.
Annunci online

di Ignazio Licciardi
Convivenza democratica contro ogni orrore!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 12 marzo 2011


 


In "Londra Babilonia" Enrico Franceschini racconta la vitalità del modello di convivenza tra diversi che sta alla base della società britannica

Sicuri che il multiculturalismo sia fallito?

di Guido Caldiron

Per vincere, poco meno di un anno fa, le elezioni politiche della Gran Bretagna il leader conservatore David Cameron ha puntato tutto sul progetto di una "Big Society", slogan con cui ha riassunto il suo pacchetto di "riforme" all'insegna di un drastico taglio della spesa pubblica, dall'istruzione alla sanità, e di un progressivo affidamento ai cittadini della gestione di servizi oggi di competenza del settore pubblico. Ma se per la salvezza delle istituzioni britanniche il giovane erede di Margaret Thatcher ha pensato a un massiccio trasferimento di poteri dallo Stato agli individui, non sembra pensarla affatto allo stesso modo quanto alla convivenza di culture e religioni diverse all'interno del paese. Così, all'inizio di febbraio, aprofittando della Conferenza internazionale sulla sicurezza che si teneva a Monaco di Baviera, mentre l'incendio della primavera araba si andava estendendo a nuovi paesi, Cameron ha dichiarato senza mezzi termini il fallimento del modello del multiculturalismo britannico, in base al quale ogni cultura mantiene il proprio profilo e il proprio spazio specifico all'interno della società, sostenendo che «la tolleranza passiva incoraggia la separazione» e che «lo Stato liberale deve imporre i propri principi».
Affontando il tema dell'immigrazione e dell'integrazione degli immigrati, specie i giovani islamici, anche alla luce di quanto sta accadendo nel mondo arabo-musulmano, Cameron ha spiegato che «sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l'una dall'altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati». Perciò, per il premier britannico, «è tempo di voltare pagina sulle politiche fallite del Paese», lasciare da parte la «tolleranza passiva» per passare a un «liberalismo attivo, muscolare» che trasmetta il messaggio che la vita in Gran Bretagna ruota intorno a certi valori chiave: «Una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un paese davvero liberale fa molto di più. Esso crede in certi valori e li promuove attivamente».
Che gli attentati del luglio del 2005 contro la metropolitana e gli autobus di Londra, costati 52 morti e centinaia di feriti, e realizzati da alcuni giovani adepti dello jihadismo islamico nati e cresciuti in Gran Bretagna, abbiano posto drammaticamente un quesito sulla capacità del paese di tenere insieme i propri cittadini di culture e fedi diverse, è evidente a tutti. Che la risposta muscolare indicata da Cameron possa rappresentare la soluzione, è meno certo e rappresenta infatti uno dei grandi temi al centro del dibattito pubblico britannico. Un buon punto di partenza, per capire cosa rappresenti concretamente, al di là degli slogan, il modello multiculturale del Regno Unito, è offerto da Londra Babilonia, Laterza (pp. 156, euro 15.00), il bel libro che a quella sorta di "vetrina" del multiculturalismo che è la capitale britannica ha dedicato Enrico Franceschini, storico corrispondente della stampa italiana, prima di Londra è stato a New York, Washington, Mosca e Gerusalemme.
Tra il serio e il faceto, Franceschini offre prima di tutto una fotografia di cosa significi davvero vivere in una realtà multiculturale, dove sono "le differenze" a costruire la società, più che gli elementi di "omogeneità". «Il mio giornalaio è pakistano, il mio lavasecco è persiano, il mio medico di famiglia è italiano, il dentista è brasiliano, il veterinario è spagnolo, l'imbianchino è polacco, l'elettricista serbo, il fruttivendolo indiano, il meccanico dell'auto è bulgaro, la domestica lettone, il portinaio sudafricano, il parcheggiatore libanese, il custode della scuola di mio figlio è israeliano, l'impiegata della banca che mi sorride sempre è del Bangladesh, il barista che mi fa il cappuccino è ungherese, il mio barbiere è una francese, il commesso del noleggio di dvd è turco, il tecnico del computer è russo e il mio tassista di fiducia è dello Sri Lanka. Mi fermo, ma potrei continuare per un pezzo: vivo a Londra da oltre sette anni e a volte mi domando dove sono gli inglesi».
L'area metropolitana di Londra raccoglie circa un terzo degli abitanti dell'intera Gran Bretagna, paese che è, del resto, il più multietnico d'Europa. Non solo, recenti studi indicano come il trend sia in ulteriore crescita: nel 2020 in centri come Birmigham, Leicester o Luton gli inglesi bianchi saranno una minoranza, mentre, in prospettiva, i cittadini britannici di origine straniera diventeranno la maggioranza della popolazione. Del resto, sottolinea Franceschini, «la Gran Bretagna è stata invasa da immigrati delle sue colonie e di altri paesi, in una successione di adattamenti graduali: prima gli angli e i sassoni, poi i romani e i danesi, quindi gli ugonotti, poi ancora gli ebrei, poi gli africani, i caraibici e gli asiatici». Via via fino alla realtà odierna che fa di Londra la città più multietnica della terra: «I soprannomi con i quali viene chiamata rivelano qualcuna delle sue anime, Londongrad per via dei russi, Londonistan per via degli islamici. Ma per tutti è World City, la Città-Mondo».
«E' la vendetta dei popoli colonizzati - spiega Franceschini - : gli imperi li conquistano e loro, i conquistati, penetrano poco alla volta nel tessuto sociale della madrepatria, diventandone presto o tardi cittadini a pieno titolo». Ma il punto è proprio questo: cosa significa diventare cittadini della Gran Bretagna? Se per Cameron il multiculturalismo è fallito perché non è riuscito a fare di tutti gli immigrati dei "buoni britannici", Londra Babilonia sembra suggerire un'altra ipotesi: «Se gli immigrati non diventano inglesi o britannici, e in fondo nemmeno lo desiderano, diventano in compenso cittadini di questa straordinaria metropoli multiculturale, multirazziale, multireligiosa». Non sarà che la Città-Mondo, a un tempo metafora e laboratorio del futuro che è già tra noi, offra con il suo stesso profilo, fatto di mille lingue e identità, una risposta all'altezza della sfida dei tempi? Franceschini pare esserne sicuro e ce lo annuncia spiegando come «Londinesi non si nasce. Si diventa».

