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di Ignazio Licciardi
Intervista a Fausto Bertinotti
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 novembre 2009


Andrea Fabozzi

 

Il partito che non c'è

Incontriamo Fausto Bertinotti nel suo studio di presidente della Fondazione Camera dei deputati. Subito dopo l’elezione di Pierluigi Bersani alla guida del Pd volevamo fare qualche domanda a Bertinotti sul significato di quella novità e sui possibili riflessi nel rapporto tra Pd e sinistra radicale, ma lui ha preferito far passare qualche giorno. L'intervista c’è stata il 13 novembre e a questo punto ci è sembrato giusto partire da qualche considerazione sul ventennale del 1989, cosa che ha inevitabilmente reso più lunga la conversazione. Questa ne è la versione integrale, sul giornale ne abbiamo pubblicato un estratto.

Bertinotti, per iniziare vorrei chiederti non tanto una riflessione sul ventennale del 1989 quanto un commento sulle rievocazioni di questi giorni che forse sono state puramente celebrative. Hai letto o ascoltato qualche opinione dalla quale possiamo partire?
Potrei citare lo storico Hobsbawn secondo il quale, trascorsi vent'anni dalla caduta del Muro, il vincitore di allora è dentro una crisi che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il 1989 è anche questo: la più grande modernizzazione capitalistica - quella che doveva essere la più definitiva perché fondata sulla sconfitta dell'avversario storico - si rivela in realtà sconfitta anche lei perché portatrice di contraddizioni sostanzialmente ingovernabili: la crisi climatica, la crisi sociale, la crisi di democrazia. Anche per questo colpisce la mancanza di un bilancio critico, a sinistra, dell'89. Di tutta la sinistra, viste le conseguenze della fine di quel mondo. Riguardando la caduta solo i comunisti, all'inizio poteva sembrare che le altre componenti del movimento operaio fossero immuni dalla crisi. Pensa alla socialdemocrazia che aveva fatto Bad Godesberg o al socialismo francese o al Labour che era persino velato di tendenze anticomuniste. E invece dobbiamo verificare che simul stabunt simul cadent. E' una gran catastrofe che la riflessione non la portino i comunisti e nemmeno i socialisti, né i socialdemocratici, né i laburisti. Perché non ragionare su questo vuol dire non ragionare su una parte importante della tua inutilità oggi in Europa. Tanto è vero che in altre parti del mondo la sinistra in qualche modo non figlia di questa storia è ben viva. Vedi il continente latino americano dove un ex capo dei tupamaros può diventare presidente della repubblica in Uruguay. O vedi Obama negli Stati uniti dove pur essendoci una storia di grandi lotte per il lavoro il movimento operaio di storia marxista non esiste. Che la sinistra non rifletta più su queste cose mi pare insopportabile.

Ragionando sulla sconfitta dopo le disastrose elezioni dell’anno scorso, tu scrivi di «aspettative tradite» e di «talenti dissipati» o non impiegati negli anni successivi al 1989 dalla sinistra anticapitalista italiana. Mi pare cioè che insisti sugli elementi positivi, di possibile apertura, contenuti nel crollo del Muro e persino nella Bolognina. E' così?
E’ così, c’erano questi «talenti» a disposizione nel 1989, ma era davvero molto difficile riuscire a impiegarli. Per una ragione fondamentale: la caduta dei regimi comunisti seguiva la sconfitta di un altro tentativo di scalata al cielo, quello del 1968-69. Bisognerebbe ragionare sul quarantennale, oltre che sul ventennale. La sconfitta del ’68-‘69 rendeva difficilissimo sviluppare un’ipotesi comunista liberata dalle ragioni del suo fallimento storico. Era crollato un muro di illiberalità ma prima era crollata anche l’ipotesi, per dirla con Gramsci, della rivoluzione in Occidente. Il combinato disposto è stata una spinta alla modernizzazione raccolta poi dalla globalizzazione. Riassumo: in quella sconfitta c’era un talento, ma bisognava saperlo estrarre e non era facile.

