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di Ignazio Licciardi
Presentazione (registrata)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 marzo 2015


Presentazione del libro di Marina Minghelli, Nel Mezzodelgiorno, Franco Angeli, Milano 2010 di Maria Bonafede – Barbara Bruno – Carmen Cardella –Liliana Cimino – Deborah Davì – Tiziana Fiumefreddo – Valeria Giardi – Jenny Giustiniano –Antonino Leonardi – Ignazio Licciardi – Federica Passavanti – Laura Scianò -Libreria Feltrinelli di Palermo, 31 Gennaio 2011 Premessa di Ignazio Licciardi Saluto, anzitutto, la scrittrice Marina Minghelli. Ringrazio la Feltrinelli per l’ospitalità e, chiaramente, tutti i presenti, tra i quali sembra che emergano soprattutto volti giovani. Già questo scenario mi fa intravedere il senso della speranza, di un futuro di successo, di un grande successo. Se i giovani affollano le Librerie e i luoghi di cultura vorrà pur dire che la rinascita è vicina. Potrei dire, anzi, che essa sembra voler ripartire proprio da questo spazio, adornato di pagine e copertine stampate e di note musicali che a fatica restano serrate nei loro contenitori. Ebbene, co-presente a me v’è un gruppo di giovani studenti della Università di Palermo che studiano e meritano di rendersi protagonisti, più che semplici spettatori, perché non vogliono continuare ad ascoltare coloro che ripetono fino alla nausea che, anche per loro, verrà il giusto tempo, sol perché oggi sono ancora – dicono costoro! -inesperti, proprio perché troppo giovani, per cui devono attendere, sì, … devono attendere il loro tempo. Ebbene, questi giovani, invece, si fanno interpreti del pensare di tutti quei giovani sempre messi da parte, affinché non producano, affinché non lavorino, affinché non esistano … e così tali giovani decidono, con la loro presenza, che “quando il tempo loro è il tempo giusto”, lo decidono da sé e non grazie ad altri! E, così, stanno qui, in questa serata, a presentare il libro di Marina Minghelli con i loro interventi che seguiranno questa mia breve Premessa. Marina, io non sono un critico letterario, sono soltanto un cultore, un ricercatore della scienza dell’educazione e della formazione. Dico questo, perché, Marina, avresti meritato in avvio di questo pomeriggio letterario, per l’appunto, una voce che sapesse, meglio di me, di noi, leggere tra les paroles che compongono il tuo libro. Ho accettato, però, perché, come direttore della Collana “biblìon” nelle Edizioni Franco Angeli, ho avuto modo di leggere le bozze non di stampa ma di prima o seconda stesura del tuo narrare/viaggiare/dialogare. Ti dissi, allora, che il tuo testo, se letto tra le righe e fuor e dentro d’esse, trasudava di messaggi pedagogici e, dunque, politici. Sono chiaramente orgoglioso di poter usare tale aggettivazione, in un tempo in cui il “pedagogico” sembra non riuscire ad ottenere spazi adeguati nei meandri di una cultura stanca (veicolata, oramai e per lo più, da un diffuso cattivo uso dei mezzi tecnologici e digitali). “Pedagogico” sembra esser diventato, per la gente tele- dipendente e non, espressione quasi di “potere che plasma, che ideologizza, che dirige”, quando invece “pedagogico” significa proprio il contrario e l’opposto del plasmare e del modellare e manipolare! Avremmo tanto bisogno di pedagogisti e di educatori sguinzagliati per le vie delle territorialità, per sostenere, per sollecitare, per l’appunto, l’avvento della rinascita. Abbiamo tanto bisogno di educazione, ma non soltanto nel suo senso più diffuso, piuttosto nel suo senso autenticamente politico e democratico e partecipato e che individua nella solidarietà, nell’essere responsabili, l’autentico senso del cammino, del viaggio, della narrazione del sé e dell'io e delle comunità che si aggregano, grazie soprattutto ai tanti “sé”, ai tanti “io”. Ebbene, Marina Minghelli è stata da me colta e interpretata, sin dalla mia prima velocissima lettura del suo scritto, come