 

www.controlacrisi.org


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Multicultura Intercultura

permalink | inviato da Notes-bloc il 12/3/2011 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
Intercultura e tecnologia come strumento!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 1 maggio 2008


 

Lab Story, la sit-com sulla scuola multietnica

Massimo Franchi


 

Il set di Lab Story, scuola e interculturalità - foto Unità - 220*165 - 30-04-08
Il set di "Lab Story"
Una sit-com fatta da bambini per spiegare, divertendosi e divertendo, che il mondo è a colori. E visto che ci dobbiamo vivere tutti assieme è giusto conosce e rispettare le abitudini, gli usi le tradizioni di tutti. Si tratta di Lab Story, nove puntate da 15 minuti l'una in onda dal 2 maggio ogni venerdì alle 13,40.

I protagonisti sono 8 bambini tutti di dieci anni che all'interno di un laboratorio di una scuola elementare di Roma imparano a conoscersi. Due sono figli di italiani (Luca, romano e Giuliano, toscano), poi c'è Rebecca (figlia di rumeni), Ivan e Iulia (di polacchi), Nina (di filippini), Nura (di egiziani) e Samuel (di eritrei). Alcuni sono nati in Italia, altri diventeranno italiani fra qualche anno. Ma tutti vanno a scuola e lì diventano cittadini di questo nostro paese.

È il ritratto fedele di una classe delle elementari di una grande città dove la multietnicità è la regola ormai da anni. I bambini parlano tutti l'italiano, chi più e chi meno farcito dall'accento e l'intonazione dei loro genitori.

L'obiettivo è quello di promuovere l'interculturalità: un parolone che i bambini traducono benissimo nel loro vissuto quotidiano. In molti paesi dell'Asia ad esempio il sole è bianco, non giallo e quando lo si guarda il dibattito è assicurato. Oppure il giorno di San Valentino che in Italia è la festa degli innamorati mentre in tanti altri paesi è un giorno qualunque. O ancora quello che si mangia a scuola e che non è quello che molti di loro sono abituati a mangiare a casa.

