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di Ignazio Licciardi
Karl Marx e ... governo tecnico!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 novembre 2011



Ritornato, da qualche anno, a essere discusso dalla stampa di tutto il mondo per l’analisi e la previsione del carattere ciclico e strutturale delle crisi capitalistiche, Marx andrebbe oggi riletto in Grecia e in Italia anche per un’altra ragione: la ricomparsa del «governo tecnico».
In qualità di giornalista del New-York Tribune, uno dei quotidiani più diffusi del suo tempo, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che, in Inghilterra, nel 1852, portarono alla nascita di uno dei primi casi di «governo tecnico» della storia, il gabinetto Aberdeen (dicembre 1852 – gennaio 1855).
L’analisi di Marx si contraddistinse per sagacia e sarcasmo. Mentre il Times celebrava la nascita dell’avvenimento come il segno dell’ingresso «nel millennio politico, in un’epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici», e invocava per questo governo il sostegno degli «uomini di ogni tendenza», poiché «i suoi principi esigevano il consenso e l’appoggio universali»; egli irrise la situazione inglese nell’articolo Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione (gennaio 1853). Ciò che il Times considerava tanto moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando la stampa di Londra annunciò un «ministero composto da uomini nuovi», Marx dichiarò che «il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari (…), burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e usura, e richiamati in vita solo artificialmente».
Accanto al giudizio sulle persone, c’era – naturalmente – quello, ben più importante, sulla politica. Marx si chiese, infatti: «Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuol dire il Times?». La domanda è, purtroppo, di stringente attualità, in un mondo in cui il dominio del capitale sul lavoro è tornato a essere selvaggio come lo era alla metà dell’Ottocento.
La separazione tra «economico» e «politico», che differenzia il capitalismo dai modi di produzione che lo hanno preceduto, è giunta oggi al suo culmine. L’economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è oramai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico, al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economico e sociale.
Negli ultimi trenta anni si è proceduto, inesorabilmente, a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; a trasformare possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell’apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I rating di Standard & Poor’s, gli indici di Wall Street – questi enormi feticci della società contemporanea – valgono più della volontà popolare. Nel migliore dei casi, il potere politico può intervenire nell’economia (le classi dominanti ne hanno spesso bisogno per mitigare le distruzioni prodotte dall’anarchia del capitalismo e dalle sue violente crisi), ma senza mai poterne ridiscutere le regole e le scelte di fondo.
Esempio lampante di quanto descritto sinora sono gli eventi succedutisi in questi giorni in Grecia e in Italia. Dietro l’impostura del termine «governo tecnico» – o, come si usava dire ai tempi di Marx, del «governo di tutti i talenti» – si cela la sospensione della politica (non si possono concedere né referendum, né elezioni) che deve cedere del tutto il campo all’economia. Nell’articolo Operazioni del governo (aprile 1853), Marx affermò che «forse la cosa migliore che si può dire del governo di coalizione (“tecnico”) è che esso rappresenta l’impotenza del potere (politico) in un momento di transizione». I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi.
In Italia i suoi punti programmatici sono stati elencati in una lettera (che avrebbe dovuto rimanere addirittura segreta) indirizzata, la scorsa estate, dalla Banca Centrale Europea al governo Berlusconi. Per «ristabilire la fiducia» dei mercati occorre procedere spediti sulla strada delle «riforme strutturali» (espressione divenuta sinonimo di scempio sociale), ovvero: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. I nuovi «governi tecnici», con a capo gli uomini cresciuti nelle stanze di alcune delle istituzioni economiche maggiormente responsabili della crisi (vedi la nomina di Papademos in Grecia e di Monti in Italia) seguiranno su questa strada. Ovviamente per il «bene del paese» e per il «futuro delle prossime generazioni». Al muro ogni voce fuori dal coro.
Se, invece, la sinistra non vuole scomparire deve ritornare a saper interpretare le cause vere della crisi in atto e avere il coraggio di proporre, e sperimentare, le necessarie risposte radicali per uscirne.

Marcello Musto - il manifesto del 13 novembre 2011


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Howard Zinn, Premessa a Marx a Soho
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 15 marzo 2011


Howard Zinn: Karl Marx

 


 

Karl Marx morì il 14 marzo 1883. Con qualche minuto di ritardo controlacrisi.org celebra l'anniversario proponendovi uno scritto su Marx del grande storico e militante americano Howard Zinn che dedicò al rivoluzionario un'opera teatrale - Marx a Soho - che rappresentava una risposta al tentativo di seppellire Marx sotto le macerie del muro di Berlino e del "socialismo reale". Buona lettura!

"Pensavo fosse necessario salvare Marx non solo dagli pseudosocialisti che avevano instaurato regimi repressivi in varie parti del mondo, ma anche dagli autori e dai politici occidentali che ora gongolavano per il trionfo del capitalismo" Howard Zinn


Howard Zinn, Premessa a Marx a Soho


Lessi per la prima volta il Manifesto del partito comunista – che mi era stato dato, ne sono certo, da giovani comunisti che vivevano nel mio quartiere operaio – quando avevo circa diciassette anni. Ebbe su di me un effetto profondo, perché tutto quello che vedevo nella mia vita, nella vita dei miei genitori e nelle condizioni degli Stati uniti nel 1939 sembrava esservi spiegato, contestualizzato e posto sotto una potente luce analitica.

Vedevo mio padre, un ebreo immigrato dall’Austria, con un’istruzione elementare, lavorare come un pazzo, ma riusciva a malapena a mantenere sua moglie e i suoi quattro figli. Vedevo che mia madre lavorava notte e giorno per far sì che fossimo nutriti, vestiti, curati quando stavamo male. La loro vita era una lotta senza fine per la sopravvivenza. Sapevo che c’erano nel nostro paese persone che possedevano ricchezze stupefacenti, e che certo non dovevano lavorare duro come i miei genitori. Il sistema era ingiusto.

Intorno a noi, in quel periodo di depressione, c’erano famiglie che si trovavano in condizioni disperate per colpe non loro; non erano in grado di pagare l’affitto, e le loro cose venivano gettate per la strada dal padrone di casa, che aveva la legge dalla sua parte. Sapevo dai giornali che queste cose accadevano in tutto il paese.

Ero un lettore. Avevo letto molti romanzi di Dickens, da quando avevo tredici anni, ed essi avevano risvegliato in me l’indignazione contro l’ingiustizia, la compassione verso le persone vessate dai loro datori di lavoro, dal sistema legale. Nel 1939 lessi Furore di Steinbeck, e quell’indignazione ritornò, questa volta indirizzata contro i ricchi e potenti del paese.