messaggera dell’autentica politica, dell’autentico farsi del pedagogico che è dell’uomo che vuol andar sempre oltre se stesso e non s’accontenta di ciò che va conquistando durante il suo viaggiare, il suo peregrinare, il suo narrarare/rsi. Ma cerchiamo di conoscere Marina Minghelli prima ancora che ella si racconti a noi, dal vivo. E lo faremo, mutuando da una sua pubblicazione -precedente a quella che andiamo a presentare -che ha per titolo I Tossici. Un viaggio nel Paese dell'Albero della Melarosa (Armando, Roma 2008) e, in particolare da una sorta di Introduzione che dice se stessa come un Prima del viaggio che noi non contestualizzeremo, perché vogliamo cogliere semplicemente il significare delle parole e delle frasi della scrittrice e capirle e non capirle e, poi, desiderare di rileggerle, contestualizzandole nel percorso della narrazione. Ascoltiamo Marina Minghelli: “... che bello il mondo cambierà, era un sole lucente grande come una moneta, conservata con cura insieme al pronome di prima persona maschile e femminile plurale caduto in disuso. Il corrispondente pronome personale femminile singolare divenne il centro della sua vita nella fase seguente, quella che sentiva appena conclusa. Una liberazione” […] “... se vi è ancora un luogo ove si debba andare allora è salutare rapidità, che tradotto in linguaggio comune voleva dire datti una mossa, alza il culo, muoviti cristo santo che cosa aspetti, arriva l'autunno, mica vorrai passare un altro anno così adesso che tutto è stato fatto, che tutto è pronto […] Sapeva da un pezzo che era tempo di partire […] A metà vita è una seduzione […] E ora ciao, ciao, ciao. Saluti educati, un breve cenno con la testa, un inchino a destra uno a sinistra. Signori e Signore vi saluto, me ne vado, ciao […] Più che mai … il viaggio, maestro di metamorfosi, promette libertà, permette di fuggire le rigide leggi dei radicati (i vincitori), scioglie la fissità, insomma compie l'impossibile […] acciuffa un sapore, il profumo, la possibilità di come potrebbe essere se... […] Mise i piedi nei suoi sogni […] Aveva le stelle sul viso quando l'India si arrampicò fino a lei per rimanerci”. E ... Marina Minghelli … viaggia, narra e, nell'oggi del suo Nel MezzodelGiorno … chi vede? Chi incontra? Volti giovani, entusiasti, pronti, ma che attendono anche di poter incontrare qualcuno per strada che possa, come dire … aiutarli a non perdere la speranza. Certamente, i giovani, soprattutto in questi ultimi giorni, ma già da tempo o, meglio, da sempre! -, ci hanno dimostrato di saper camminare non soltanto da soli, ma di trascinare e addirittura risvegliare gli indifferenti, i sonnecchianti, grazie alle loro lotte colorate, grazie alle loro deboli armi! Quali? Quelle della protesta contro le Leggi giudicate ingiuste, contro i modi di un esistere che sconcerta e che affligge; quelle armi che ci appaiono sotto l’originale forma di scudi di cartone che rappresentano copertine di libri che avrebbero dovuto rendere il mondo più ricco e colto e forte … per la sua nobile debolezza! E certamente: quei giovani che hanno saputo gestire le terre confiscate a quei signorotti che si impadroniscono continuamente dei territori e … delle coscienze dei divenuti e resi vinti e degli oppressi a causa dei ripetuti ricatti che hanno il potere di manipolare a tal punto una soggettività da farla divenire semplice e mero oggetto, cosa o, più chiaramente, suddito e pur anche … stranamente, assurdamente fedele al padrone oppressore. Marina, tu sei in terra di Sicilia, sei in terra, però, non soltanto di signorotti, di mafiosi, sì, che liquidamente oramai si espandono, raggiungendo posti ben mirati e per loro succulenti; no, perché la Sicilia è soprattutto terra di Signori, di grandi e nobili Signori che portano nei loro cuori … nomi come quelli di Livatino, di Falcone, di Borsellino, di La Torre, di Peppino Impastato, di Fava e di tanti e tanti altri che è impossibile