Le loro storie si sviluppano nell'aula laboratorio, nello sgabuzzino del bidello, nel corridoio e nella zona delle macchinette; s'ingarbugliano tra fraintendimenti linguistici, credenze popolari e bisticci ma in ogni episodio sono proprio i bambini a trovare la chiave di lettura per risolvere il conflitto. Nessuna morale, nessun insegnamento, solo tanta realtà quotidiana.

Mostrando agli spettatori le differenze dei bambini si impara a mettersi nei panni dell'altro e a capire quanto si è fortunati a vivere in un mondo così vario.



 

Il set di Lab Story, scuola e interculturalità - foto Unità - 220*165 - 30-04-08
Tre ragazzi del cast

Tema della prima puntata (in onda venerdì 2 maggio alle ore 13.40 su Rai Tre) e dal titolo Miss perfettissima, e' la gestualità e i diversi modi di esprimere la propria fisicità, per mostrare come i movimenti siano legati ed influenzati dall'ambiente culturale in cui siamo cresciuti.

Ad accompagnare i piccoli in questa avventura e a vigilare su di loro, due maestri, un bidello pasticcione e appassionato di bricolage, che diventano l'esempio e lo spunto per capire come un adulto può interagire con i bambini e guidarli nel gestire la complessità di alcune situazioni. Accanto a loro, anche la tartaruga Achille, raccolta dalla maestra Federica e portata a scuola, che segue talvolta infastidito e talvolta interessato la vita movimentata del lab. Un personaggio speciale, che offrendo di volta in volta il suo insolito punto di vista, offre, con la sua ironia, un ulteriore modo per leggere e affrontare sorridendo, la varietà e la complessità del mondo dei bambini di oggi.

Le 9 puntate di 15 minuti (in onda anche su Rai Edu 1, canale 805 di Sky) sono realizzate con la regia di Daniele Auricchio, story editor Sara Tardelli, protagonisti adulti Paolo Cresta, Ottavia Nigris Cosattini, Andrea Muzzi, la voce di Achille è di Enzo Salomone.

Il progetto televisivo Lab story è nato dalla collaborazione tra Rai Educational di Giovanni Minoli e il Ministero della Pubblica Istruzione. per documentare e promuovere il tema dell'interculturalità, fornendo anche attraverso lo studio della lingua italiana, gli strumenti per favorire la convivenza nella diversità. Un appuntamento tv, in onda da venerdì 2 maggio alle ore 13.40, per rispondere all'esigenza, sempre più avvertita nelle scuole primarie italiane, di promuovere l'intercultura e l'integrazione tra razze diverse presenti all'interno di una stessa classe, fornendo un metodo nuovo d'insegnamento e apprendimento dell'italiano per i bambini stranieri che devono inserirsi nel mondo scolastico e sono sempre più numerosi tra i banchi delle nostre scuole. Obiettivi del progetto, interamente prodotto dalla Rai, sono infatti sposare l'edutainment e l'alfabetizzazione alle lingue: il primo vuole intrattenere il pubblico dei bambini senza tralasciare la linea editoriale educativa, il secondo propone un modello di insegnamento dell'italiano alternativo a quelli strettamente scolastici.

«È la prima volta che Rai Educational produce in proprio una sit com», spiega Mario Orsini, direttore del progetto educativo "IlD" con "Il Divertinglese" e "Il Divertitaliano", programmi con l'obiettivo comune dell'insegnamento delle lingue attraverso la televisione e gli strumenti didattici presenti sul nuovo portale (www.ild.rai.it).

«Lo abbiamo fatto usando come protagonisti dei bambini, una novità assoluta per la tv italiana. Gli attori adulti sono solo delle spalle, dei supporti ai bambini che hanno un copione, ma vanno a memoria con delle improvvisazioni eccezionali».

«Nessun intento di fare una tv didascalica e noiosa. Facciamo intrattenimento e devo dire che siamo molto contenti di come Lab Story è venuto. Ad aiutarci nella scelta degli argomenti abbiamo chiamato degli esperti dell'Università Ca' Foscari di Venezia: non tocchiamo temi religiosi, solo la quotidianità dei bambini», chiude Orsini.