Nel Manifesto, Marx e Engels (Marx aveva trent’anni, Engels ventotto, e in seguito Engels avrebbe detto che Marx ne era stato l’autore principale) descrivevano quel che vivevo, le cose di cui leggevo, che – ora me ne rendevo conto – non erano aberrazioni dell’Inghilterra ottocentesca o dell’America della depressione, ma una verità fondamentale del sistema capitalista. E questo sistema, per quanto profondamente radicato nel mondo moderno, non era eterno: era sorto in una certa fase storica e un giorno avrebbe abbandonato la scena, sostituito da un sistema socialista. Era un pensiero incoraggiante.

“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi”, proclamavano Marx e Engels nelle prime pagine del Manifesto. Dunque i ricchi e i poveri non si fronteggiavano in quanto individui, ma in quanto classi. Questo rendeva il loro conflitto in qualche modo monumentale. E suggeriva che i lavoratori, i poveri, avevano qualcosa che li univa in questa ricerca di giustizia. La loro comune appartenenza alla classe operaia.

Che ruolo svolge il governo in questa lotta tra le classi? “La legge è uguale per tutti” recitavano le iscrizioni sulle facciate degli edifici pubblici. Ma nel Manifesto Marx e Engels scrivevano: “Il potere politico dello stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese”. Essi presentavano un’idea stupefacente: che gli apparati del governo non sono neutrali; che, al di là della facciata, essi servono la classe capitalistica.

All’età di diciassette anni vidi improvvisamente quell’idea concretamente rappresentata. I miei amici comunisti mi portarono con loro a una manifestazione a Times Square. Centinaia di persone dispiegarono le loro bandiere e marciarono per le strade proclmando la loro opposizione al fascismo e alla guerra. Sentii delle sirene. Lapolizia a cavallo caricò la folla. Fui stordito da un poliziotto in borghese. Quando ripresi i sensi, man mano che le idee si schiarivano, riuscivo ad avere un solo inquietante pensiero: la polizia, lo Stato, erano agli ordini di coloro che detenevano grandi ricchezze. La tua libertà di parola e la tua libertà di manifestare dipendevano dalla classe cui appartenevi.

Quando, a diciotto anni, andai a lavorare in un cantiere navale a Brooklyn come apprendista (il nostro lavoro consisteva nell’assemblare, con rivetti e saldature, le piastre di acciaio degli scafi delle navi da guerra) avevo già una “coscienza di classe”. Nel cantiere trovai altri tre giovani lavoratori come me, e cominciammo a organizzare i nostri compagni apprendisti, che erano esclusi dai sindacati di categoria. Decidemmo d incontrarci una volta alla settimana per leggere le opere di Marx e Engels.

Così lessi l’esposizione della filosofia di Marx, offerta da Engels nell’Antiduhring (una polemica con un certo Duhring) e affrontai faticosamente il primo libro del Capitale. Mi resi conto con una certa eccitazione che il sistema era stato smascherato. Al di là di tutte le complicazioni delle transazioni economiche, c’erano alcune verità di fondo: il lavoro era la fonte di ogni valore; il lavoro produceva un valore superiore ai magri salari con cui veniva ricompensato, questo surplus finiva nelle tasche delle classi capitaliste. I capitalisti avevano bisogno della disoccupazione – un “esercito industriale di riserva” – per tener bassi i salari. Il sistema attribuiva maggior importanza alle cose, soprattutto al denaro, che alle persone (“il feticismo delle merci”), così che tutte le cose buone della vita venivano misurate sulla base del loro valore di scambio.

La teoria marxista spiegava che lo sfruttamento e la lotta di classe non erano fenomeni nuovi nella storia delmondo, ma il capitalismo li aveva acuiti e diffusi su scala mondiale. Il capitalismo era una forza progressiva della storia in una certa fase dllo sviluppo dell’umanità. “La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria”, affermava il Manifesto. Essa ha avviato uno straordinario progresso scientifico e tecnologico, ha creato enormi ricchezze. Ma ha concentrato queste cose in poche mani. C’era un conflitto fondamentale tra la crescente organizzazione delle forze produttive e l’anarchia del sistema di mercato. A un certo punto il proletariato sfruttato si sarebbe organizzato, si sarebbe ribellato, avrebbe preso il potere, e avrebbe usato la tecnologia avanzata per soddisfare i bisogni umani, non per arricchire la classe capitalista.

Questi furono i miei primi incontri con Marx. Alcuni anni più tardi – dopo aver servito come puntatore nella VIII Air Force durante la seconda guerra mondiale, dopo aver frequentato il college e la scuola di specializzazione grazie alle norme di legge in favore dei combattenti e all’aiuto di mia moglie e dei miei due figli – cominciai a insegnare storia e politica, dapprima nel sud, allo Spelman College. Dopo sette anni allo Spelman, accettai un incarico all’università di Boston e mi trasferii al nord. Nei miei corsi di teoria politica dedicai un’attenzione approfondita agli scritti di Marx e Engels.

A un certo punto, nei tardi anni sessanta, cominciai a interessarmi all’anarchismo, per diverse ragioni. Una era costituita dalle crescenti prove dell’orrore stalinista in Unione Sovietica, che suggerivano di ripensare il classico concetto marxista della “dittatura del proletariato”. Un’altra era la mia esperienza nella lotta contro la segregazione razziale nel sud, guidata dal Comitato di coordinamento degli studenti nonviolenti(Sncc). Lo Sncc (o Snick, come veniva chiamato), senza una consapevole teorizzazione, agiva in accordo con i principi anarchici: nessuna autorità centrale, processi decisionali democratici dal basso. Negli ambienti della New Left degli anni sessanta questa era chiamata “democrazia partecipativa”.

Cominciai a leggere opere sull’anarchismo, partendo dalla femminista anarchica americana Emma Goldman e dal suo amico Alexander Berkman. Proseguii con Petr Kropotkin e Michail Bakunin. Bakuni era un fiero avversario dell’idea di Marx su come dovesse avere luogo una rivoluzione. Emma Goldman, deportata in Russia dagli Stati Uniti nel 1919 per essersi opposta alla prima guerra mondiale, rilevò che il nuovo Stato dei soviet stava imprigionando non solo i suoi oppositori borghesi, ma anche i rivoluzionari dissidenti e criticò duramente quello che considerava un tradimento del sogno socialista. Questa immersione nel pensiero anarchico mi portò ad avviare un seminario su “Marxismo e anarchia” all’università di Boston.

Dal 1965 (anno della grande escalation della guerra nel Vietnam) al 1975 (quando il governo di Saigon si arrese) fui profondamente coinvolto dal movimento contro la guerra, e i miei scritti erano per lo più incentrati su temi legati alla guerra. Quando laguerra finì mi sentii libero di fare altre cose e scrissi una pièce su Emma Goldman, Emma, che fu rappresentata a Boston e a New York, e negli anni successivi a Londra e a Tokyo. In una delle scene, alcuni giovani rivoluzionari newyorkesi discutono in un caffè del Lower East Side sul confronto tra le idee di Marx e quelle di Bakunin.