Riassumo ancora di più e domando: era possibile un’uscita da sinistra dalle macerie del Muro?
Sì, era possibile. Se non c’è stata è perché il Pci non era innocente. Né rispetto all’Urss né dal punto di vista della politica di trasformazione del paese. Non ci possiamo dimenticare che il movimento del ‘68-‘69 in Italia si era riferito criticamente al Pci e al sindacato. E il Pci non ha assunto la tematica liberatoria dei movimenti come revisione della sua strategia. Al contrario, ha assunto il tema delle compatibilità. Nel rapporto tra liberazione del lavoro e produttività si è scelto il secondo versante e tutte le politiche da un certo punto in poi sono state costruite sulla logica del patto tra i produttori. Che significa l’omissione del grande tema del mutamento economico e sociale. Dunque il Pci arriva al 1989 azzoppato nella possibilità di uscita da sinistra. Da un lato ha il vincolo di ferro con l’Urss e dall’altro il fatto che il suo inserimento nella società italiana è stato condotto prevalentemente dal versante della modernizzazione del paese. E non della sua trasformazione. In qualche modo il Pci aveva messo fuori dalla sua costruzione culturale e politica proprio le punte più anticapitalistiche che il movimento aveva messo in campo: la critica all’organizzazione del lavoro, alla neutralità della scienza, al potere e anche alla struttura partito. Per cui di fronte al crollo del muro il partito mette al centro della svolta non il tema dell’eguaglianza ma quello della libertà che è il più interno alla modernizzazione. Nel momento in cui cade il muro sembra che tutto il mondo diventi il regno della libertà. In una parte degli attori della svolta riconosco un elemento di illusione. Ne ho parlato tante volte con Occhetto che mi ha detto «la colpa è vostra», intendendo di Ingrao e di quelli che lo seguivano, «non mi avete dato una mano, la Bolognina poteva svoltare a sinistra o a destra e io volevo svoltare a sinistra, volevo togliere l’impedimento che c’era nel legame con l’Urss e nella tradizione comunista che ormai era diventata moderata e voi me l’avete impedito perché vi avete calcato sopra un segno di destra che in realtà non era obbligato». Secondo me Occhetto trascura un fatto essenziale, con la svolta ha dissipato la più grande risorsa del movimento operaio italiano: il suo popolo organizzato. Adesso noi vediamo qual era il valore del popolo comunista, in sé, indipendentemente da quale connessione aveva e con quale linea del partito. Adesso ci rendiamo conto quale potenziale conteneva quello che Pasolini chiamava «un paese nel paese». Legami umani, relazioni personali, senso di appartenenza: il valore della comunità scelta. Mettendo in discussione questo, la svolta in realtà mette in discussione l’ultimo elemento che era rimasto con una vocazione realmente «altra» rispetto alla società esistente. Non avevamo più la collocazione internazionale del comunismo nel mondo, non avevamo più un’idea di trasformazione del paese, rimaneva il popolo e la svolta ha disperso anche il popolo.
Da allora in avanti, da quando le sinistre sono diventate due, si è posto il problema del rapporto tra radicali e moderati. Rileggendo le ragioni della sconfitta, mi pare che una resti in ombra: la sinistra radicale in questi anni ha affidato solo alla tattica elettorale il suo rapporto con la sinistra moderata. Non è riuscita a immaginare una relazione, di qualsiasi tipo, in qualche modo strategica. Per cui si è andati dall’alleanza del 1994 alla rottura del 2008 passando attraverso di tutto: desistenze, rotture definitive, nuovi riavvicinamenti, alleanze di governo. Non è questo, da solo, un segno di inadeguatezza?
Non sono d’accordo, penso che la riflessione critica vada portata più sull’esperienza interna alla sinistra radicale che al modo in cui ha affrontato il tema delle alleanze elettorali. Il problema c’è stato e c’è, intendiamoci, e qualche volta lo abbiamo risolto con delle intuizioni brillanti se pensi alla desistenza, un colpo d’ala spregiudicato. Ma in fondo in Rifondazione comunista questa delle alleanze è sempre stata una questione importante ma in realtà minore. Qualche volta si è posta in maniera drammatica ma mai sul terreno della costruzione della strategia. In parte è stato così, se vuoi, perché era ed è un problema maledettamente difficile visto che in un sistema elettorale maggioritario o ti metti in alleanza a rischio di pregiudicare il progetto politico o fuori dall’alleanza a rischio di condannarti all’inutilità. Forse proprio perché era un problema difficile da risolvere era lasciato in secondo piano. Forse la pensavamo come soluzione indotta, e cioè: se riusciamo a crescere allora il problema dell’alleanza si risolve perché abbiamo la possibilità di condizionare un’alleanza riformatrice. Tutto questo è stato. Ad oggi la mia opinione è che questi tentativi avevano il piombo nelle ali. Lo dico oggi, non lo vedevo allora. Perché penso che l’alleanza di centrosinistra abbia un limite intrinseco: attribuisce sempre alla borghesia del paese un peso molto rilevante, un diritto di veto o addirittura un'egemonia. Lo penso di tutti i centrosinistra, anche di quello degli anni Sessanta con le dovute differenze. In altre parole l’alleanza di centrosinistra si è rivelata sempre interessante nel processo di modernizzazione del paese ma mai idonea ad affrontare il tema della trasformazione.
Riprendo la metafora, o la parabola, dei talenti: a sinistra si è peccato più di dissipazione o di conservazione?
Di tutte e due le cose. Abbiamo dissipato i nostri talenti con una propensione che identitaria è dire troppo, diciamo solipsistica. Ogni passaggio della politica è stato vissuto come come costitutivo di identità. Vorrei ricordare che le prime due rotture in Rifondazione sono avvenute su passaggi di governo, la prima con Dini e la seconda con Prodi. Questa dissipazione adesso raggiunge punti patologici. Per conto mio sono arrivato a una conclusione drammatica, non sono più sicuro che un processo democratico dentro il partito abbia in sé sufficiente collante di unità. Purtroppo devo prendere atto che l’orribile centralismo democratico del Pci è stato un antidoto alla spinta centrifuga. La sinistra radicale dal punto di vista della forma partito non ha innovato alcunché. Abbiamo fatto tante discussioni, siamo stati plurali e rispettosi del dissenso ma avevamo quella la stessa forma del partito, meno il centralismo democratico. Invece abbiamo conservato senza impiegare i nostri talenti quando dopo Genova nel 2001 potevamo mettere in discussione radicalmente la forma partito e tentare la costruzione di una nuova soggettività politica in grado di raccogliere tutto ciò che maturava alla sinistra dei Ds prima e del Pd poi. A questo punto posso rispondere alla tua domanda di prima: non abbiamo risolto il rapporto con la sinistra moderata perché non abbiamo risolto il rapporto con i movimenti. Era la nostra unica chance di essere influenti sul Pd. Al punto in cui siamo oggi è completamente caduta l’ipotesi delle due sinistre. Quella che è andata avanti dopo la Bolognina, la divisione cioè tra coloro che hanno pensato che l’ultimo capitalismo globalizzato era il quadro generale dentro il quale muovere la politica e chi pensava invece che al capitalismo della globalizzazione dovesse essere mossa una critica radicale. Questo rapporto, io ho pensato, aveva delle caratteristiche di stabilità, mi è parso un assetto di lungo periodo. Ora penso che non è più così perché sono fallite entrambe le ipotesi. Noi stiamo qui a parlare della crisi della sinistra radicale, ma in tutta Europa è clamorosamente fallita la sinistra moderata.
Parliamo anche di quella, di Bersani che sembra molto preoccupato di recuperare quel rapporto con il popolo organizzato che hai citato prima. Ammesso che esista ancora, può riuscirci?
Per me nelle prime mosse di Pierluigi Bersani c’è un elemento chiaro e uno totalmente oscuro. Il primo è una propensione a uscire dalla fase in cui anche per lo schieramento di centrosinistra la politica è stata opinione e organizzazione dell’opinione ai fini del consenso. E i corpi della politica sono stati pensati come corpi leggeri e il partito è stato il partito del leader. L’Italia con il berlusconismo ha avuto la manifestazione più violenta e patologica di una tendenza che è tuttavia generale. A me sembra che questa idea cominci ad incrinarsi. Per esempio per la crisi che investe la credibilità di leadership regionali e locali molto consolidate: in qualche modo deve far pensare alla crisi di un modello. Lo dice anche il dibattito dentro il centrodestra dove non è più vero che c’è un uomo solo al comando; cominciano ad articolarsi delle posizioni che mostrano una sorta di potenziale oligarchia. Non c’è ancora nessuna messa in discussione della leadership di Berlusconi eppure lo vediamo costretto a continui vertici che ricordano il pentapartito. Bersani coglie il bisogno di uscire da questo ciclo proponendo un ritorno al classico. Cioè a un luogo e a un’organizzazione permanente, il partito. Sembra non volersi più affidare soltanto al messaggio televisivo e alla rapsodica messa in ordine di elementi che i sondaggi indicano come favorevoli. Coglie un elemento, la pressione di chi si sente disperatamente solo e teme così di essere condannato a perdere per sempre. Il fatto che nella sfida congressuale del Pd sia stato sconfitto il partito di Repubblica (il quotidiano ha fatto il tifo per Franceschini, ndr) è indicativo di quanto sia forte la pressione per tornare a costruire la politica come forza organizzata. E qui c’è il punto che mi è oscuro di Bersani: su quale ispirazione politica generale intende produrre questa costruzione. Lui dice: “Nella politica devono tornare forme pesanti e partecipate”. Bene. Poi dice ancora: “Deve tornare il lavoro”. Bene, mi pare un elemento importante di riconduzione della politica a un principio di realtà. Ma aggiungo subito: mi pare che contenga una profonda ambiguità. Perché dietro alla parola “lavoro” io leggo “economia”. E vedo sullo sfondo un’idea di patto tra produttori in cui i lavoratori con il loro punto di vista non ci sono mai. Malgrado tutto, malgrado l’accordo separato sul sistema contrattuale, malgrado il fatto che ai lavoratori venga impedito il voto sugli accordi, malgrado la politica della Confindustria. E’ un punto oscuro. Insieme all’autonomia della politica dai conflitti di interesse, dal Vaticano, dai poteri inquinati, il Pd sceglierà l’autonomia dall’impresa e dal mercato? Questa è la domanda chiave, io non so rispondere.
Se fosse possibile tentare una conclusione da questo ragionamento, non sarebbe consolante per la sinistra radicale. Che a questo punto, tu dici, non ha gli strumenti né la forza per costruirsi come partito ma che deve fronteggiare la concorrenza di un Pd che proprio sul versante della costruzione di una forza organizzata inizierà a tentare i suoi elettori. E’ così?
E’ così. Io non credo che oggi esista alcuna formazione né esistente né costruibile in grado di costituire la risposta alla crisi della sinistra. E proprio per questo la sinistra radicale dovrebbe tentare un’operazione molto ambiziosa. Lo dico con cautela perché so bene che le idee più intelligenti possono venire solo a chi si cimenta e io non mi cimento. L’operazione ambiziosa dovrebbe essere questa: pensarsi come transitori impegnandosi però come se si fosse di lungo periodo. Neanche il Pd è in grado di dare la soluzione alla crisi della sinistra, anzi direi piuttosto che è il problema. E’ parte del nostro problema. La sinistra radicale, tutta, dovrebbe essere a tal punto una spina nel fianco del Pd da lavorare per un Big Bang generale entro cui elaborare un progetto costituente della sinistra. Un nuovo inizio a sinistra che proponga un nuovo modello economico, sociale, ecologico e dei diritti. In una nuova sinistra ci potranno essere le componenti anticapitaliste, come quelle in cui mi sento di militare, e anche le componenti non anticapitaliste. Per arrivarci serve il Big Bang, per il Big Bang serve pensarsi come transitori. E pensare come transitorio anche il Pd.

