all'arco di persone più ampio possibile ma, al contempo, non deve rinunciare alla vicinanza al mondo del lavoro. Deve essere un partito del lavoro che rivendica pari dignità e ruolo tanto al lavoro subordinato quanto a quello autonomo e imprenditoriale, al di là di ogni rendita».

    Bersani sostiene che serve un Pd che si "ricolleghi" agli italiani. Parla di un «partito del nuovo civismo» che si batte per una «sobrietà della politica, un partito contemporaneo fortemente orientato alla modernità». L'esponente democratico ha esortato: «mettiamo le radici ma andiamo oltre Dc, Margherita e Partito comunista. Dobbiamo avere radici vere, quelle che furono la premessa delle grandi formazioni del '900».

Messa in soffitto la vocazione maggioritaria di Veltroni: «da soli non si può fare nulla», afferma. Già alle prossime elezioni regionali, dice Bersani, «andranno sperimentati larghi schieramenti di centrosinistra contro la destra».

Una battuta anche al tema introdotto dall'intervista a Repubblica di Debora Serracchiani, che ha fatto discutere nel Pd: "«Se impostiamo il dibattito su categorie inafferrabili, come vecchio o nuovo, giovane o vecchio, con la cravatta o senza cravatta, l'Italia volterà la faccia dall'altra parte e noi forse perderemo anche il partito».     

«Senza retorica, Bersani ha fatto capire, con passione e concretezza, che la ragione sociale del Pd è fuori di noi». È il commento di Rosy Bindi, che sostiene la candidatura a segretario del Pd dell'ex ministro dello Sviluppo Economico.    «È la sfida di costruire un partito che si rivolge a tutti gli italiani con una idea di società e più libera più giusta e con una proposta credibile di governo del paese. Penso che il Pd debba essere un partito aperto, plurale, nè leaderistico nè autoreferenziale. In questo partito - aggiunge Bindi - i  cattolici democratici portano il valore aggiunto di una cultura politica che nella laicità e nel primato della persona fa la
differenza anche rispetto alle impostazioni più aggiornate del pensiero liberaldemocratico e socialdemocratico»

E mentre si attende la manifestazione con Veltroni, a due anni dal Lingotto, ieri Franceschini è andato a Pistoia a un faccia a faccia con Epifani. «Farò un giro di confronto e di ascolto nel partito e nel paese e poi, entro luglio, presenterò il mio programma, ma non ci saranno cose molto diverse rispetto a quello che ho fatto in questi 4 mesi». Lo ha detto il segretario del Pd Dario Franceschini parlando dal palco della manifestazione 'Cgil incontrì.    Franceschini ha quindi elencato la necessità di «fare un opposizione dura, intransigente, ma che metta anche in campo delle proposte; costruire delle alleanze, come abbiamo fatto nelle amministrazioni locali, basate, di volta in volta sulla condivisione di un programma». Inoltre la creazione di «un partito in cui ci si confronta, qualche volta si litiga ma alla fine si decide con una voce sola». Magari anche con un voto, aggiunge Franceschini, citando in positivo la decisione del Pd sul referendum sulla legge elettorale o sulla collocazione europea.  Lo stesso segretario ha fatto sapere che sarà Piero Fassino il coordinatore della sua mozione congressuale.

"l'Unità", 01 luglio 2009
STAINO, BOBO E ILARIA CON " SINISTRA E LIBERTA' "
post pubblicato in Notizie ..., il 30 maggio 2009


PD HA ABBANDONATO BOBO

 
Vetrina 30 maggio 2009 | 2 commenti

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo un’intervista di Luca Telese a Sergio Staino, candidato per Sinistra e Libertà nella circoscrizione centro.