Ero molto interessato alla vita privata di questi pensatori. L’autobiografia di emma Goldman, Vivendo la mia vita,era un sincero resoconto della sua tempestosa vicenda di ribelle, non solo rispetto alla politica, ma anche al sesso. Marx non scrisse mai un’autobiografia, ma potevo rivolgermi a molte biografie per avere notizie sulla sua vita privata. C’era anche una bella biografia di sua figlia Eleanor scritta da un’autrice inglese, Yvonne Kapp,in cui si racconta dettagliatamente la vita della famiglia Marx a Londra.

Karl e Jenny Marx si erano trasferiti a Londra dopo che Marx era stato espulso da diversi paesi europei. Vivevano nel sudicio quartiere di Soho, e i rivoluzionari che giungevano a Londra da tutta Europa entravano e uscivano dalla loro casa. Questa scena immaginaria – Marx a casa, Marx con sua moglie Jenny, con sua figlia Eleanor – mi affascinava.

La mia fortunata esperienza con la pièce su Emma Goldmanmi aveva attratto verso il teatro, così mi disposi a scrivere un testo su Karl Marx. Volevo mostrare un Marx che pochi conoscevano, un padre di famiglia che lottava per mantenere sua moglie e i suoi figli. Tre dei suoi figli morirono da piccoli, e tre figlie sopravvissero.

Volevo che il pubblico vedesse Marx mentre diffondeva le proprie idee. Sapevo che anche sua moglie Jenny erauna persona di starordinarie doti intellettuali, e la immaginavo mentre discuteva con Marx. Sapevo che sua figlia Eleanor era una bambina dotata e precoce, e la vedevo mentre metteva in discussione le sofisticate teorie del padre. Volevo sottoporre le idee di Marx a una critica anarchica, e decisi di inventare una visita di Bakunin a casa sua. (In realtà non ci sono tracce di una simile visita, anche se Marx e Bakunin si conoscevano ed erano fieri avversari all’interno dell’Associazione Internazionale dei lavoratori, la Prima Internazionale).

C’era qualcos’altro che mi sembrava trascurato nelle valutazioni correnti di Marx. La sua immagine era soprattutto di quella di un pensatore, di un teorico. Sapevo che Marx fu molto attivo come rivoluzionario, prima come giornalista di opposizione in Germania, poi con le associazioni dei lavoratori a Parigi e con la Lega dei comunisti a Bruxelles. Fu attivo in Renania durante le rivoluzioni europee del 1848, quando finì sotto processo e fu assolto dopo una drammatica autodifesa. Durante il suo esilio a Londra si impegnò per l’Associazione internazionale dei lavoratori, per la causa della libertà irlandese e, nel 1871, come sostenitore della Comune di Parigi.

I suoi scritti di quegli anni non sono solo opere teoriche di economia politica, come Il Capitale, ma anche reazioni immediate a eventi politici, alle rivoluzioni del 1848, alla Comune di Parigi, alle lotte dei lavoratori in tutto il continente. Volevo mettere in scena questo aspetto di Marx, quello del rivoluzionario impegnato e appassionato. Il dramma aveva come personaggi principali Marx, sua moglie Jenny, sua figlia Eleanor, il suo amico Engels e il suo rivale politico Bakunin. Fu letto a Boston, dove venne ben accolto, ma non mi soddisfaceva. Decisi allora di trasformarlo in un monologo.

Mia moglie, che è sempre una critica acuta di ciò che scrivo, mi esortava a far sì che il testo fosse più attuale, più legato al nostro tempo, e non solo una rappresentazione storica su Marx e l’Europa del diciannovesimo secolo. Sapevo che aveva ragione, e dopo essermici arrovellato per un po’ mi venne l’idea che Marx, in una sorta di fantasia, sarebbe potuto tornare nel nostro tempo da dovunque si trovasse. Per di più, sarebbe arrivato negli Stati Uniti, in modo che avrebbe potuto non solo ricordare la sua vita nel diciannovesimo secolo, ma anche commentare quello che succede qui oggi. Decisi che le autorità, quali che fossero, lo avrebbero spedito per un errore burocratico non nel quartiere londinese di Soho, dove aveva vissuto, ma nel quartiere newyorkese che porta lo stesso nome.

Benchè si trattasse di un monologo, avrei fatto in modo che Marx richiamasse in vita, attraverso i suoi ricordi, le persone che per lui erano state importanti, soprattutto sua moglie Jenny e sua figlia Eleanor. E avrebbe richiamato in vita l’anarchico Bakunin. Tutti loro, in modi diversi, avrebbero sottoposto le idee di Marx a una critica decisa. Ci sarebbe stata una dialettica tra punti di vista opposti, presentata attraverso il modo in cui Marx ricostruiva le discussioni.

Scrissi la pièce in un periodo in cui il crollo dell’Unione Sovietica suscitava un’esultanza quasi universale nella grande stampa e tra i leader politici: non solo “il nemico” era scomparso, ma le idee del marxismo erano screditate. Il capitalismo e il “libero mercato” avevano trionfato. Il marxismo aveva fallito. Marx era veramente morto. Pensavo quindi che fosse importante chiarire che né l’Unione Sovietica né altri paesi che si definivano “marxisti” ma avevano instaurato Stati di polizia corrispondevano all’idea di socialismo che aveva Marx. Volevo mostrare Marx arrabiato per il fatto che le sue teorie erano state talmente distorte da poter essere identificate con le atrocità staliniste. Pensavo fosse necessario salvare Marx non solo dagli pseudosocialisti che avevano instaurato regimi repressivi in varie parti del mondo, ma anche dagli autori e dai politici occidentali che ora gongolavano per il trionfo del capitalismo.Volevo mostrare che la critica marxiana del capitalismo resta fondamentalmente vera nella nostra epoca. La sua analisi è confermata ogni giorno dai titoli dei giornali. Marx aveva visto nel suo tempo trasformazioni sociali e tecnologiche di tale caotica velocità da essere senza precedenti, il che è ancore più vero oggi. “Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le precedenti. Tutte le stabili e irruginite condizioni di vita, con illoro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabile e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora”. Questo è scritto nel Manifesto.

Marx vide con molta chiarezza ciò che noi chiamiamo “globalizzazione”. Ancora dal Manifesto: “Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. […] In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra”. Gli “accordi per il libero commercio” perseguiti dagli Stati Uniti negli ultimi anni sono tentativi di rimuovere qualsiasi restrizione al libero flusso dei capitali attraverso il gliobo, dando ai capitalisti il diritto di sfruttare la gente ovunque.

I titoli dei giornali che Marx legge nel corso del monologo non sono sorprendenti per lui. Egli vide la fusione tra le grandi imprese, che oggi prosegue su scala ancora molto più grande. Vide il divario crescente tra ricchi e poveri, che esiste non solo all’interno di ciascun paese ma, ancor più tragicamente, tra i popoli delle nazioni ricche e quelli delle nazioni povere.