"l'Unità", 01-05-08
Pubblicato il: 30.04.08
Modificato il: 30.04.08 alle ore 18.03
Beh, ragazzi, alla luce di quanto stiamo dicendo di "educazione", che ne pensate dell'articolo di Hugo Novotny?
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 24 ottobre 2007


 

Multiculturalità e nonviolenza: nuovi paradigmi nelle relazioni internazionali, sociali e personali

17 Settembre 2007

Le sfide del nostro tempo, condizionate dal processo di transizione dell’umanità verso un nuovo ciclo della sua spirale evolutiva, hanno una portata inedita. Non ci dilungheremo ora sulla globalizzazione e sulle sue conseguenze, sulle minacce del riscaldamento globale, di una catastrofe ecologia o nucleare, del terrorismo, sebbene in qualche misura tutto ciò sia legato al nostro tema.
La questione che, nascendo dal cuore di questo processo, merita oggi la nostra attenzione, è riferita alle particolari caratteristiche dell’attuale bivio storico e alle possibili strade per il suo superamento; alle premesse per la risoluzione della crisi più profonda mai vissuta dall’umanità in tutta la sua storia.

Il potenziale tecnologico accumulato nel nostro pianeta è tale che non è ammissibile continuare a provocare conflitti e guerre. Se si prosegue su questa strada, della civiltà umana non resterà nulla. La comunità mondiale deve prendere coscienza del fatto che l’espansionismo di alcuni popoli o paesi a costo di altri è arrivato all’ultimo limite. L’espansionismo orizzontale non funziona più. È necessario cominciare a crescere in verticale: verso le profondità oceaniche, verso il cosmo, per mezzo di sforzi congiunti. E utilizzando lo stesso metodo, con sforzo congiunto e non concorrenza, risolvere definitivamente i problemi di povertà, alimentazione, malattie mortali; garantire salute ed educazione a un livello degno per tutti.
Il progresso in questa direzione non implica solo nuovi accordi internazionali sul disarmo, ma anche un cambiamento radicale di mentalità: dalla nota filosofia della violenza verso una nuova cultura della nonviolenza; dal concetto di “scontro di civiltà” verso la convergenza di popoli e culture; dalla società del consumo a una vera società umanista che ponga in primo luogo il pieno sviluppo dell’essere umano (nel corpo, nell’anima e nello spirito); garantendo inoltre che tale sviluppo coinvolga non solo alcuni settori privilegiati, ma la società nel suo insieme.
Sarà utile soffermarci su ciascuno dei cambiamenti necessari. Per iniziare, parleremo della cultura della nonviolenza e della sua metodologia, tanto per la risoluzione dei conflitti quanto per la trasformazione della società.
Nella storia troviamo numerosi esempi di persone che ci mostrano il cammino della nonviolenza.
Mahatma Gandhi e il suo movimento di resistenza al colonialismo inglese non solo diedero all’India l’opportunità di ottenere l’indipendenza mediante un cammino nonviolento, ma dimostrarono al mondo che la nonviolenza non è pacifismo, passività, ma una posizione attiva, una metodologia efficace e di alta qualità morale per il raggiungimento di obiettivi politici.
Da parte sua Martin Luther King, dimostrò l’efficacia della metodologia della nonviolenza a livello sociale, guidando il movimento di neri americani che lottavano contro la discriminazione e l’umiliazione che soffrivano nei formalmente “democratici” Stati Uniti d’America.
Tanto M. Gandhi quanto Luther King basarono la propria azione sulle idee di Leone Tolstoj, che sviluppò il concetto del primo cristianesimo di “non opporti al male con la violenza”. Questo insegnamento morale è espresso nel libro di Tolstoj “Il regno di Dio è in voi”, che fu riconosciuto come fonte di ispirazione da gente di diverse latitudini per tutto un periodo storico.
Proseguendo su questa strada, nella nostra epoca Mario Rodriguez Cobos – Silo, filosofo latinoamericano, fondatore della corrente di pensiero nota come Umanesimo Universalista, pensatore o, come è stato chiamato dai media canadesi: il “saggio delle Ande”, afferma:
“Ecco i grandi nemici dell’uomo: la paura delle malattie, la paura della povertà, la paura della morte, la paura della solitudine. Queste sono tutte sofferenze proprie della tua mente; tutte denunciano la violenza interna, la violenza che esiste nella tua mente. Considera che questa violenza deriva sempre dal desiderio. Quanto più violento è un uomo, tanto più grossolani sono i suoi desideri… Nel pianeta non c’è partito né movimento che possa porre termine alla violenza. Puoi porre fine alla violenza, in te e negli altri e nel mondo che ti circonda, unicamente con la fede interiore e la meditazione interiore… Porta la pace in te e portala agli altri”.