"il manifesto", 14-11-09

L'intervento Di Fausto Bertinotti per una nuova Sinistra
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 giugno 2009


Il dibattito a Sinistra su "l'Altro" 1

Un partito nuovo, unitario e plurale, della sinistra, di tutta la sinistra. Un partito capace di rappresentare il mondo del lavoro e le “grandi mete” (eguaglianza e libertà, laicità, nonviolenza) che danno senso alla sinistra. Una forza da ricostruire processualmente entro un tempo politico “medio” – tre anni – entro, cioè, le prossime elezioni politiche. Questa a me pare la sola prospettiva percorribile, dopo il (disastroso) risultato del 6-7 giugno, che ha sancito la fine, o la sconfitta storica, dei partiti eredi del ‘900.
Conosco le obiezioni. Come si fa a mettere in moto un processo costituente efficace, che non sia velleitario o non si riduca alla somma delle debolezze attuali? Come si fa a superare quello spirito “scissionista” (e\o identitario) che sembra gravare su di noi come una maledizione? Quale demiurgo, individuale o collettivo potrebbe mai incaricarsi di far scattare il big bang al momento giusto? Conosco queste obiezioni e so che, se si guarda allo “stato delle cose” presenti, sono tutte fondate. Ma la risposta forte e dura viene, prima di tutto, dai fatti: tutti gli spazi finora percorsi si sono esauriti.