enumerare tutti, perché tanti altri nomi di Signori vagano, son presenti tra quei nomi appena menzionati. Son qui, con noi, in questo pomeriggio che vede e sente presenti e, con loro, vede e sente, pure, quel tuo narrare, Marina, che è riuscito a calamitare, in questo coltivato spazio, tanti giovani che tutto vorranno essere e divenire, tranne che oppressi, tranne che sudditi, tranne che soggetti privati del diritto al lavoro e al riconoscimento del loro esistere. Perché asserire ciò? Perché dobbiamo condividere responsabilmente che bisogna “educare alla comprensione, per cooperare per il progresso sociale”; e con questa frase, ho intessuto, così, il dire di due, tre o chissà quanti pedagogisti che potrebbero portare il nome dell’italiano G.M.Bertin, o di un H. Gardner, o di un J. Dewey o di romanzieri, di narratori, di viaggiatori, tra i quali mi sembra di scorgere chiaramente, sì, Te, Marina Minghelli. Soltanto questo, Marina. Lascio, adesso, la parola ad alcuni studenti (Maria, Barbara, Carmen, Liliana, Deborah, Valeria, Jenny, Antonino, Federica e Laura) che vorrebbero ringraziare Marina per il suo impegno, per il suo scritto e per la sua presenza, qui tra noi, questa sera, nei locali della Libreria Feltrinelli. Poi, il dire più mirato degli altri due relatori, Salvo e Domenico e, infine, la voce, l’intelligenza di Marina e, se resterà tempo, un veloce dibattito. Grazie, Marina, perché Tu hai entusiasmato i miei giovani studenti e … anche perché hai nobilitato la Collana “biblion” della Franco Angeli Edizioni. Grazie ancora, Marina. Introduzione di Deborah Davì Un antico, autentico sapore ci riporta indietro nel tempo, in un viaggio, un nuovo inizio. Si riscopre, attraverso le sensazioni, i gusti, gli sguardi di Marina Minghelli, un ritorno alla terra e alla terra del Sud: non rozza e selvaggia, non povera e arretrata, ma acquista il suo senso più vero più vivo di un ridonarsi alla vita. Con questa voglia frizzante di entusiasmo che profuma di libertà, e con un retroscena fatto di lotte e morte, martiri e mafie, si cercano delle risposte, delle svolte. E' così che si apre un ciclo di racconti. Si trova una vita sofferta di chi lavora nei campi, ma quel sudore che bagna la fronte di chi ama quella terra, forse non del tutto maledetta, fa germogliare semi di speranza, di chi ha ancora voglia di vivere. Sono i ragazzi delle cooperative di LIBERA, organizzazioni sparse nelle regioni dell'Italia del Sud impegnate a "curare" e recuperare le terre che le mafie hanno disperso, deturpato. Cosa, nella storia, il potere mafioso ha segnato? Sono le nostre coscienze, le nostre menti, i nostri volti coperti da piaghe che gemono. Sono "quei" ragazzi che cercano di "liberare" una terra, da una colpa, forse innocente? Perchè la terra è di chi la mantiene, di chi la nutre con devozione. Le mafie invece la uccidono costruendoci sopra i mausolei per i loro morti. E' una gioventù narrata che trova coraggio consapevole e protagonista, voci che si fanno unanimi in quei campi, che si rendono "verbum", tra parole, risate e fatiche... In quei campi lasciati a morire, si apre strada, nuova, dove sia pure libero dal peso di un padrone o di una malavita che si espande invece con tante voci taciute. Un uomo è libero, se la terra che gli appartiene è libera. Una terra da amare, la quale chiama, pretende ogni uomo. "La voce della terra" ricoglie un prodotto, il suo, una"coltura", un lavoro faticato che non è mai perso ma sempre guadagnato e ricompensato. Ma nella mentalità del meridione si riflette una terra abbandonata, la nostra, alla sua mesta solitudine. Le nostre campagne dorate si lasciano carezzare, consolare da un vento caldo e solo. Fino a quando? Fino a quanto! Che cos' è "cultura" diceva Danilo Dolci? E' "saper cogliere" un frutto, il frutto dai cuori, dalle menti, dalle mani di ogni uomo. Cultura non è guardare l'altro sotto la chiave di un dominio, di un "Potere", bensì