Davanti a noi una prospettiva completamente nuova: i nemici non sono fuori, ma dentro l’essere umano e superarli nella propria coscienza, per mezzo della riconciliazione interna, è il compito vitale più importante e, allo stesso tempo, un cammino reale di trasformazione del mondo che ci circonda. In questo modo si elimina alla radice la divisione di confronto tra “noi” e “loro” che ha condizionato per tanto tempo la relazione violenta e discriminatoria verso gli “altri”.
È evidente che in tutte le culture e in tutte le epoche sono esistiti persone e movimenti che hanno lottato per un mondo più umano con metodi nonviolenti. È indispensabile prestare maggiore attenzione, studiare attentamente queste esperienze storiche alla ricerca di mezzi alternativi e di alta qualità morale che aiutino a superare l’attuale crocevia della civiltà. Non si può guardare la storia come una semplice cronologia di guerre e conflitti, come un processo di perfezionamento delle tecnologie di distruzione; al fine di garantire la sopravvivenza e lo sviluppo successivi dell’umanità è necessaria una nuova visione del mondo, della storia e di conseguenza del futuro. È di massimo interesse l’esempio storico di Federico II, imperatore romano-germanico del sec. XIII la cui saggia politica consentì non solo di recuperare Gerusalemme per il mondo cristiano senza spargere una sola goccia di sangue, grazie a un accordo con il sultano arabo Al-Kamil, ma anche di costruire uno stato multiculturale fiorente. Un’esperienza su cui oggi sarebbe necessario soffermarsi a pensare.
È evidente che nella situazione attuale il concetto di “multiculturalità ha un enorme significato. Presuppone non solo un atteggiamento di rispetto verso i rappresentanti di altre culture (che oggi non è poco), ma anche la creazione di spazi per il dialogo, la collaborazione e la convergenza delle più diverse culture; lo sviluppo di concetti e di procedimenti che rendano possibile tale convergenza, in luogo dell’ancora vigente comportamento bestiale, indegno per l’essere umano del XXI secolo, di aggressione e dominazione di alcuni popoli su altri, giustificato dall’idea dello “scontro di civiltà”.
Credo che sia necessario sottolineare e precisare ulteriormente il concetto enunciato.
Per “multiculturalità” intendiamo non solo il rispetto verso “l’altro”, la tolleranza, ma anche l’interazione costruttiva, la convergenza di culture diverse sulla base del mutuo riconoscimento dei loro momenti umanisti, così come la possibilità di condividere esperienze spirituali profonde tra persone di culture e confessioni diverse, o di convinzioni atee.