Nel monologo Marx dice che il socialismo non dovrebbe assumere le caratteristiche del capitalismo. Vedendo come gli oppositori dei regimi pseudosocialisti siano stati messi a morte, riflette su ciò che aveva scritto circa il crimine e la sua punizione sul New York Daily Tribune nel 1853: “Non è forse necessario riflettere a fondo sulla necessità di cambiare un sistema che alimenta questi delitti, invece di esaltare il boia che sopprime un mucchio di criminali soltanto per far posto ad altri?”.

Viviamo in una società che l’espressione marxiana “feticismo delle merci” descrive perfettamente. Come disse Ralph Waldo Emerson all’incirca nello stesso periodo, osservando gli inizi del sistema industriale americano, “le cose sono in sella e cavalcano l’umanità”. La protezione della proprietà di un’azienda è ritenuta più importante della protezione della vita umana. In effetti la Corte Suprema decise a fine Ottocento che un’impresa era “una persona”, e in quanto tale protetta dal Quattordicesimo emendamento; più protetta, in realtà, delle persone di colore, per le quali quell’emendamento era stato in origine scritto.

Marx aveva solo venticinque anni e viveva a Parigi con Jenny quando scrisse un testo notevole, pubblicato solo molti anni dopo con il titolo Manoscritti economico-filosofici . Marx vi parlava dell’alienazione nel mondo moderno, giunta al suo apice sotto il capitalismo, con gli esseri umani alienati dal loro lavoro, dalla natura, gli uni dagli altri e da se stessi. E’ un fenomeno che vediamo intorno a noi nel nostro tempo, un fenomeno dal quale derivano sofferenze psicologiche e materiali.

Marx dedicò gran parte dei suoi alla critica del capitalismo, e ben poco alla descrizione di come potrebbe essere una società socialista. Ma possiamo estrapolare a partire da ciò che dice sul capitalismo per immaginare una società senza sfruttamento, dove gli esseri umani si sentono in comunione con la natura, con il loro lavoro, con gli altri e con se stessi. Marx ci offre alcuni indizi sul futuro quando descrive in termini entusiastici la società creata dalla Comune di Parigi del 1871 nei pochi mesi della sua esistenza. Ho cercato di includere questa visione nel monologo.

Chi legge Marx a Soho può chiedersi quanto sia storicamente accurato. I principali avvenimenti della vita di Marx e della storia della sua epoca sono fondamentalmente veri: il suo matrimonio con Jenny, il suo esilio a Londra, la morte di tre dei suoi bambini. Sono veri i conflitti politici del suo tempo: La lotta dell’Irlanda contro l’Inghilterra, le rivoluzioni del 1848 in Europa, il movimento comunista, la Comune di Parigi. I personaggi principali di cui parla sono reali: i membri della sua famiglia, il suo amico Engels, il suo rivale Bakunin. Il dialogo è inventato, ma ho cercato di mantenermi fedele alla personalità e al pensiero dei diversi personaggi, anche se posso essermi preso qualche libertà nell’immaginare i conflitti ideologici con Jenny e Eleanor. In qualche caso, come nella sua descrizione di Napoleone III; uso le parole dello stesso Marx.

La mia speranza è che Marx a Soho sia utile per capire non solo il suo tempo e il posto che Marx vi occupava, ma il nostro tempo e il posto che vi occupiamo noi.

(Howard Zinn)

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La storia di Marx s'inscrive, da un capo all'altro, in un processo di militanza contro l'autorità.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 novembre 2010


Marx libertario

 


 di Maximilien Rubel - Traduzione e note di Marco Melotti

[Vorrei ricordare Marco Melotti con un testo che egli stesso aveva curato, tradotto in italiano, e diffuso attraverso la rivista Vis-à-vis.] (Gioacchino Toni)

Nel centenario della morte di Marx questo saggio, pubblicato dieci anni fa, avrebbe bisogno di una revisione, per rinforzarne la tesi centrale: la fondazione da parte di Marx di una teoria politica dell'anarchismo (1). Se si astrae dalla tradizionale critica di carattere puramente formale, di cui questa teoria è oggetto da parte di ideologi anarchici e libertari, occorre ammettere che il vero dibattito sui modi di transizione delle società dominate dal capitale e dallo Stato è molto lontano dall'essere iniziato. Di massima, il verbalismo prende il posto di argomento privilegiato nei due campi, anarchico e marxista, senza che sia preso realmente in considerazione l'insegnamento del principale interessato. Il fatto che la quasi totalità delle risoluzioni “politiche”, redatte da Marx per i successivi congressi dell'Internazionale operaia, abbiano ottenuto l'accordo unanime dei delegati, basta, tuttavia, per riconoscere l'inanità delle critiche sedicenti antiautoritarie.