Continuare sulla strada (sulle strade) fin qui seguite non ha più nulla di "realistico", diventa anzi la più folle delle utopie. Se non ci si vuole rassegnare ad un'Italia (ad un'Europa) senza sinistra (o con sinistre ridotte ad una condizione permanente di marginalità e ininfluenza), bisogna dunque tentare una radicale inversione di rotta. E assumere con forze e determinazione l'obiettivo di una Grande Sinistra. Con chi? Con tutti coloro che ci stanno, dai comunisti ai radicali, dal Pd agli alternativi - dai soggetti politici ai movimenti, dai gruppi più o meno organizzati alle persone singole. Noi di sinistra siamo tutti sconfitti, dobbiamo tutti metterci, davvero, in discussione. Come? Non possiamo pensare a una somma dell'esistente, o a processi puramente fusionistici: questa è un'altra utopia, per di più banalizzata. Se è vero che esiste una sinistra all'interno di tutte le forze che compongono il panorama dell'opposizione, se è vero che questa soggettività è oggi "imprigionata" in involucri diversamente inadeguati, bisogna intanto promuovere la liberazione di queste forze - la loro disponibilità a un nuovo progetto.
Penso, insomma, a un processo di scomposizione e ricomposizione generale, nel quale nessuno confluisca in qualcosa che già c'è, ma tutti concorrano, possano effettivamente concorrere, alla rifondazione di qualcosa che non c'è ancora.
Naturalmente, perché questo possa avvenire, non basta la disponibilità e nemmeno la buona volontà: bisogna prendere atto che, davvero, una storia è finita, si è conclusa. Da questo punto di vista, l'analisi proposta ieri da Giuliano Ferrara sul Foglio ha una fondatezza: la risposta che la sinistra radicale ha tentato di incarnare per qualche decennio, rispetto alla crisi dei partiti storici del movimento operaio, è fallita. Ma non è altrettanto fondata la conclusione che egli ne trae: confluire tutti nel Partito Democratico, se si vuole continuare ad esercitare un ruolo. Tutti nel Pd, per dare piena compiutezza all'americanizzazione della politica. Questa idea non funziona perché non tiene conto di un fatto fondamentale: anche il progetto del Partito Democratico è fallito. Anche, se non soprattutto, un progetto che è nato da un'istanza analoga - sia pure politicamente e strategicamente diversa - a quella che ha mosso la sinistra radicale: offrire una risposta riformista al declino della sinistra storica. Non è un giudizio personale, è il giudizio impietoso che hanno dato gli elettori: un anno fa, bocciando il partito a "vocazione maggioritaria", quello che doveva battere Berlusconi e sfondare al centro; pochi giorni fa, con l'ulteriore secco ridimensionamento alle europee e la débacle alle amministrative.
Quattro milioni di voti perduti in dodici mesi, la perdita massiccia di comuni e province, la penetrazione leghista nelle regioni rosse, con il quaranta per cento degli operai (secondo un'inchiesta di Mario Agostinelli pubblicata ieri su Terra) che hanno votato per il partito di Bossi: mi pare un bilancio grave e, soprattutto, mi pare che, purtroppo, la tendenza che si delinea sia ancora più grave.
Prima di ogni altra considerazione, il Pd ha fallito nel suo compito di base: contrastare davvero, fermare, arginare, l'avanzata della destra, la sua egemonia "valoriale", la sua conquista di un consenso largamente popolare.
Dunque, come diceva Giorgio Amendola quando nel 1964 propose un partito unico della sinistra, i fallimenti sono due: ieri, quello del Pci e quello della socialdemocrazia, ogA partire da questa necessaria presa d'atto, si può ricominciare a pensare al futuro - e far tesoro anche di altre lezioni del passato.
Penso, ancora a Luigi Longo, che nel '45, propose l'unità organica di comunisti e socialisti o, in una stagione un po' più recente, all'unità sindacale organica realizzata negli anni '70 dai consigli di fabbrica: idee e pratiche che sono state sconfitte o non hanno avuto corso, certo, ma che hanno rappresentato qualcosa che andava oltre la potenzialità.
Penso all'Epinay di Francois Mitterrand: non è oggi un'esperienza riproponibile, ma ha pur consentito ai socialisti francesi un lungo ciclo politico. Penso, insomma, ad un cimento difficile, difficilissimo, ma non impossibile. Un percorso al termine del quale può nascere un Partito fondato su un obiettivo e una discriminante chiare: la rappresentanza del mondo del lavoro. Dentro un partito di tale natura, che abbia archiviato l'impianto interclassista e la subalternità ai potentati economici, quella che fu la sinistra radicale potrebbe continuare a svolgere il suo ruolo "naturale": l'anticapitalismo. Si può fare? Abbiamo forse un po' più di trenta mesi, per provarci. Per scuotere gli alberi che compongono la sempre più ridotta foresta della sinistra. A chi ci rivolgiamo? Come disse Vladimir Illich Lenin: A tutti! A tutti!