Questo ultimo punto è di enorme attualità per il momento che viviamo, quando il confronto tra diverse confessioni religiose è utilizzato da determinati circoli di potere come giustificazione per il conflitto armato. La fede, la religiosità, è una forza potentissima che cresce dall’interno dell’essere umano e può essere indirizzata verso la costruzione o verso la distruzione. Da questa scelta dipende molto il superamento, da parte dell’umanità del XXI secolo, del punto di bivio evolutivo verso un mondo fondamentalmente nuovo, nonviolento; oppure, in caso contrario, la liquidazione totale della specie umana.
In questo senso sono di particolare interesse gli esempi della Russia e, nel secolo scorso, dell’Unione Sovietica, in grado di creare uno stato multiculturale e multiconfessionale; un’esperienza di coesistenza costruttiva tra popoli tanto diversi in un territorio comune. Proprio tali esperienze sono necessarie nel mondo di oggi per avanzare verso la nazione umana universale che già inizia a delinearsi.
E un’altra questione, molto importante per il momento attuale, legata alla visione cosmologica, al concetto del mondo che possa servire da base per una società veramente umanista.
Quando l’essere umano uscì dai limiti della Terra e, con i suoi occhi, navigando vide questa sfera, questa meravigliosa sfera azzurra che fluttuava nel cosmo, comprese che il suo mondo è un’unità, senza frontiere che dividono i popoli; comprese che non è solo nella sua città, nel suo paese, nel suo continente, nel suo pianeta. Quando l’essere umano vide il suo fragile mondo solcando lo spazio tra milioni di stelle e di galassie, sentì, dal profondo del suo cuore, un indescrivibile amore per la vita, per l’umanità, per tutto ciò che esiste… Esattamente questo sentimento è in grado di ispirare nelle persone cambiamenti significativi nella loro visione del mondo e nel loro comportamento, di spingere profonde trasformazioni nella direzione dell’umanizzazione della Terra.
Quindi la nonviolenza, la multiculturalità, l’atteggiamento aperto al dialogo e la riconciliazione, l’esperienza spirituale condivisa; l’amore per l’essere umano, la natura e tutto ciò che esiste; una nuova visione del mondo dal punto di vista del cosmonauta, sono pilastri dell’Umanesimo Universalista e, allo stesso tempo, sono premesse necessarie per il successivo sviluppo dell’umanità nella sua spirale evolutiva.

Abbiamo parlato di concetti, di procedimenti e anche di spazi che possano favorire il processo di convergenza di culture, l’elevazione spirituale e morale dell’essere umano. Nella costruzione di tali spazi lavorano oggi gli umanisti in diversi punti del pianeta. Si tratta dei parchi multiculturali del Messaggio di Silo. Due di essi sono già pienamente funzionanti in America Latina: il Parco La Reja, nei dintorni di Buenos Aires, Argentina e il Parco Manantiales nelle vicinanze di Santiago del Cile. Tra di essi, in piena Cordigliera delle Ande, vicino al monte Aconcagua, all’altezza di 2.700 m si trova il Parco Punta de Vacas, un parco con significato mondiale. All’apertura di questo Parco, il 4 maggio di quest’anno, sono arrivati quasi 10.000 pellegrini e visitatori da tutti i continenti in cerca di ispirazione per il loro lavoro nel campo dell’umanesimo e della nonviolenza. Sono anche iniziati i lavori di costruzione di parchi simili a Caucaia (Brasile), Attigliano (Italia), Toledo (Spagna), California (per l’America del Nord, Bombay (per l’Asia) e Alessandria (per Medio Oriente e Africa). Tutti questi punti hanno un grande significato storico come luoghi di incontro tra popoli, culture e confessioni.
Per terminare, altro sulla diffusione e la realizzazione delle idee espresse. Per una risoluzione delle Nazioni Unite in memoria della nascita di Mahatma Gandhi, il 2 ottobre è stato dichiarato Giornata Internazionale della Nonviolenza. Si tratta di un avvenimento importante: in primo luogo perché implica un riconoscimento della validità universale della nonviolenza; in secondo luogo perché gli eventi che si realizzeranno contemporaneamente quel giorno in tutto il mondo possono influire molto positivamente nella diffusione delle idee e della metodologia della nonviolenza applicate alle relazioni internazionali, sociali e interpersonali. Sarà importante la partecipazione alle attività corrispondenti, non solo da parte di persone e organizzazioni di tutti i paesi, ma anche di diversi strati sociali, di organizzazioni sociali, governative e, in particolare, la più attiva partecipazione da parte di bambini e giovani, come eredi e costruttori del nuovo mondo che sta nascendo sotto i nostri occhi.
In particolare, dal nostro Centro, proponiamo di includere tra le risoluzioni della presente conferenza un punto riferito all’appoggio a tale evento.

Hugo Novotny
CEHM (Centro Mondiale Studi Umanisti)

http://www.terra2.tv/2007/09/13/cosa-e-la-nonviolenza-un-documentario-parte-1-di-4/

N.B.: GLI STUDENTI UNIVERSITARI INTERESSATI SI COLLEGHINO SU sito di ignaziol icciardi

Sfoglia febbraio        aprile
il mio profilo
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv