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di Ignazio Licciardi
La vicenda Fiat incarna tutto questo, con una violenza tale da rievocare, mutatis mutandis, la catastrofica sconfitta operaia del biennio rosso, sfociata nell'ascesa del fascismo e nella cancellazione dello stesso Stato liberale.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 28 dicembre 2010


La storia peggiore
che non dobbiamo rivivere
 

Dino Greco

Società schiavistiche sono esistite e, come si vede, possono esistere anche nella modernità. Semmai potrebbe sorprendere che queste rimettano radici nell'Europa che, dopo la sconfitta del nazismo e dei fascismi, seppe munirsi di un efficace welfare e nell'Italia che riuscì a darsi il più forte partito comunista dell'Occidente. Un'Italia, tuttavia, che è già da tempo divenuta post-Costituzionale e dove la degenerazione democratica, al livello politico e istituzionale, trova il suo perfetto corrispondente nella devastazione dei rapporti sociali, nella dittatura senza più bardature del capitale sul lavoro. Il pendolo, rimasto in equilibrio per oltre trent'anni di vita repubblicana, si è qui da noi rapidamente spostato verso l'impresa, complice la globalizzazione capitalistica e l'implosione di un'Europa che ha costituzionalizzato il mercato, piuttosto che i diritti. Il caso italiano ha tuttavia impresso un'accelerazione a questo processo generale, dimostrando come politica, cultura, ideologia possano trasformare molecolarmente modi di pensare, comportamenti, equilibri sociali un tempo non lontanissimo dati per consolidati. Ora, però, accadono fatti che si incaricano di produrre un'ulteriore, decisiva, precipitazione, un salto di qualità che - anche simbolicamente - dà il senso del mutamento che si va producendo. La vicenda Fiat incarna tutto questo, con una violenza tale da rievocare, mutatis mutandis, la catastrofica sconfitta operaia del biennio rosso, sfociata nell'ascesa del fascismo e nella cancellazione dello stesso Stato liberale. Raffronto per molti aspetti improponibile, si dirà, ma non privo di analogie, che tornano come una iattura, come un filo rosso che riproduce antichi italici vizi, non cancellati - come speravamo - dall'epopea resistenziale. Torna, in forme persino più aspre e volgari, la sudditanza del potere politico all'impresa; torna l'inclinazione pusillanime di una sinistra moderata che non possiede nelle sue corde né il coraggio né l'ambizione di un vero progetto di cambiamento; torna il sindacalismo rinunciatario che decide di non combattere ed abbandona il proletariato al suo destino. Anche quest'epoca riproduce i suoi Turati e i suoi D'Aragona, senza neppure la dignità e - tutto sommato - la statura morale che quelle figure seppero mantenere. Il diktat della Fiat (si smetta di chiamarlo accordo, solo perché sottoscritto da sindacati corrotti e del tutto cooptati nella catena di comando dell'azienda), esportato da Pomigliano a Mirafiori e destinato a divenire il modello canonico delle relazioni industriali imperanti nel Paese, cancella l'interlocutore sindacale, riducendolo alla stessa impotente succubanza, al ruolo corrivo nei confronti del regime politico e di quello di fabbrica che fu dei sindacati fascisti. Un modello neo-corporativo nel quale l'interesse dell'impresa - quali che siano le forme nelle quali si esprime - viene fatto corrispondere con gli interessi generali.