In realtà gli “antiautoritari” non erano certo meno “marxisti” dei loro oppositori, poiché, votando queste risoluzioni di cui essi probabilmente ignoravano l'autore, rendevano omaggio all'autorità di quest'ultimo (2). E che dire del voto unanime, da parte dell'insieme delle sezioni dell'A.I.T., a favore dell'indirizzo su La Guerra civile in Francia, in cui il “vero seguito” della natura della Comune è rivelato in questi termini: “Essenzialmente è un governo della classe operaia, il risultato della lotta della classe dei produttori contro la classe degli accaparratori, la forma politica infine disvelata sotto la quale si compirà l'emancipazione economica del lavoro” (3).
Come fare a non stupirsi di una fraseologia “antiautoritaria” sempre rifiorente, quando si sa che questa concezione del carattere politico della Comune fu condivisa senza riserve sia dagli adepti di Proudhon sia da quelli di Bakunin, il quale, poco tempo dopo, si è ingegnato a diffondere fra i suoi compagni di lotta alcuni libelli in cui Marx è trattato da “rappresentante del pensiero tedesco”, da “ebreo tedesco”, da “capo dei comunisti autoritari della Germania”, come chi si comporta da “dittatore-messia”, da partigiano fanatico del “pangermanesimo” (4). Che dire di quei “Documenti probanti” in cui Marx è descritto, da una parte come un “economista profondo... appassionatamente votato alla causa del proletariato”, come “l'iniziatore e l'ispiratore principale della fondazione dell'Internazionale” e, d'altra parte, come un dottrinario che “è giunto a considerarsi molto seriamente come il papa del socialismo, o piuttosto del comunismo”? Il che significa in altri termini, che, “per l'intera sua teoria, egli è un comunista autoritario, che vuole come Mazzini... l'emancipazione del proletariato attraverso la potenza centralizzata del proletariato”. Che cosa pensare di un “anarchico” o di un “comunista rivoluzionario” che crede ed afferma che l'ebreo Marx è circondato da una “folla di piccoli giudei”, che “tutta questa gente ebrea”, questo “popolo sanguisuga” è “intimamente organizzato al di là di ogni differenza sul piano delle opinioni politiche”, che esso è “in gran parte a disposizione di Marx, da un lato, e di Rothschild dall'altro” (5)?
Come prendere sul serio un “anarchismo” che, “anti-autoritario” per essenza e per proclama, attribuisce proprio a Marx il glorioso merito di aver redatto “le così belle e profonde considerazioni degli statuti”, e d'aver “dato corpo alle aspirazioni istintive, unanimi del proletariato in quasi tutti i paesi d'Europa col concepire l'idea e proporre l'istituzione della Internazionale negli anni 1863/1864”, dimenticandosi dunque o fingendo di dimenticarsi che la Carta dell'Internazionale fu un documento politico, un manifesto che conferisce alla lotta politica della classe dei produttori il carattere di un imperativo categorico, condizione assoluta e mezzo ineludibile dell'emancipazione umana (6)?
Non Marx, ma Bakunin praticava il principio della liberazione “dall'alto verso il basso”, esaltando la costituzione di un'autorità centralizzata e segreta, di un'élite avente per missione l'esercizio di una “dittatura collettiva e invisibile” al fine di far trionfare “la rivoluzione ben diretta” (7). Confidando nel movimento reale degli operai, Marx sottolineava l'importanza dei sindacati, delle cooperative e dei partiti politici in quanto creazioni “dal basso verso l'alto”, mentre Bakunin, al contrario, ripercorrendo magistralmente la traiettoria di Mazzini, eroe delle spedizioni al margine della vita reale delle masse, progettava per i rivoluzionari italiani, chiamati a coordinare una “grande rivoluzione popolare”, un piano d'azione per sollevare e spingere alla rivoluzione i contadini “necessariamente” federalisti e socialisti. Il programma prevedeva la formazione di un “partito attivo e potente”, un'avanguardia, in realtà, che marciava “parallelamente” ai mazziniani, ma guardandosi bene dal congiungersi con loro e sorvegliando che essi non si infiltrassero nel nuovo partito, ecc.
Non era certamente Marx che, di fronte alle persecuzioni dei governi e delle polizie di cui era vittima l'Internazionale in tutti i paesi del continente europeo, consigliava la creazione, “dentro le sezioni”, di “nuclei” composti dai membri più sicuri, più devoti, più intelligenti e più energici, in una parola “i più intimi”, con la “doppia missione” di formare “l'anima ispiratrice e vivificante di quest'immenso corpo che si chiama Associazione Internazionale dei Lavoratori in Italia, come altrove... Essi formeranno il ponte necessario fra la propaganda delle teorie socialiste e la pratica rivoluzionaria”. Non era Marx che raccomandava agli Italiani così reclutati di formare “un'alleanza segreta” che “non avrebbe accettato nel suo seno che un piccolissimo numero di individui i più sicuri, i più devoti, i più intelligenti, i migliori, poiché in questo tipo di organizzazioni, “non è la quantità ma la qualità che occorre ricercare”; non occorreva imitare i mazziniani e “reclutare soldati per formare piccole armate segrete, capaci di tentare colpi di mano”, poiché, per la rivoluzione popolare, l'armata è il popolo. Non era certo Marx che suggeriva di formare “stati-maggiori”, una “rete ben organizzata e ben ispirata di capi del movimento popolare”, un'organizzazione per cui “non è assolutamente necessario avere una grande quantità di individui iniziati nell'organizzazione segreta” (8).
Si può immaginare quest'uomo, come la personificazione del “comunismo-autoritario”, che si rivolge nel modo prima descritto a una rete segreta di compagni o che impiega i suoi talenti di uomo di scienza e di militante per “convertire l'Internazionale in una specie di Stato, ben regolamentato, ben disciplinato, che obbedisce ad un governo unitario e di cui tutti i poteri sarebbero concentrati nelle sue mani [nel testo di Marx]” (9)?
Come spiegare il fatto che, per suffragare il loro dogma “antiautoritario”, i sedicenti anarchici non possono fare altro che ricorrere all'invocazione ripetuta incessantemente, di alcuni passi del Manifesto Comunista od alla citazione di estratti di lettere private, così come, naturalmente, al richiamo delle manovre, ambigue e subdole, di Marx ed Engels, per far escludere Bakunin ed i suoi fedeli dall'Internazionale? Se è facile comporre un'antologia di scritti giacobini e blanquisti-babuvisti a partire dall'opera di Bakunin, una simile impresa si rivela impossibile se tesa alla dimostrazione del “comunismo di Stato” ipoteticamente esaltato da Marx.
La storia di Marx s'inscrive, da un capo all'altro, in un processo di militanza contro l'autorità. Lo Stato e la Chiesa di Prussia furono il principale ostacolo che il “dottore in filosofia” si trovò di fronte, ormai giunto alle soglie della professione di insegnante universitario: fu il primo insuccesso ma anche il primo stimolo a combattere contro l'autorità politica. Da allora la vita di Marx si confonde con una lotta politica condotta in tutti i luoghi d'esilio così come nel paese natale, dove egli poté tornare nel 1848, non come cittadino tedesco, ma come apolide. Ad eccezione dell'Inghilterra, luogo di relativa libertà, i paesi dove Marx ha soggiornato hanno sempre messo la polizia alle sue calcagna.
Godendo del diritto di libera espressione in Gran Bretagna, egli non si astenne mai dal praticare un giornalismo schiettamente anti-autoritario ed a cercare contatti nell'ambiente del cartismo, allora senza grandi prospettive politiche. A Colonia, a Parigi, a Bruxelles ed a Londra, egli militò secondo le sue convinzioni socio-politiche, non come un avventuriero che fomentava cospirazioni di nessun effetto contro l'ordine stabilito, ma a viso scoperto, là dove le libertà borghesi erano assicurate, e nella clandestinità, quando la borghesia doveva ancora fronteggiare le vestigia dell'assolutismo feudale. In breve, la sua lotta era sempre diretta contro i regimi reazionari e, dunque, autoritari.