è sapere scegliere, cogliere il bene dal non bene nell'altro. Cosa significa "essere nel mezzo del giorno"? Significa esserci. E' essere dentro alla vita di tutti i giorni, è essere una luce, tra le altre, che lavora, che smaschera violenza e indifferenza, che fa accadere "un qualcosa" di grande significato o di grande"sapore". Quella terra, "cosa nostra e solo nostra", è stanca di essere arida, spoglia dei suoi colori, non vuole più lutti. Ma la terra è ancora vita se rimarrà unita... Uno stendardo e i suoi colori: verde di spazi sconfinati, libertà; bianco di una neve che si scioglie al sole, giustizia; rosso di non traditi sogni, valori, dignità. Una Italia, una bandiera, un volto che ci accomuna tutti, come uomini, come cittadini non stranieri ma eredi di diritti e doveri. Ragazzi comuni, ce lo hanno dimostrato. La vita è un bene da non estinguere ... un profumo da distinguere dal puzzo del "compromesso morale". Paolo Borsellino diceva: "La lotta alla mafia il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti specialmente le nuove generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che rifiuta il puzzo del compromesso moralistico, dell'indifferenza, della contiguità e quindi complicità... Parlatene della mafia, parlatene alla radio, in televisione, sui giornali, però parlatene... Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perchè il vero amore consiste nell'amare ciò che non ti piace per poterlo cambiare. Se la gioventù le negherà il consenso, anche l' onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo". (Settembre1991, tratto da un discorso) (Deborah Davì) Intervento di Jenny Giustiniano 1. Nel mezzo del giorno è il titolo del libro scritto da Marina Minghelli che narra in prima persona il meraviglioso viaggio, svoltosi all’interno delle cooperative agricole nelle terre confiscate alle mafie. Questo si svolge nel Mezzogiorno da cui il titolo del volume, e si concentra su quattro regioni: Calabria (a Polistena dove è nata la Ndrangheta), Puglia (a Mesagne dove è nata la Sacra Corona Unita), Campania (a Caserta dove è sorta la Camorra) e infine in Sicilia (a Palermo dove ha avuto inizio “Cosa nostra”). All’interno di queste regioni sono nate delle Cooperative, create dall’associazione Libera di Don Luigi Ciotti, e sono stati allestiti anche dei campi estivi, dove centinaia di ragazzi volontari, ogni anno si mobilitano per riscattare ciò che con violenza e arroganza, è stato sottratto e perché diventi simbolo di un possibile riscatto, di giustizia e sviluppo per l’intera comunità. Per i giovani volontari, le terre non sono state solo motivo di integrazione e interazione ma anche di formazione. Si tratta infatti di comunità piene di grinta e di forza di volontà che si sono messe in gioco per trasformare quelle terre danneggiate, deteriorate e ferite materialmente e simbolicamente, in vere e proprie risorse per l’intera “communitas”. (J.Giustiniano) Intervento di Federica Passavanti E questo viaggio si dimostra trasformativo, in quanto ha fatto crescere molto la nostra autrice umanamente e civilmente. Il libro contiene un quid speciale, ciò sta nel fatto che la crescita avviene anche in noi lettori, in quanto mostra realtà che sono conosciute fin troppo superficialmente. Ciò viene fuori proprio dalla forma di diario, che, è un ottimo escamotage per mettere in luce, attraverso gli occhi dei giovani, le realtà dei piccoli paesi trascurati, dove la paura per la mafia è ancora forte. La Minghelli mostra come l'associazione LIBERA (associazioni, nomi e numeri contro la mafia) lotta ogni giorno, affiancata da giovani volontari per combattere le mura dell'ingiustizia, del dolore e della sete, cinte dalle organizzazioni mafiose locali. Nel diario emerge come sempre più giovani del nord, lontani dalle realtà dei piccoli centri del mezzogiorno, ove ancora si percepisce lo stato di soggezione della popolazione da forme oppressive ancora radicate, si