C'è - incorporato nell'editto di Marchionne - lo stesso divieto di sciopero, pena il licenziamento, che fu istituzionalizzato per legge nel ventennio. E c'è lo scioglimento d'autorità, dentro l'azienda, del sindacato, del solo sindacato indipendente rimasto in campo, la Fiom. Questo poderoso colpo all'architrave su cui poggia la Costituzione e, possiamo ben dirlo, la democrazia, non suscita preoccupazioni nel centrosinistra, in un Pd ormai incapace di tutto. Ora leggiamo che Susanna Camusso giudica antidemocratico e illiberale Marchionne. Alleluia. Peccato che non ne tragga alcuna conseguenza. Martedì scorso avrebbe potuto derivarne coerenti determinazioni, impegnando tutta la sua organizzazione in una corale risposta di lotta, capace di chiamare a raccolta tutti i lavoratori italiani e di costituirsi come il collante di un raggio amplissimo di mobilitazioni sociali, a partire dal movimento degli studenti che ha dimostrato un'eccezionale maturità e coscienza di sé, cogliendo proprio nel rapporto con il lavoro la chiave potenzialmente vincente di un nuovo blocco sociale. Poteva, Susanna Camusso, ricordare ciò che nel 2002 fece Sergio Cofferati, mettendo in campo tutta la forza possibile della Cgil per impedire la manomissione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, riuscendo - con una battaglia di non comune intensità che divenne lotta di popolo - a fermare l'offensiva padronale e a rovesciare le prospettive di una pesantissima situazione politica. Invece, Camusso ha preferito traccheggiare, cercando impossibili sponde in una Confindustria a tutto interessata meno che a ostacolare seriamente il disegno della Fiat, ingaggiando invece un duello intestino con la minoranza e con la propria categoria più esposta, accusata di rigidità negoziale.
Accade così che la democrazia, svuotata di ogni sostanza e pervertita, come ha scritto Fernando Savater, in «clepto-democrazia» e il capitalismo del terzo millennio regredito, quanto a vocazione predatoria e violenza della sfruttamento, a paleocapitalismo, non trovano efficace contrasto politico. E ciò accade perché - come osserva magistralmente Jurgen Habermas - «mentre le élite si barricano anche moralmente nelle loro gated comunities, i rituali della sinistra rispecchiano il generale ottundimento di questo spirito normativo e la crescente tendenza ad accettare come normale ed ovvio un egoismo razionalista, che con gli imperativi del mercato è penetrato ormai fin dentro i pori di un ambiente di vita colonizzato». Bisogna allora avere il coraggio di andare alla radice, considerato che, in altro modo, come aveva ben compreso Karl Marx, non si cava il ragno dal buco. Per ri-comprendere, a maggior ragione dopo le infinite repliche che la storia ci ha riservato, che il capitalismo è ontologicamente irriformabile; che il mercato non può concepire limiti, né sottoporsi a regole esterne, destinate ad essere travolte non appena possibile senza riguardo ai mezzi da impiegare; che la riproduzione del capitale oggi distrugge piuttosto che generare forze produttive e che lo sviluppo di una democrazia integrale, intesa come autogoverno dei produttori associati, è incompatibile con la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Fino a quando la sinistra rimarrà prigioniera dell'autolesionistica illusione che affida alla politica il compito di temperare il mercato e addolcire gli "spiriti animali", saranno questi ultimi a prevalere. Rompere questa gabbia che impedisce al pensiero critico di inoltrarsi oltre il già visto e il già sperimentato e paralizza l'azione e la lotta politica: ecco il compito non svolto che sta ancora di fronte a noi. Sarebbe incoraggiante se la sinistra, tutta la sinistra, di fronte al pericolo estremo, fosse capace di mettersi alle spalle le sedimentate divisioni per fare causa comune nella lotta contro la soppressione dei diritti nel lavoro e la definitiva eclissi della democrazia costituzionale.