Un insieme di principi non merita di chiamarsi “teoria”, se non sviluppa tesi empiricamente verificabili determinandone le norme di realizzazione in modo razionalmente formulabile. La teoria marxiana dell'anarchismo riunisce queste due caratteristiche: essa, da una parte, analizza i fenomeni storico-sociali nel loro sviluppo, col suffragio di testimonianze verificate e verificabili, dall'altra parte, formula pronostici relativamente credibili in funzione dei comportamenti umani e delle tendenze trasformatrici della realtà sociale.
Analitica e normativa, questa teoria non può eguagliare l'esattezza delle scienze naturali, anche se l'epistemologia moderna rimette in questione i presupposti deterministici delle scienze cosiddette esatte, assicurando in qualche modo il trionfo postumo di quel principio del “rischio”, chiave dell'atomismo epicureo (che fu il tema della tesi dello studente Marx, candidato al dottorato in filosofia). In opposizione alla maggioranza dei pensatori che si richiamano all'anarchismo o all'individualismo nichilista (Max Stirner!), scarsamente preoccupandosi, però, dei mezzi pratici che possono condurre a norme di comunità liberate da quelle istituzioni di classe che favoriscono, invece, lo sfruttamento e la dominazione dell'uomo sull'uomo, Marx ha cercato di conoscere i modi di trasformazione rivoluzionaria delle società nel passato, per dedurre da queste esperienze storiche, insegnamenti generali.
Quando egli affermava di aver assegnato alle sue ricerche l'obiettivo ambizioso di “rivelare la legge economica del movimento della società moderna”, aveva già, dietro sé, quasi tre decenni di studi in molteplici campi del sapere. Non è dunque come specialista dell'economia politica che egli si poneva, nella pretesa di rivaleggiare con Adam Smith o David Ricardo ed i loro epigoni. L'originalità del suo metodo doveva esercitarsi nell'analisi dei rapporti umani che sottendono i cosiddetti fenomeni economici, tanto nella loro espressione teorica che nella loro manifestazione pratica. Separare il critico dell'economia politica dal teorico della politica rivoluzionaria, vuol dire precludersi la comprensione del senso profondo della sua opera, ma anche misconoscere l'influenza drammaticamente costrittiva delle condizioni “borghesi”, più esattamente di quella “miseria borghese” che ha segnato tutta la sua carriera di paria intellettuale.
Abbiamo a disposizione molti indici per poter affermare che il Libro sullo Stato previsto nel piano dell'“Economia”, definito da Marx nella Prefazione alla Critica dell'economia politica (1859), doveva esporre anche una “Teoria dell'Anarchismo”. Quando, per commemorare il centenario della morte di Marx, un cronista si rammarica che l'economista abbia avuto la meglio sul teorico della politica, egli sembra proprio fondarsi su questo progetto che, però, a Marx non fu concesso di portare a compimento (10). Ora, l'autore della “Critica” afferma di disporre di “materiali” destinati a cinque “rubriche” o “Libri”; parla anche di “monografie” suscettibili di modificarsi, con l'aiuto delle circostanze, in scritti elaborati conformemente allo schema delle due triadi da cui facilmente emerge il rapporto con il metodo dialettico di un Hegel precedentemente “raddrizzato” (11). L'alone di leggenda che circonda l'opera di Marx ha finito per raggiungere un grado di mistificazione mai toccato, e bisogna necessariamente ammettere che “libertari” ed “anti-autoritari” hanno contribuito per una parte non trascurabile a questo, facendosi anche complici, spesso involontari, degli ideologi liberali e democratici arruolati al servizio degli interessi del capitalismo vero contro quel socialismo, falso, che si cela sotto il vessillo del demone totalitario.
Per la verità, è proprio “il politico” che attraversa da un capo all'altro l'intera opera di Marx, rimasta frammentaria per ragioni evidenti. Per ciò che riguarda la “monografia” menzionata fra i materiali parzialmente redatti come testo provvisorio del “Libro”, essa potrebbe essere ricostruita a partire da elementi sparsi ma numerosi, presenti in quasi tutti gli scritti, pubblicati e inediti, ormai accessibili, grazie alle edizioni e riedizioni di cui fu iniziatore Engels. Queste riedizioni si scaglionano, fin dalla sua scomparsa, per più di otto decenni, all'inizio dei quali la questione posta da Kautsky a Marx nell'aprile del 1881 sembra infine ricevere una risposta definitiva grazie all'impresa editoriale più recente, la “Marx-Engels-Gesamtausgabe” (12).
Si sa dunque ora che Marx non ha mai smesso di lavorare per la “rubrica” intitolata “lo Stato”. E' infatti con una critica della morale politica di Hegel che egli ha cominciato la sua carriera di uomo di scienza “impegnato”, così come la ha terminata con un lavoro sulle prospettive rivoluzionarie nella Russia zarista. Soprattutto si sa che il primo progetto del “Libro sullo Stato” porta la data del 1845, quando Marx aveva appena scritto il primo abbozzo di una critica dell'economia politica. Trattare di un tema come “Marx teorico dell'anarchismo” senza sottoporre questo progetto al giudizio dei lettori e, più particolarmente, di quelli che non si stancano mai di accanirsi contro il “comunismo di Stato”, vuol dire privarsi di un argomento capitale. Ecco dunque gli undici temi scritti da Marx in un taccuino usato durante gli anni '44-'47, non essendo possibile stabilire la loro data precisa:

I La storia della genesi dello Stato moderno o la Rivoluzione francese. La tracotanza del politico (des politischen Wesens): confusione con lo Stato antico. Rapporto dei rivoluzionari con la società borghese. Sdoppiamento di tutti gli individui in borghesi e cittadini (Bugerliche und Staatswesen).

II La proclamazione dei diritti dell'uomo e la costituzione dello Stato. La libertà individuale ed il potere pubblico. Libertà, eguaglianza ed unità. La sovranità popolare.

III Lo Stato e la società civile.

IV Lo Stato rappresentativo e la Carta. Lo Stato rappresentativo costituzionale, o lo Stato rappresentativo democratico.

V La separazione dei poteri. Potere legislativo e potere esecutivo.

VI Il potere legislativo ed i corpi legislativi. Clubs politici.

VII Il potere esecutivo. Centralizzazione e gerarchia. Centralizzazione e civilizzazione politica. Sistema federale e industrialismo. L'amministrazione pubblica e l'amministrazione comunale.

VIII Il potere giudiziario ed il diritto.

IX La nazionalità ed il popolo.

X I partiti politici.

XI Il diritto di voto, la lotta per l'abolizione (Aufhebung) dello Stato e della società borghese (13).

Marx si impegnò, nel febbraio del 1845, a cedere a un editore tedesco l'esclusività di un'opera in due volumi, che aveva per titolo Critica della politica e dell'economia politica. Si può dunque essere autorizzati ad affermare che lo schema precedente doveva servire all'autore, come quadro di riferimento per intraprendere i suoi studi. Molti dei temi enumerati erano stati già trattati negli scritti redatti da Marx prima dell'anno 1845, altri, invece, saranno oggetto dei suoi lavori durante tutta la sua attività di storico, di cronista politico e di polemista. “Il politico” sarà alla base dei suoi rapporti con gli anarchici affiliati alla Internazionale operaia.
All'elenco dei testi già menzionati, occorre aggiungere uno scritto polemico di una concisione e di una ironia tali che meriterebbe di essere citato per intero, in quanto documento conclusivo della teoria politica che si sviluppa da tutto l'insieme dell'opera marxiana e ne legittima la tensione strategica, finalizzata alla causa dell'anarchia.
Con un abile gioco di prestigio, Marx dà la parola a un difensore dell'“indifferentismo politico”, in modo che i discorsi citati, prima ancora di essere commentati, rivelano l'inanità del ragionamento sedicente anarchico. Basta modificare il carattere ironico del discorso fittizio, per giungere a ricostruire la concezione positiva del preteso “comunismo di Stato”:
“La classe operaia deve costituirsi in partito politico, essa deve intraprendere azioni politiche, a rischio anche di urtare gli "eterni principi" secondo i quali la lotta contro lo Stato significa il riconoscimento dello Stato. Essi devono organizzare scioperi, lottare per salari più elevati o impedire la loro riduzione, al rischio di riconoscere il sistema del salario e di rinnegare i principi eterni della liberazione della classe operaia”.
“Gli operai debbono unirsi nella loro lotta politica contro lo Stato borghese, per ottenere concessioni, a rischio di urtare principi eterni accettando compromessi. Non c'è motivo per condannare i movimenti pacifici degli operai inglesi e americani, così come le lotte dirette a ottenere un limite legale della giornata lavorativa, dunque tese a concludere compromessi con imprenditori che potranno sfruttare gli operai solo dieci o dodici ore, invece di quattordici o sedici. Essi devono sforzarsi di ottenere l'interdizione legale del lavoro in fabbrica delle ragazze che hanno meno di dieci anni, anche se, con questo mezzo, lo sfruttamento dei ragazzi al di sopra dei dieci anni non è affatto soppresso - dunque, nuovo compromesso che urta la purezza dei principi eterni!”.
“Gli operai debbono esigere che lo Stato - come accade nella Repubblica americana - sia obbligato ad accordare ai figli degli operai la scuola elementare gratuita, anche se l'insegnamento primario non è ancora l'istruzione universale. Il budget dello Stato essendo stabilito a spese della classe operaia, è normale che gli operai e le operaie imparino a leggere, a scrivere ed a far di calcolo grazie all'insegnamento di maestri remunerati dallo Stato, in scuole pubbliche, - poiché - è meglio negare i principi eterni che essere illetterati ed abbrutiti da un lavoro quotidiano di sedici ore”.
“Agli occhi degli "anti-autoritari", i lavoratori commettono l'orribile crimine di violazione dei principi, se, per soddisfare i loro meschini e profani bisogni quotidiani e per rompere la resistenza della borghesia, conducono la lotta politica senza ritrovarsi davanti a mezzi violenti, mettendo al posto della dittatura della borghesia la loro propria dittatura rivoluzionaria” (14).
Marx non immagina affatto di indicare questa dittatura operaia come “comunismo di Stato”, nonostante egli impieghi una formula non sprovvista di una certa ambiguità, col dichiarare che il nuovo potere, “al posto di deporre le armi e di abolire lo Stato”, conserva in qualche modo la struttura di coercizione esistente “nel dare allo Stato una forma rivoluzionaria e transitoria”. Queste righe, scritte diciotto mesi dopo la sconfitta della Comune di Parigi, ci provano che, nella teoria politica di Marx, gli avvenimenti del 1871 in Francia non costituivano un'esperienza suscettibile di essere evocata per illustrare il concetto di “dittatura del proletariato”. Abbiamo segnalato, tuttavia, l'errore commesso da Engels a questo riguardo e anzi, consideriamo utile ricordarlo in questo post-scriptum - che è naturalmente lungi dall'esaurire il dibattito sul tema esaminato - con qualche passaggio di un nostro testo pubblicato nel 1971:
“Engels non poteva ignorare che, per Marx, la dittatura del proletariato era una fase di transizione "necessaria" - nel senso storico ed etico - fra il sistema capitalista e il modo di produzione socialista, ‘negazione' del precedente. La teoria politica di Marx - che egli avrebbe indubbiamente sviluppato nel Libro sullo Stato previsto nel progetto dell' ‘Economia’ - si basa sul principio dell'evoluzione progressiva dei modi di ‘produzione’, ciascuno dei quali crea, nel suo sviluppo, le condizioni materiali e morali del suo superamento da parte del successivo. A causa dei suoi propri antagonismi sociali, il capitalismo prepara il terreno economico e sociale del suo cambiamento rivoluzionario che non ha nulla di un fenomeno accidentale: affinché possa realizzarsi la dittatura del proletariato, le condizioni oggettive e soggettive devono aver raggiunto un livello di sviluppo che renda ogni ritorno indietro impossibile. In altri termini, il postulato della dittatura proletaria esclude l'eventualità di un insuccesso. Una dittatura, per meritare il nome di proletaria, deve raggiungere quel tipo di società di cui essa ha posto le condizioni iniziali. La sua esistenza non può essere dimostrata se non a posteriori. Di conseguenza, l'insuccesso della Comune prova che non vi fu dittatura del proletariato e che non poteva esserci” (15).
Accordando all'opera di Marx un posto eminente fra i contributi a una teoria dell'anarchismo, noi ci sforziamo di preservare l'eredità intellettuale dei pensatori rivoluzionari del XIX secolo. La nuova teoria nascerà da un movimento rivoluzionario su scala mondiale, senza il quale la “legge economica del movimento della società moderna” - che Marx affermava di aver rivelato - avrà la meglio sull'istinto di sopravvivenza e di conservazione della nostra specie. Laddove questa legge dipende dall'analisi scientifica del modo di produzione capitalistico - che sembra tuttavia lontano dall'aver raggiunto il termine del suo sviluppo - l'imperativo categorico della rivoluzione proletaria s'inscrive in quell'etica dell'anarchia di cui Kropotkin ci ha lasciato i prolegomeni (16).


NOTE DELL'AUTORE
con integrazioni, fra parentesi quadre, del traduttore, nonché, quando possibile, sua segnalazione dell'edizione italiana delle opere citate nel testo.


1) Vedi Louis Janover e Maximilien Rubel, Materiali per un lessico di Marx - Stato, Anarchismo. Studi di marxologia, “Quaderni dell'I.S.M.E.A.”, n. 19-20, gennaio/febbraio 1978, pp. 11/161.