accostano a queste associazioni ed è la prova che ogni messaggio non è vano. Il diario non fornisce solo il punto di vista dell'autrice, anzi questa lascia raccontare le esperienze ai volontari stessi coinvolgendoli a 360 gradi. Il libro parla di persone che hanno fatto una scelta, che si sono schierate e si attivano. E che certamente rappresentano un grande esempio da seguire. Si percepisce un forte messaggio di speranza attraverso la messa in luce, in questi territori, di persone come Pio La Torre, Placido Rizzotto, Danilo Dolci i giudici Falcone e Borsellino nati da queste terre, ma la cui esperienza rimarrà sempre esempio eclatante di contrasto alla mafia. (F. Passavanti) Intervento di Maria Bonafede MAFIA.. termine che fa paura a molti.. termine che per alcuni è senso di vita.. per altri sofferenza e per altri ancora motivo di lotta, per cambiare il nostro cosiddetto mondo-corrotto. Ma non sono in molti a sapere cosa vuol dire mafia, c’è chi ne parla senza saperne nulla e chi addirittura diceva che non è mai esistita. Ma la MAFIA o, per meglio dire, le MAFIE sono complessi di associazioni clandestine, cosche criminali rette dalla legge dell'omertà e del silenzio, che esercitano il controllo sulle istituzioni statali e sui territori circostanti. “NEL MEZZO del GIORNO” ci racconta l'avventura delle cooperative agricole nate nelle terre confiscate alle mafie nel Sud d'Italia e i campi estivi dei giovani volontari che ogni anno partono per lavorarci. L’iniziativa nasce grazie a Libera “ Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" che è nata il 25 marzo 1995 con l'intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente, Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. Gli obiettivi sono stimolare la nascita di un circuito di economia legale, libera e giusta nel massimo rispetto del lavoratore e dell'ambiente, restituendo valore alle terre che appartenevano alle mafie e rendendo i frutti accessibili a quanti più cittadini possibili. (Maria Bonafede) Intervento di Antonino Leonardi E, così, l libro racconta in modo approfondito l’esperienza, che l’autrice definisce “sovversiva”, di un viaggio che va verso la conoscenza delle cooperative agricole nate nelle terre confiscate. La “promessa” di questa avventura è lo spirito con cui il viaggio viene intrapreso, “il tornare a casa mutato”, la stessa sensazione che il lettore avverte alla fine del racconto. Il lettore ha così l’opportunità di ripercorrere la storia della ‘ndrangheta calabrese, “al primo posto nel traffico internazionale di coca e non solo”; di esplorare il caposaldo su cui si fondano le mafie tutte, ovvero “l’onore e il rispetto per la famiglia e l’assoluta obbedienza alle Sue leggi in favore della protezione assoluta e del benessere economico”, fino a scoprire e ri-scoprire le origini storiche e sociali della più vicina Cosa Nostra. Contro questa mentalità e realtà siamo trasportati, dall’entusiasmo dei racconti dei volontari, alla scelta “etica” di rifiutare il compromesso e la rassegnazione culturale all’onnipotenza mafiosa, rappresentata dalle azioni, volontà e lotte dei giovani narratori che credono nel recupero sociale e produttivo di quei territori un tempo proprietà esclusiva delle mafie. E, poi, l’esempio concreto di un’economia basata sull’agricoltura biologica, di qualità e non nociva, che rappresenta la “sfida” per rilanciare il mercato e la comunità verso la “legalità antimafiosa”, attraverso un lavoro definito “vero" e "segno di libertà”. Un’occasione importantissima soprattutto per quei soggetti svantaggiati che, imparando un lavoro e mettendo in gioco se stessi, possono “cambiare un destino spesso segnato dall’emarginazione sociale”. (Antonino Leonardi) Intervento di Liliana Cimino E sono molti i capitoli da cui si evince come la Mafia sia fortemente radicata nella cultura di quelle popolazioni che, pur subendola, in molti casi, l’accettano, probabilmente per paura. Ma