Dopo il caso clamoroso della madre del sindaco Emiliano che dice di votare per Nichi Vendola, il suo è stato il caso più clamoroso nella separazione fra Pd e Sinistra e libertà. In primo luogo perchè il passaggio di Sergio Staino alla lista del governatore della Puglia e di Claudio Fava è un doppio colpo che segnala due cose: lo strappo simbolico e il conflitto politico personale. E poi perchè la perdita di Bobo - la creatura più famosa del disegnatore toscano, la «mascotte» della sinistra italiana - per il Pd, è un danno non quantificabile: è come se la Coca cola rinunciasse al suo simbolo, è come se l´omino della Godyear si schierasse con la Pirelli. E infatti Staino ha disegnato i motivi del suo strappo in una vignetta per il Correire Fiorentino diretto da Paolo Ermini che ha fatto discutere tutta la città. Oggi, fra disincanto, affetto e amarezza spiega cosa l´ha ferito di più: «Prima essereminacciato di espulsione. E poi risparmiato con una scusa inverosimile!».
Staino come è possibile che alla sua età Bobo abbandoni il Pd?
«Ecco, appunto. E´ vero il contrario. Bobo è stato abbandonato dal Pd e non si capacita di come possa essere accaduto».
In che senso?
«Per Bobo, come tutti i militanti non ortodossi e non ideologici, il bene più importante sono i valori della correttezza e della laicità, l´attaccamento agli ideali. Quando ha sentito che questi venivano meno la sua appartenenza al partito è entrata in crisi».
E quand´è che lei e Bobo siete arrivati allo strappo?
«Sia io che lui abbiamo una figlia, che sia chiama Ilaria. Nelle strisce di Bobo Ilaria è rimasta una ragazzina. Nella mia vita è una trentenne che si è trovata in un paese in cui l´accesso alla procreazione assistita le è di fatto negato. Così, quando ha visto come si comporta il Pd su questi temi, mi ha detto: ´Papà, io non voto più´. Abbiamo parlato….».
La sua candidatura in Sinistra e libertà è dunque una vendetta?
«Al contrario. E´ un gesto di affetto e responsabilità. Mi candido con Vendola nella speranza di fermare l´emorraggia di voti verso l´astensione. Avrebbero dovuto ringraziarmi, è un gesto utile».
E invece?
«Il segretario del partito locale, Nannoni, mi ha chiamato: è stato imbarazzante».
In che senso?
«Mi ha detto più o meno: ´Sai, mi dispiace, ma nel partito sono furibondi, ti vogliono buttare fuori, sono costretto a farlo anche se mi dispiace».
Lo conosceva?
«Da una vita. Ma quando si arriva alla farsa conta poco».
Non è stato tentato di tornare indietro? Era ancora in tempo
«Nemmeno sfiorato dall´idea. Vede, questo partito non discute più , non si riunisce più per nulla, se almeno avessi prodotto una scossa sarei stato contento».
Non è accaduto?
«E´ successo di peggio. Visto che con questa storia dell´espulsione si stavano coprendo di ridicolo, non sapevano come tornare indietro.. Sa cos´è accaduto?».
Me lo racconti.
«Mi richiama il povero Nannoni e mi fa: Sergio, abbiamo avuto fortuna. Visto che tu non sei iscritto, allora possiamo non espellerti. Sei contento?».
Avrà sospirato di sollievo…
«Ma sta scherzando? Mi sono incazzato ancora di più!».
Perchè?
«In primo luogo perchè era una patetica bugia. Io mi sono regolarmente iscritto, e visto che il Pd si riunisce poco o nulla…».
Che ha fatto?
«Per essere rigoroso ho dato i soldi della quota a una compagna, e le ho detto: la tessera me la date alla prima occasione»
Invece ora tutti sono contenti di poter dire che lei non è iscritto.
«Questo è veramente grottesco. Sa cos´ho pensato? Se non sono mai stato iscritto al Pd allora chiedo il pagamento di tutte le vignette che ho fatto gratis per il partito, per i volantini, il giornale della festa.. una al giorno!».
E non lo ha fatto?