Fausto Bertinotti

 

Invece di rafforzare il bipartitismo - votando sì o no all'inutile Referendum -, pensiamo a costruire la Sinistra alternativa ai "governanti" del momento.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 19 giugno 2009


Il dibattito a sinistra...  2

Insieme in un nuovo partito

Un partito nuovo, unitario e plurale, della sinistra, di tutta la sinistra. Un partito capace di rappresentare il mondo del lavoro e le “grandi mete” (eguaglianza e libertà, laicità, nonviolenza) che danno senso alla sinistra. Una forza da ricostruire processualmente entro un tempo politico “medio” – tre anni – entro, cioè, le prossime elezioni politiche. Questa a me pare la sola prospettiva percorribile, dopo il (disastroso) risultato del 6-7 giugno, che ha sancito la fine, o la sconfitta storica, dei partiti eredi del ‘900.
Conosco le obiezioni. Come si fa a mettere in moto un processo costituente efficace, che non sia velleitario o non si riduca alla somma delle debolezze attuali? Come si fa a superare quello spirito “scissionista” (e\o identitario) che sembra gravare su di noi come una maledizione? Quale demiurgo, individuale o collettivo potrebbe mai incaricarsi di far scattare il big bang al momento giusto? Conosco queste obiezioni e so che, se si guarda allo “stato delle cose” presenti, sono tutte fondate. Ma la risposta forte e dura viene, prima di tutto, dai fatti: tutti gli spazi finora percorsi si sono esauriti.