la cosa che più lascia a bocca aperta è vedere come, alle volte, la politica sia piuttosto “lenta” a percepire il problema e a combatterlo. Tutto questo è accompagnato, per fortuna, da valorosi esempi di grandi espressioni di legalità e magnanimità come quei numerosi ragazzi volontari, e i responsabili delle singole cooperative, e don Luigi Ciotti, e don Giuseppe Diana, e don Pino Puglisi, e i Falcone e Borsellino… esempi che, con la loro perseveranza (alcuni hanno pagato con la loro stessa vita), hanno portato avanti un progetto di socializzazione e di democrazia che purtroppo oggi potrebbe tornare a risultare un po’ troppo utopico. La volontà dei giovani, il loro entusiasmo, la loro forza d’animo nel fare le cose più semplici come coltivare le terre, raccoglierne i frutti, tenere in ordine la cooperativa fa di questi atteggiamenti un modus agendi che permette di crescere emotivamente e socialmente soprattutto. Il senso di responsabilità che investe questi ragazzi non fa sì che essi sentano un clima di disagio di pesantezza; anzi, in esso, trovano sempre lo spirito, per estenderlo il più possibile. Un libro che riesce a dare un reale e concreto senso di determinazione, anche lì dove le situazioni sono tra le più impervie, ma vorrei anche aggiungere un libro molto scorrevole, capace di rendere una discreta empatia con i toni e gli argomenti trattati. Molto significativa ed esaustiva la trattazione della storia cronologica delle varie mafie locali, volta a far prendere coscienza, più dettagliatamente, di alcune piaghe che ancora ora affliggono molte terre del sud. L’argomentazione della Ndrangheta, della Camorra, della Sacra Corona Unita e di Cosa Nostra mostra non soltanto un forte disagio a livello economico ma anche politico e sociale (Liliana Cimino) Intervento di Carmen Cardella E, allora, come non ricordare un intervento di Don Luigi Ciotti che così recita: “«Legalità è il rispetto e la pratica delle leggi. È un'esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune». Queste di Don Ciotti sono parole tratte da un documento del 1991 della Chiesa italiana. Non soltanto ai magistrati, alle forze di polizia, allora, dobbiamo riconoscenza e rispetto. Legalità dobbiamo essere tutti noi. Legalità è responsabilità, anzi corresponsabilità. Legalità sono quei beni confiscati alle mafie e destinati a uso sociale. -E ricordiamolo in questa serata: perché prendesse forma quella Legge sulla confisca dei beni, "Libera", quindici anni fa, dovette raccogliere un milione di firme -. Legalità sono il pane, l'olio, il vino, la pasta che produciamo con cooperative di lavoro nelle terre confiscate alle mafie. Migliaia di giovani arrivano continuamente dall'Italia e dall'estero, durante le vacanze estive, per dare una mano, per formarsi, per approfondire! Legalità è l'attenzione ai famigliari delle vittime innocenti delle mafie e ai testimoni di giustizia; persone che hanno avuto la forza di trasformare il dolore in uno strumento concreto, non violento, di impegno e di azione di pace e chiedono almeno tre cose: giustizia, verità, dignità. Legalità sono quei percorsi che Libera anima in oltre 4500 Scuole, quei protocolli firmati con circa il 70% delle Università. E poi i progetti con le Istituzioni e il Ministero, il concorso "Regoliamoci". «La mafia teme la scuola più della giustizia. L'istruzione taglia l'erba sotto i piedi della cultura mafiosa» diceva Nino Caponnetto. Non può esserci legalità senza uguaglianza! Non possiamo lottare contro le mafie senza politiche sociali, diffusione dei diritti e dei posti di lavoro, senza opportunità per le persone più deboli, per i migranti, per i poveri. Legalità sono i gruppi e le associazioni che si spendono ogni giorno per questo. Legalità è la nostra Costituzione: il più formidabile dei testi antimafia. (Carmen Cardella) Intervento di Valeria Giardi Le località dove si svolgono i campi sono soprattutto nel sud Italia, nelle aree