«No. Mi sembrava umiliante. Per loro. Così mi fanno sparire come i rivoluzionari bolscevichi dalle foto: non c´è mai stato…».
Cosa le hanno detto i leader?
«E chi li ha sentiti?».
Non l´ha chiamata nessuno?
«Purtroppo no. Solo uno, non dico il nome nemmeno sotto tortura, quello che stimo di più, mi ha parlato prima, quando ha saputo che stavo per candidarmi».
Questo è D´Alema…
«Non lo dico. Però, è stato molto comprensivo. Ha capito, e allora non voglio inguaiarlo».
E Veltroni?
«Ci ho lavorato per anni, a l´Unità: è stato il mio direttore, lo considiero un amico… Ma non si è fatto sentire. Ma non era un obbligo, sia chiaro».
E Fassino?
«L´ho difeso per anni, sul giornale, mi piaceva il suo modo di lavorare, sgobbone, serio…»
Neanche lui l´ha chiamata?
«No. Ma meglio così: la sua incomprensibile uscita sulle navi di clandestini da respingere, donne incinte comprese, mi ha fatto incazzare terribilmente. Glielo avrei detto a muso duro».
E Domenici?
«Lasci predere Domenici!».
In che senso?
«La sua candidatura è una delle cose oscene di questo Pd. E´ il simbolo della Casta che difende se stessa».
Perchè?
«Mi è piaciuto quello che ha detto di lui Pistelli: è uno dei sindaci meno popolari nella storia, sulla sua amministrazione c´è un malcontento incredibile, allora lo sistemiamo in Europa per trovargli un posto. Le pare possibile?».
Quanti la pensano come lei nel Pd?
«Moltissimi. Ma questo ormai è un partito in cui nei corridoi si dicono le maialate più atroci, ma poi in pubblico non discute più».
E Franceschini l´ha chiamata?
«No, nememno lui. Ma lo capisco. Non gliene frega nulla di me, sono una cosa troppo piccola e troppo poco importante, per lui, non faccio parte della sua storia».
Ci sarà pure qualcuno che si è comportato bene!
«Concita De Gregorio. Ho sospeso per correttezza la collaborazione con il Corriere, e avrei fatto altrettanto con l´Unità».
E invece?
«Invece lei mi ha invitato a non mollare, e mi ha permesso di pubbblicare delle vignette, in cui ho raccontato il travaglio di Bobo. E´ stata impeccabile».
Certo che la perdita di Bobo e di Staino, per il Pd è colpo.
«D´Alema un giorno, disse di me in pubblico: Staino è un compagno romantico che ci vorrebbe uniti e intenti a lavorare´. Aveva ragione: ma prioprio per questo non posso accettare il Pd sulle posizioni della Binetti»:
Perchè ha scelto proprio SInistra e libertà?
«Per me Di Pietro fino ad oggi è stato il simbolo di un giustizialismo populista che non ha nulla a che fare con la mia cultura, garantista e rispettosa dei diritti».
Perchè non i radicali?
«Ho simpatia per loro, e credo che avrebbero dovuto anche loro aggregarsi con Vendola, Fava e i socialisti, visto che sui temi chiave hanno le stesse idee».
Perchè non Ferrero e Diliberto?
«Perchè da quando sono nato combatto contro l´ortodossia e l´ideologismo di una sinistra dogmatica e conservatrice che loro rappresentano benissimo».
Quanti compagni del Pd le dicono stai sbagliando tutto?
«Nemmeno uno. Anzi. Molti mi dicono fai bene».
Qualcuno avrà pure protestato.
«Sì, due mail, di due che si sono qualificati come sostenitori di Domenici. Il che spiega tutto».
Quanta campagna elettorale sta facendo?
«Zero. Avevo un impegno con l´Unità, seguire il Giro. E´ un lavoro bellissimo, e quando prendo gli impegni li mantengo».
Ma senza campagna elettorale quanti voti prenderà?
«Non lo so, la mia è stata una scelta simbolica, il mio modo di restare fedele alle mie idee, delle poltrone non mi importa».
Magari dopo soffrirà.
«Mia moglie dice: prenderai 50 voti e finirai in depressione».
E lei?
«Le ho risposto: 50 voti forse. La depressione mai. E se Sinistra e libertà fa il quorum anche grazie a questo piccolo gesto godo».