Continuare sulla strada (sulle strade) fin qui seguite non ha più nulla di "realistico", diventa anzi la più folle delle utopie. Se non ci si vuole rassegnare ad un'Italia (ad un'Europa) senza sinistra (o con sinistre ridotte ad una condizione permanente di marginalità e ininfluenza), bisogna dunque tentare una radicale inversione di rotta. E assumere con forze e determinazione l'obiettivo di una Grande Sinistra. Con chi? Con tutti coloro che ci stanno, dai comunisti ai radicali, dal Pd agli alternativi - dai soggetti politici ai movimenti, dai gruppi più o meno organizzati alle persone singole. Noi di sinistra siamo tutti sconfitti, dobbiamo tutti metterci, davvero, in discussione. Come? Non possiamo pensare a una somma dell'esistente, o a processi puramente fusionistici: questa è un'altra utopia, per di più banalizzata. Se è vero che esiste una sinistra all'interno di tutte le forze che compongono il panorama dell'opposizione, se è vero che questa soggettività è oggi "imprigionata" in involucri diversamente inadeguati, bisogna intanto promuovere la liberazione di queste forze - la loro disponibilità a un nuovo progetto.
Penso, insomma, a un processo di scomposizione e ricomposizione generale, nel quale nessuno confluisca in qualcosa che già c'è, ma tutti concorrano, possano effettivamente concorrere, alla rifondazione di qualcosa che non c'è ancora.
Naturalmente, perché questo possa avvenire, non basta la disponibilità e nemmeno la buona volontà: bisogna prendere atto che, davvero, una storia è finita, si è conclusa. Da questo punto di vista, l'analisi proposta ieri da Giuliano Ferrara sul Foglio ha una fondatezza: la risposta che la sinistra radicale ha tentato di incarnare per qualche decennio, rispetto alla crisi dei partiti storici del movimento operaio, è fallita. Ma non è altrettanto fondata la conclusione che egli ne trae: confluire tutti nel Partito Democratico, se si vuole continuare ad esercitare un ruolo. Tutti nel Pd, per dare piena compiutezza all'americanizzazione della politica. Questa idea non funziona perché non tiene conto di un fatto fondamentale: anche il progetto del Partito Democratico è fallito. Anche, se non soprattutto, un progetto che è nato da un'istanza analoga - sia pure politicamente e strategicamente diversa - a quella che ha mosso la sinistra radicale: offrire una risposta riformista al declino della sinistra storica. Non è un giudizio personale, è il giudizio impietoso che hanno dato gli elettori: un anno fa, bocciando il partito a "vocazione maggioritaria", quello che doveva battere Berlusconi e sfondare al centro; pochi giorni fa, con l'ulteriore secco ridimensionamento alle europee e la débacle alle amministrative.
Quattro milioni di voti perduti in dodici mesi, la perdita massiccia di comuni e province, la penetrazione leghista nelle regioni rosse, con il quaranta per cento degli operai (secondo un'inchiesta di Mario Agostinelli pubblicata ieri su Terra) che hanno votato per il partito di Bossi: mi pare un bilancio grave e, soprattutto, mi pare che, purtroppo, la tendenza che si delinea sia ancora più grave.
Prima di ogni altra considerazione, il Pd ha fallito nel suo compito di base: contrastare davvero, fermare, arginare, l'avanzata della destra, la sua egemonia "valoriale", la sua conquista di un consenso largamente popolare.
Dunque, come diceva Giorgio Amendola quando nel 1964 propose un partito unico della sinistra, i fallimenti sono due: ieri, quello del Pci e quello della socialdemocrazia, ogA partire da questa necessaria presa d'atto, si può ricominciare a pensare al futuro - e far tesoro anche di altre lezioni del passato.
Penso, ancora a Luigi Longo, che nel '45, propose l'unità organica di comunisti e socialisti o, in una stagione un po' più recente, all'unità sindacale organica realizzata negli anni '70 dai consigli di fabbrica: idee e pratiche che sono state sconfitte o non hanno avuto corso, certo, ma che hanno rappresentato qualcosa che andava oltre la potenzialità.
Penso all'Epinay di Francois Mitterrand: non è oggi un'esperienza riproponibile, ma ha pur consentito ai socialisti francesi un lungo ciclo politico. Penso, insomma, ad un cimento difficile, difficilissimo, ma non impossibile. Un percorso al termine del quale può nascere un Partito fondato su un obiettivo e una discriminante chiare: la rappresentanza del mondo del lavoro. Dentro un partito di tale natura, che abbia archiviato l'impianto interclassista e la subalternità ai potentati economici, quella che fu la sinistra radicale potrebbe continuare a svolgere il suo ruolo "naturale": l'anticapitalismo. Si può fare? Abbiamo forse un po' più di trenta mesi, per provarci. Per scuotere gli alberi che compongono la sempre più ridotta foresta della sinistra. A chi ci rivolgiamo? Come disse Vladimir Illich Lenin: A tutti! A tutti!

Fausto Bertinotti

 

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"Caro Nichi, lavoriamo insieme da domani