dove si sono radicate la Mafia siciliana, la 'Ndrangheta, la Camorra e la Sacra corona unita. Questi territori sono marchiati da pregiudizi che sminuiscono tutta la popolazione di ogni regione, perché vige l’idea che, in quei territori dove è vissuta e vive la mafia “attualmente”, tutta la popolazione sia “mafiosa”. A mio parere, Marina Minghelli, con il suo libro, in un certo senso, opera affinché si cambino determinate considerazioni sbagliate a riguardo della società che vive e ha vissuto queste realtà mafiose. La narratrice scrive la sua opera quotidianamente, annotando, la sera, le esperienze che l’hanno colpita durante il giorno, come se ella compilasse un diario personale, facendo riaffiorare i propri ricordi legati ad ogni singola persona e luogo. L’idea del “diario”, mi ha affascinato e incuriosito maggiormente nella lettura di questo piccolo saggio. L’autrice mostra un susseguirsi di paesaggi mediterranei, manifestando gradualmente l’esperienza mafiosa che si è insediata nelle terre di Puglia, Campania, Calabria e Sicilia; mostra come ogni “mafia” sia nata e si sia evoluta, di generazione in generazione; come lo Stato sia intervenuto per bloccare queste organizzazioni criminose e narra dei tanti giovani che, spinti da un profondo senso di legalità,abbiano deciso di partire verso le terre dove la mafia stessa operava e, forse continua ad operare, ma non proprio indisturbata. (Valeria Giardi) Intervento di Tiziana Fiumefreddo E così, Marina Minghelli, autrice de I tossici. Un viaggio nel ...paese dell’ albero della Melarosa, Santa Marina la travestita e di altri testi, nel 2009, iniziando il suo viaggio, sin dall’inizio, mostra quella sua voglia, quel suo bisogno, di guardare con i proprio occhi, e toccare con le proprie mani i luoghi che sono stati scenari di violenza e malavita. Un amore per la terra che le ha trasmesso il padre. Vive queste esperienze insieme all’associazione Libera. Il suo viaggio oltre a presentare in maniera chiara e semplice le informazioni principali di queste mafie ci permette di conoscere spaccati di vita di persone comuni ma con tanto da raccontare: Ed emergono personaggi come Ivano, per esempio, che sin da piccolo ha vissuto in prima persona l’esperienza della malavita e che con determinazione e coscienza ha deciso, poi, da che parte stare! Oppure lo stesso Don Luigi Ciotti e Valerio Taglione, il quale vede il progetto Libera Terra come una possibilità di riscatto e giustizia per qualcosa che gli appartiene. Perché leggere questo libro? Ma perché, se non abbiamo l’opportunità di viaggiare con i nostri corpi, non ci rimane che farlo con la mente, soprattutto tra le parole di questo libro, un libro che scorre veloce come un treno sui binari per un viaggio che mostra una realtà dura e scomoda che molti di noi, per noncuranza e omertà, copriamo con un velo apparentemente leggero ma che diventa via via sempre più pesante sulle coscienze di ognuno di noi. Un velo che può volare via soltantoo con una rivoluzione culturale. E come dice l’autrice: “… A lui ho raccontato del mio essere donna e di come la fatidica domanda da dove vengo dove voglio andare mi abbia portata lontano. Perché come fai a scegliere se non sai chi sei. Come fai a misurarti col mondo se non ti riprendi ciò che ti è stato tolto arbitrariamente.” (Tiziana Fiumefreddo) Intervento di Barbara Bruno Sì, è un libro che si legge con lo stesso spirito di quando si va alla scoperta di qualcosa di nuovo e sensazionale. Io credo di esserne stata completamente rapita e di aver viaggiato davvero con Marina Minghelli, di aver visto quei campi, di aver conosciuto tutti i soci e tutti i volontari delle cooperative, ma soprattutto di aver compiuto “ l’antica promessa che ogni viaggiatore insegue, cioè di tornare a casa mutato…", come è stato già detto. Ricordo quell’immagine forte della fattoria descritta da Marina Minghelli, dalla quale emergono delle scritte e dei dipinti di