2) M. Rubel, La carta della Prima Internazionale. Saggio sul "marxismo" nella Associazione Internazionale dei lavoratori, in Marx critico del marxismo, Cappelli, Bologna 1981, pp. 67/68. Il Rapporto del Consiglio Centrale dell'A.I.T., redatto da Marx per il Congresso di Ginevra (1866), contiene, sotto il punto “Lavoro dei giovani e dei fanciulli - dei due sessi”, un paragrafo in cui è detto fra l'altro: “la parte più illuminata della classe operaia comprende benissimo che il suo avvenire come classe, e conseguentemente il futuro dell'umanità dipende dalla formazione della generazione che cresce. Sa che soprattutto i bimbi e i giovani lavoratori devono essere tenuti lontani dagli effetti distruttori del sistema presente. E ciò può essere realizzato soltanto attraverso la trasformazione della ragione sociale in forza sociale: e, nelle circostanze presenti, non possiamo fare ciò se non mediante leggi generali, che vengono attuate tramite il potere dello Stato. Facendo introdurre tali leggi, la classe operaia non accrescerà la forza del potere governativo. Come vi sono leggi per difendere i privilegi della proprietà, perchè non ne dovrebbero esistere per impedirne gli abusi? Al contrario tali leggi trasformerebbero il potere diretto contro di esse in loro proprio agente. La classe operaia allora, tramite una misura generale, farà quanto essa tenterebbe invano di compiere con un numero altissimo di sforzi individuali”. A.I.T. “Resoconto del Congresso di Ginevra”, pubblicato nel "Corriere internazionale", Londra 1867; cfr. G. M. Bravo, La Prima Internazionale, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 176. Votando a grande maggioranza questo rapporto, i delegati, indubbiamente, non si sono accorti di aderire alla teoria del “comunismo di Stato”, costruito più tardi dall'ostinata propaganda di Bakunin e dei suoi amici.

3) Cfr. K.Marx, La guerra civile in Francia, in K. Marx, Scritti sulla Comune di Parigi, a cura di Paolo Flores d'Arcais, La Nuova Sinistra / Samonà e Savelli, Roma 1971, p. 53.

4) Ci asteniamo qui dal produrre un florilegio di asserzioni razziste e germanofobe che la figura di Marx ha ispirato a Bakunin. Si possono trovare, fedelmente riportate ma scarsamente commentate, negli Archivi Bakunin, Vol.I, Michail Bakunin e l'Italia 1871-1872, 2^ parte: “La prima Internazionale in Italia e il conflitto con Marx”, Leiden 1963. La prevenzione "antiautoritaria" dell'editore, A. Lehning, non favorisce un giudizio equilibrato e chiarificatore sul fondamento teorico d'un conflitto il cui studio dovrà essere ripreso fin dall'inizio, stante la confusione degli epigoni di entrambi i campi, "marxista" e "antimarxista".

5) M.Bakunin, Rapporti personali con Marx. Documenti probanti n. 2, op. cit., pp. 124 e segg. “Ciò può sembrare strano. ... Ah! E' che il comunismo di Marx vuole la potente centralizzazione dello Stato, e là dove c'e centralizzazione dello Stato deve esserci necessariamente una Banca centrale dello Stato, e là dove esiste una simile Banca, la natura parassita degli Ebrei, speculando sul lavoro del popolo, troverà sempre modo di esistere” (ibid. p. 125).

6) Vedi la Lettera agli internazionalisti della Romagna, del 23-1-1972, Archivi Bakunin, Vol.I, 1963, op. cit. pp. 207/228. Bakunin qui fa il suo mea culpa per aver contribuito ad allargare i poteri del Consiglio generale dell'A.I.T. durante il Congresso di Bale (1869) e aver rafforzato in tal modo l'autorità della "setta marxista".

7) Michail Bakunin, Lettera ad Albert Richard, 1° aprile 1870, Archivi ..., op.cit., p.XXXVI e segg. A.Lehning riassume, nella sua introduzione, le attività di Bakunin che tendono a “dare alle masse una direzione veramente rivoluzionaria”, moltiplicando le organizzazioni segrete.

8) M.Bakunin, Lettera a Celso Ceretti, del 13-27 marzo 1872, Archivi Bakunin, op.cit., pp.251 e segg.

9) M.Bakunin, Lettera agli internazionalisti della Romagna, cit., p. 220. Prima di usare l'espressione "marxista" per designare gli amici di Marx, Bakunin parlava di "marxiani" e di "nucleo marxiano".

10) Cfr. Jacques Jullard, Marx morto e vivo, in “Le nouvel Observateur”, 25-31 marzo 1983, p. 60: Marx avrebbe “trascurato la teoria politica” a vantaggio di una “teoria dello sfruttamento economico [ ... ] per nostra sfortuna”.

11) K.Marx, Opere, Pléiade-Gallimard, Tomo I.

12) Questa edizione è dovuta all'iniziativa congiunta degli Istituti del Marxismo-leninismo di Mosca e di Berlino (RDA). Una quindicina di volumi - su un totale calcolato di più di cento - sono stati editi dal 1975.

13) Cfr. Marx-Engels, Werke, Berlino (RDA), vol. III, p. 537. I punti da VIII a XI sono indicati con 8', 8", 9' e 9".

14) Cfr. K.Marx, L'indifferenza in materia politica, pubblicato su l'“Almanacco Repubblicano”, 1873, in Karl Marx e Friedrich Engels, Critica dell'anarchismo, a cura di Giorgio Bakhaus, Einaudi, Torino 1972, pp. 300 e segg. [N.d.r.: Rubel ricorre qui a un classico detournement sul testo marxiano, peraltro dichiarandolo apertamente].

15) Introduzione a Jules Andrieu, Note per la storia della Comune di Parigi nel 1871, Parigi, Payot, 1971, edizione curata da M. Rubel e L. Janover. Il volume sarà ripresentato dall'editore di “Spartacus”, Rene Lefeuvre.

16) Pierre Kropotkin, L'Etica, traduzione dal russo con un'introduzione di Maria Goldsmith, Stock+Plus, Parigi 1979. A un secondo volume è affidato il testo inedito di una bozza di cui la traduttrice riassume il filo di pensiero direttivo, pp. 8 e segg.

E' utile segnalare uno studio italiano, in cui le tesi qui presentate ricevono chiarimenti complementari: Bruno Bongiovanni, L'Universale pregiudizio. Le interpretazioni della critica marxiana della politica, La Salamandra, Milano 1981. Va qui chiarito che Rubel definisce questo suo articolo come “post- scriptum”, in quanto proprio come tale esso è stato pubblicato, alla fine del 1983, su “Les cahiers du vent de chemin”, rivista di tendenza marxista-libertaria, rappresentando un logico completamento di un più corposo saggio che l'autore diede alle stampe molti anni fa, con il titolo di Marx teorico dell'anarchismo, all'interno di una ricca antologia di suoi brani, pubblicata a Parigi nel 1974, con il titolo di Marx critico del Marxismo. Si noti, nel merito, che la traduzione italiana di tale opera di Rubel ha visto la luce soltanto nel 1981, per i tipi della Cappelli, e rappresenta a tutt'oggi (per quanto risulta a chi scrive) l'unico scritto rubeliano comparso nel nostro paese, oltre a un secondo articolo, Tesi su Marx oggi, stampato su “Quaderni del NO“ n.2, nella primavera del 1986, e a un breve contributo, Riflessioni sull'utopia e sulla rivoluzione, comparso nel volume collettaneo, curato da Erich Fromm, L'umanesimo socialista, pubblicato dalla Rizzoli, nel 1975.

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