Luca Telese
SINISTRA E LIBERTA'

Se si fosse presentata in tutte le Circoscrizione italiane, il PD avrebbe avuto ottime probabilità di ...
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 20 maggio 2009


 Debora Serracchiani a l'Unità: «Ecco come cambierò l'Europa (e il Pd)...» 
  Debora Serracchiani a l'Unità: «Ecco come cambierò l'Europa (e il Pd)...»

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Urge Opposizione nella "Democrazia" italiana! E che sia più determinata, meno pilatesca e ... nonostante i pareri della maggioranza governativa nazionale ... meno, perché no, servizievole al Governo Berlusconi e più attenta anche alla politica estera!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 dicembre 2008


 
Il Pd? Non esiste. Ne servirebbe uno...

Rina Gagliardi


L'intervista che Walter Veltroni ha rilasciato ieri alla Repubblica lascia, francamente, un po' sgomenti. Non solo e non tanto per il tono querulo di chi si sente assediato, o vittima di chissà quali complotti, e prova a fare la faccia feroce, anzi "cattivista". Non solo per il trionfalismo davvero fuori luogo di chi, in un Partito scombussolato come il Pd, arriva a dichiarare che fino a ieri (?) per il medesimo Pd «tutto andava per il meglio» e riesce ad attribuirsi, nientemeno, che la vittoria di Barack Obama alle presidenziali Usa. Ma per un ragione più generale e più seria. Di che cosa parla il leader del Pd, in una fase drammatica e ricca di sconvolgimenti come quella in corso? Di nulla. C'è la Seconda Grande Depressione mondiale, forse. C'è alle porte la guerra tra India e Pakistan, forse. C'è comunque in pieno svolgimento una crisi economica e sociale, qui e non solo qui, che prelude alla perdita di milioni di posti di lavoro. Ma Veltroni, a tutto questo, non dedica lo spazio di mezza analisi o di un quarto di proposte - come se fossero eventi o problemi secondari, che possono attendere il prossimo regolamento dei conti. Da questo punto di vista, per la verità, c'è qualcosa di surreale in tutto il "dibattito" del maggior partito di opposizione. Su che cosa ci sta scontrando così furiosamente e senza risparmio di colpi? Su quali concrete e riconoscibili ipotesi di "riformismo", su quali idee di società, su quali proposte? Un mistero, certo per quel famoso "common people" che avrebbe dovuto costituire, nelle intenzioni originarie, il vero riferimento di massa del nuovo Partito. Ma un mistero, lo confessiamo, anche per noi che tentiamo di occuparci di politica da più di trent'anni.
(continua www.liberazione.it p.5)


"Liberazione", 05/12/2008


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"Lascio solo se c'è un nome condiviso", dice il mastelliano R.Villari. Ma il nome condiviso, per il PD -di cui R.Villari fa parte-, non è LEOLUCA ORLANDO o no?! E Walter è sempre il segretario del PD o no?!
post pubblicato in Notizie ..., il 17 novembre 2008


Rai, Villari da Veltroni: "Per ora non lascio"
Il Pd: "Basta rinvii, si dimetta subito"

Il senatore del Pd eletto dal Pdl presidente della commissione di Vigilanza incontra il segretario del suo partito. "Lascio solo se c'è un nome condiviso. Al lavoro per superare la candidatura di Orlando" / FOTO


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Ultime da Roma! Invasa da Alemanno? No, distrutta dal PD di Walter!
post pubblicato in Notizie ..., il 28 aprile 2008


Appena sentite il nome
"Attila"
cosa vi viene in mente?
Facile! Il PD di Walter!
Non il PD, ma proprio il PD di Walter che ha fatto fuori anche Romano Prodi il quale, oltre ad esser stato l'unico a battere Berlusconi per ben due volte, aveva capito che ... non può esserci Centro-Sinistra senza Sinistra!
Elementare, W...alter!


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