"Liberazione", 28/12/2010


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permalink | inviato da Notes-bloc il 28/12/2010 alle 21:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le condizioni dettate dalla "cultura del padron-cino": negazione delle libertà, dei diritti, della dignità degli individui!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 giugno 2010


La lotta di classe
in Italia
 

Dino Greco
 

Domenica abbiamo pubblicato, pressoché per intero, il testo di quello che viene spacciato per accordo e che in realtà è (come hanno osservato, fra gli altri, due ex segretari generali della Cgil e il più prestigioso leader che la Cisl abbia mai avuto) un editto imposto dalla Fiat, con il bastone sul tavolo, ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Abbiamo voluto riprodurlo tal quale, e non semplicemente riassumendone il contenuto, perché quella prosa, ossessivamente ripetitiva nel rimarcare i poteri arbitrari sussunti dall'azienda e le punizioni contemplate per i lavoratori o i sindacati dissenzienti, è di per se stessa un manifesto di inaudita arroganza padronale. Ve ne raccomandiamo la lettura. Si vedrà come forma e contenuto si rincorrano nel riplasmare - normativamente e stilisticamente - il quadro asimmetrico di relazioni dentro cui, nel futuro, si dovranno iscrivere i rapporti fra il management aziendale ed i lavoratori, fra il padrone e l'operaio, fra chi comanderà e chi dovrà soltanto - e silenziosamente - ubbidire. Eppure, malgrado l'assalto all'arma bianca scatenato contro la Fiom - con pochissime eccezioni - da organi di governo, partiti della maggioranza e dell'opposizione parlamentare, gli uomini di corso Marconi sono nervosi. La fiaccolata di sabato promossa ad imitazione della manifestazione con cui nel 1980 i quadri e gli impiegati dello stabilimento torinese spensero la lotta operaia contro i licenziamenti, si è risolta in un flop. Quello che doveva essere un rito propiziatorio, in vista dell'odierno referendum, non è andato bene. E la Fiat lo sa. Sa anche che essa potrà estorcere un consenso solo formale a persone che voteranno in condizioni di illibertà. Per questo non si fida. Ed ecco allora farsi strada, nella compagine aziendale, l'ipotesi inimmaginabile, la più spregiudicata e dirompente. Si costituirebbe una nuova società che rileverebbe lo stabilimento, i macchinari e, fra i dipendenti, solo quanti aderissero manifestamente ad un contratto aziendale coerente con la proposta Fiat. Insomma, una soluzione piratesca che fino a ieri avevamo visto praticare soltanto dai padroncini dei laboratori della subfornitura manifatturiera, i quali - con escamotage simili a questo - hanno tante volte cambiato nome e ragione sociale alla propria microimpresa, dalla sera alla mattina, lasciando per strada i lavoratori, per poi riassumerne una parte soltanto, liberandosi di tutti gli indesiderabili. Non sappiamo se la Fiat voglia davvero oltrepassare la soglia al di là della quale c'è spazio soltanto per la più barbara oppressione sociale.
Certo è che le condizioni politiche che alimentano gli "spiriti animali" del capitalismo nostrano ci sono tutte. In primo luogo un governo indecente, che si schiera senza batter ciglio con un'azienda che, dopo aver beneficiato per decenni di finanziamenti pubblici, si appresta a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese (sostenendo che in Sicilia si può produrre solo in perdita) e minaccia ora di cancellare anche quello di Pomigliano, nel caso in cui i lavoratori non si pieghino a subire condizioni servili; un governo che si genuflette davanti ad un atto di imperio che fa passare l'investimento industriale per una generosa concessione e non per un doveroso impegno verso la comunità operaia che ha fatto, per tre generazioni, le fortune di una famiglia imprenditoriale. Si vuole cancellare dalla memoria storica dei giovani lavoratori la consapevolezza che il padrone il lavoro non te lo dà, ma se lo prende. E che tu non gli devi nulla, se non le tue braccia e la tua onesta fatica, mentre è lui che deve tutto a te.
Non avremmo mai pensato che a questi rudimenti dell'alfabeto sociale si sarebbe tornati. Ma a questo siamo. E del resto, come meravigliarsi, se fra gli uomini e le donne del Pd che avallano questa ecatombe di diritti tiene banco la cruciale discussione se sia il caso, fra loro, di chiamarsi ancora oppure no "compagni".


"Liberazione", 22/06/2010

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