tutti i volontari che si sono avvicendati durante un’estate; tra queste: “il grido potente e dolcissimo di Don Peppe Diana che si impossessa di te e non ti lascia più, quando dice : PER AMORE DEL MIO POPOLO!” L’autrice racconta di incontri formativi che i responsabili del campo organizzano per i volontari e, tra questi, l’incontro con il magistrato Raffaello Magi che consente di esortare i ragazzi a porre delle domande ai politici, agli imprenditori ma soprattutto a loro stessi perché potesse avvenire e verificarsi una sorta di riqualificazione e di cooperazione tra tutte le forze che intendono contrastare il fenomeno mafioso della Camorra che da sempre vive di estorsioni, di usura e che prende tangenti sulla prostituzione, sul gioco d’azzardo e sui rifiuti. E Marina giunge, così, pure nella nostra Sicilia ed ella dice: “ Che bella la Sicilia. Ci sono dei nomi che ti emozionano appena li pronunci; dici “Sicilia” e subito le si attacca l’aggettivo come se fosse un attributo imprescindibile capace di riconoscerla per sempre, qualunque cosa accada”. Significativo l’incontro di Marina Minghelli con Domenico, un giovane socio della Cooperativa sociale Pio La Torre che diventerà il cuoco dell’agriturismo Terre di Corleone. Domenico ha un diploma di alberghiero che tuttavia non gli fruttava un lavoro; “ poi, un giorno, per caso, mi è capitato questo…” -dice il giovane -“ho trovato lavoro nella mia terra, sono imprenditore di me stesso… e chi l’avrebbe mai pensato! Perché vedi qui il lavoro te lo danno come favore, invece che come diritto. Dare lavori dignitosi è sconfiggere la mafia!”. Credo che le affermazioni di Domenico rispecchino il pensiero di molti giovani, il mio, il nostro, sicuramente! Di tutti quei giovani che come lui chiedono un riscatto a questa società per i loro sforzi, che vogliono la possibilità di mettersi in gioco alla luce del sole, che vogliono una terra Libera! La verità è che, per molto tempo, abbiamo perso -se mai l’abbiamo avuto -il sentimento di sdegno. Di sdegno, contro la rassegnazione e il silenzio che hanno messo a tacere ogni uomo, donna e bambino e che hanno pervaso ogni angolo della nostra bella Sicilia, della nostra bella Italia, ridotta ad un analfabetismo etico senza precedenti. Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi. Sì è vero, si parla spesso di come sia nata la mafia, ma Giovanni Falcone diceva: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Falcone ci credeva. Noi ci crediamo. Vogliamo scrivere la parola FINE a questa storia! (Barbara Bruno) Conclusione di Laura Scianò Storia di una realtà disagiata che colpisce prevalentemente noi giovani; legata alle problematiche proprie dello sviluppo della nostra società, ossia alla crescita della disoccupazione, dei suicidi giovanili, della tossicodipendenza e delle criminalità organizzate come la mafia. Ad ogni modo, il forte disagio nasce dalla nostra incapacità di ascoltare e di comunicare emozioni. Ecco allora che dovrebbe intervenire la figura dell'educatore professionalmente riconosciuta, operando e collaborando sulle basi di un progetto di intervento all' interno di una complessa rete sociale; privata di quel dono supremo che è la libertà di pensiero. Risulta dunque fondamentale, ritrovare una libertà che possa far riflettere sul proprio operato e sulla propria conoscenza ridiscutendone la veridicità, quando i valori e i principi di fondo; permettendo inoltre di riacquisire il senso e la direzione di marcia del proprio lavoro; restituendo motivazione, spiriti d'iniziativa e di conquista. In verità credo sia proprio questa la dimensione che ci permette di esistere dandoci la forza di andare avanti. Perché ognuno di noi, dovrebbe costruire un progetto, una speranza che non è un pensiero vago;ma una forza ,un sentimento che incita l' uomo a tenere duro, ad insistere, a non mollare e ad impegnarsi. (Laura Scianò)
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