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di Ignazio Licciardi
Giancarlo Majorino, La dittatura dell'ignoranza, Tropea, pp.96
post pubblicato in Notizie ..., il 30 dicembre 2010


 

«C'è un regime invisibile,
è la dittatura dell'ignoranza»
 

Tonino Bucci

La dittatura dell'ignoranza, formula che ha ispirato un pamphlet in prosa di Giancarlo Majorino, poeta e scrittore, non è una boutade. Dalla prima all'ultima riga di questo volumetto uscito per Tropea ("La dittatura dell'ignoranza", pp. 96, euro 10) è tutto un corpo a corpo con le parole, una discesa al fondo di un regime autoritario globale, ma invisibile sotto un «parziale arredamento democratico». Il berlusconismo e l'Italia ne rappresentano un «campione effervescente», non l'unico però. Ma cos'è la dittatura dell'ignoranza? Una «dinamica sudditanza diffusa, inalata quasi senza avvedersene minuto dopo minuto». Si potrebbe anche dire «sfrenato bombardamento pubblicitario, istituzione permanente della spettacolarità, progressiva sostituzione del linguaggio con le immagini, sottovalutazione del pensare e del ragionare, dipendenza da stereotipi, scollamento dalle ricerche della cultura e dell'arte», ma soprattutto «dominio del Denaro e del Potere». E' una rivoluzione antropologica silenziosa che distrugge la vita. Di questo, Giancarlo Majorino - oggi docente di Estetica e analisi alla Nuova accademia di belle arti, oltre che presidente della Casa della poesia di Milano - ha parlato e scritto nei suoi versi, nei suoi poemi, il più importante dei quali è "Viaggio nella presenza del tempo".

La dittatura dell'ignoranza è l'effetto di una poderosa macchina simbolica, di un sistema sofisticato di comunicazione di massa che fa uso di tecnologie avanzate. Un paradosso che tutte le capacità simboliche siano utilizzate per creare un regime di distrazione di massa, no?
Sono argomenti che in poesia tratto da tanti anni. E infatti i critici mi rimproverano spesso un'eccessiva vicinanza della mia poesia con la realtà. La dittatura dell'ignoranza è un sistema ampio e pericoloso, ma inavvertito. E' una forza invisibile che va molto più in là dell'evidenza del berlusconismo, che è la nostra iattura. Questo grande imperio simbolico è ora che venga tolto dal buio. Però c'è un limite da parte dell'opposizione che non riesce ad andare oltre il dire no al "sì" che viene continuamente riproposto. Intendiamoci, il dire no è fondamentale, è un atto di denuncia di cui non possiamo fare a meno. Però il no è sempre un derivato del sì. Io propongo uno spostamento, cioè la possibilità di un discorso più ampio. Chi fa le domande, chi governa, chi ha il potere di nominare le cose mette l'opposizione in condizione di poter dire solo no. Bisogna sottrarsi a questa trappola.

L'ignoranza non sarà anche effetto del passaggio dalla scrittura all'immagine? Lo scritto richiede attenzione, l'audiovisivo invece è più liquido, non si sedimenta, è un continuo affermare e negare. Non è così?
C'è l'ossessione di tradurre la parola in immagini. E' opinione diffusa, ad esempio, che i cantautori siano poeti o che i disegnatori di fumetti siano pittori. Ci sono bravi cantautori e bravi fumettisti, non è questo il punto. Voglio dire che c'è ignoranza anche in chi ignorante non dovrebbe essere. La dittatura dell'ignoranza si esercita su tutti, anche su coloro che avrebbero la responsabilità di fare cultura o di opporsi politicamente allo stato esistente. Gli stessi artisti hanno una parte di colpa. Io parlo di fortezze nascoste, di intellettuali che preferiscono chiudersi e rintanarsi in un eccesso di gergalità. Si intendono solo tra loro. Poi arrivano i mezzi di comunicazione di massa a fare da tramite. Già nel nome di tali meccanismi appare chiaramente il loro fare trasformante le persone in pubblico, in massa.

Tra questi due estremi, le fortezze chiuse della cultura e la comunicazione massificata non c'è un'altra via, uno "spostamento" come lei dice? La televisione, ad esempio, si può usare per uno scopo diverso da quello per cui è attualmente utilizzata, oppure il "mezzo" determina irrimediabilmente il messaggio e non c'è scampo?
Qua e là faccio subentrare il sogno di una via di mezzo non subordinata al dominio. Ci sono possibilità interne di movimento. Ma c'è una mancanza di fondo o, meglio, una mancanza di avvertenza di fondo. La dico come si poteva dire un tempo. E' un intero sistema di sistemi che è entrato in crisi. In termini marxisti si potrebbe dire che è un'intera classe sociale, quella dominante, che sta crollando; ma questa caduta si prolungherà chissà per quanto tempo ancora, avendo la borghesia accumulato una capacità gigantesca di potere e di persuasività. Che poi in Italia tutto questo con Berlusconi acquisti un carattere particolare e particolarmente disastroso, è sotto gli occhi di tutti. Ma il discorso è molto più ampio.

Il poeta dispone nella lingua di una riserva inesauribile di creatività. Fino a che punto però è autonomo e dove comincia invece l'eteronomia, la dipendenza dall'epoca in cui vive? Chi può svelare quest'epoca senza rimanerne impigliati?
Nell'antologia da me curata "Poesie e realtà" dicevo che la bellezza oggi non può che essere tanto autonoma quanto eteronoma. Deve tutelare entrambi gli aspetti. A parte il paradosso che in Italia ci sarebbero centinaia e centinaia di migliaia di poeti - ma la gran parte fanno solo delle righe a capo, sono autori di evasione, solo in pochi scrivono versi - a parte questo, non è vero che l'Italia è un paese senza poeti, come sostiene Adriano Sofri. I poeti contemporanei esistono con le loro opere ma solo raramente appaiono sui giornali e nelle trasmissioni televisive, altrimenti cadrebbe lo stereotipo ottocentesco del poeta maledetto, dello strano tipo. Si scoprirebbe invece che il poeta può essere una persona tranquilla, magari persino intelligente e preparata, che difficilmente potrebbe essere spacciato per un "personaggio". Oggi in Italia abbiamo cinque, sei poeti veri, ma chi li legge?

Lei insiste molto sulla quotidianità, un luogo di orrore che non riusciamo neppure più a vedere. E' come essere già morti e non accorgersene. I mezzi di comunicazione ci restituiscono solo un simulacro di quotidianità, la ripetizione del sempre nuovo, della notizia. Chi è in grado di raccontarla davvero?
Gli artisti sono radunati in corporazioni che hanno linguaggi gergali, purtroppo. Magari in questo modo mantengono un livello alto di scrittura, ma la fregatura è che non vanno oltre se stessi. Gli unici lettori dei poeti sono i poeti. Io ho lavorato al mio poema quasi quarant'anni. M'era venuto in mente di distribuirlo una pagina alla volta all'entrata del metro. Occorrerebbe che i giornali dedicassero una parte permanente alla poesia, ma non intendo la classica terza pagina e neppure, ovviamente, gli articoli scandalistici. Ci vorrebbe una sensibilità idonea per tirare fuori poeti e scrittori dal loro isolamento. Altrimenti resteremo prigionieri della rappresentazione del mondo che ci viene propinata. Debord aveva avvertito questo rischio ne "La società dello spettacolo". I settimanali di gossip sono aumentati. La gente ha una sorta di idolatria per i divi, persone supposte felici. Chi si oppone, dall'altro lato, continua a dire no a tutto questo, ma non riesce a trovare le radici di questa sudditanza.

Appunto, è nel quotidiano, nella cosiddetta letteratura d'evasione, nei programmi televisivi di intrattenimento che si costruisce la dittatura invisibile dell'ignoranza. O no?
E' lì che si forma l'obbedienza. Marcel Proust diceva che noi siamo abituati a utilizzare al minimo le nostre facoltà più preziose - l'intelligenza, i sentimenti, l'immaginazione, una criticità permanente. Trasformiamo la nostra vita in "vitette", anziché godercela come matti. Abbiamo una sola vita. Dovremmo allenarci all'intensità, a vivere intensamente. La sostanza del presente è il gremito, siamo tutti strapieni, facciamo parte di una massa enorme di informazioni e finte opere d'arte. Ma accanto c'è una distruzione continua di vita, la cronaca nera imperversa eppure non sappiamo niente dei veri padroni, di quelli che spostano un ditino e licenziano centomila persone. Viviamo in un cosmo costruito sulla convenienza di chi ha potere, sull'enorme differenza tra chi ha, e quindi è, e chi non ha, e quindi non è.


"Liberazione", 30/12/2010

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