Caro Nichi,
Desidero scriverti a caldo prima che si depositino nel dibattito politico post-voto le doverose analisi di dettaglio, i distinguo e le sfumature.
In Europa spira un forte vento di destra, è un vento gelido per chi pensava che la crisi del "turbo-capitalismo finanziario" potesse finalmente rompere quell' incantamento collettivo verso le dottrine neoliberiste che hanno dominato negli utlimi anni e che hanno anche contribuito a far smarrire l'identità dell'alternativa possibile .
La verità è che la crisi economica spinge i cittadini europei nel ventre protettivo di forze che tendono a rassicurare, proteggere, a difendere dallo "straniero", e non verso un campo che li sfida sul terreno della creatività sociale economica; sul campo dell'innovazione produttiva e tecnologica, della sfida umana e ambientale. Perché questo campo non c'è, o meglio è ancora in formazione. Ho, a questo proposito, trovato di grandissimo interesse, tanto per citare un dato, il risultato di Cohn Bendhit, cioè quello di un ambientalismo democratico e innovativo che punta sulla fiducia creativa dei cittadini più che sull?evocazione del disastro.
Io penso che i progressisti europei hanno bisogno di una pedagogia del progetto, capace di sostituire la pedagogia dominante della paura.
A questo campo non ideologico, visionario e pragmatico, che sappia tradurre in chiave europea il new deal obamiano, fondato su un modo nuovo di vedere il mondo, secondo me, caro Nichi, appartiene sia il partito democratico che Sinistra e libertà.
E anzi credo che il tuo risultato sia davvero un buon risultato. Un risultato che sancisce finalmente la nascita di una sinistra critica che, però, si misura quotidianamente (come tu fai egregiamente in Puglia) con la fatica quotidiana del governo.
Molto si dirà nei prossimi giorni degli effetti nazionali di questo voto. La buona, ottima notizia, è che Berlusconi si è fermato, il suo sogno plebiscitario ha subito un colpo reale, gli italiani non vogliono che straripi. E se sommiamo tutti quelli che non lo vogliono sono più del 50 % degli elettori. A esso però noi dobbiamo ripartire con un'anima nuova. Con un progetto alternativo per governare questo Paese. E questo progetto va pensato, costruito insieme.
Chi voleva suonare il requiem per il partito democratico si metta l'animo in pace: il Pd, il progetto che ne è alla radice è ancora in campo. Gli dobbiamo fare un tagliando molto serio, sia in termini di modalità di organizzazione e radicamento che in termini di profilo e proposte. Ma possiamo dire a tutti quelli che ci vedevano morti che si erano sbagliati e anche di tanto.
Adesso si apre il cantiere. Un cantiere certamente interno al PD, ma necessariamente anche aperto a tutte quelle forze che, sentendosi alternative a Berlusconi, vogliono costruire un progetto diverso per l'Italia. Un progetto fondato sulla centralità del lavoro e della persona, sul rispetto e la forza creativa di un paese meraviglioso che ha risorse di cultura, bellezza e conoscenza che il modello berlusconiano deprime e soffoca.
Caro Nichi mettiamoci a lavorare insieme. Da domani.

Un abbraccio affettuoso.

Giovanna Melandri

 

 °°°

 

"Cara Giovanna proviamoci insieme

Cara Giovanna, voglio prima di tutto ringraziarti per i toni personalmente affettuosi e politicamente rispettosi che hai usato nei confronti miei e di Sinistra e Libertà. Credo che l'interlocuzione a sinistra che tu proponi sia necessaria, non per noi ma per il Paese, il cui problema oggi è la ricostruzione del campo largo di una opposizione al berlusconismo. Credo anche, però, che questa opposizione al berlusconismo non possa più limitarsi a una critica generica e letteraria. Deve entrare nel merito dei problemi reali. Deve far nascere il profilo di un'alternativa credibile. A fronte di questa crisi durissima, per affrontarla mettendo in campo una concreta alternativa economico-sociale, la sinistra deve prima di tutto fare i conti con le mitologie liberiste e tecnocratiche che per molti anni la hanno attraversata. I nodi strategici sono evidentemente il lavoro e la scuola pubblica, e ciò significa senza mezzi termini lotta contro il precariato e contro il degrado della scuola pubblica, senza indulgere ad atteggiamenti civettanti con la vorace spinta alla privatizzazione dell'istruzione. Ma è un nodo strategico anche la difesa della laicità, che non può essere aggirata con l'alibi dei temi eticamente sensibili senza mai farne oggetto di una franca e aperta battaglia delle idee. Sullo stesso nostro europeismo, anch'esso un nodo dirimente, dobbiamo dire con chiarezza che lo intendiamo nella sua accezione più “euromediterranea”, come ponte per la pace e come incontro di civiltà. E' questo del resto il messaggio che ci arriva dalla stessa presidenza degli Usa, da Barack Obama.

Infine, non credo sia più rinviabile la messa a tema, e con la massima urgenza, del problema fondamentale: la qualità e la natura della nostra democrazia, oggi messa gravemente a rischio dal prosciugarsi della rappresentanza reale, dalle pulsioni razziste e autoritarie, dal tentativo sempre più sfrontato di svuotarla di contenuti. L'istanza egualitaria è sin dalle origini una componente essenziale della nostra Costituzione e del suo spirito più intimo.
Ma oggi assistiamo invece proprio a una metodica soppressione di ogni istanza egualitaria, con una conseguente mutazione genetica della nostra stessa democrazia. Se non si entra nel merito di questi temi, tutto resta confinato nel campo delle petizioni del cuore. In queste elezioni, il Pd ha subìto una dura sconfitta. Sarebbe letale se, per la seconda volta dopo le politiche del 2008, tentasse ancora di rimuoverla. E' auspicabile che comunque porti a casa la pelle, ma sotto quella pelle nessuno sa ancora cosa ci sia. Nell'affrontare i nodi fondamentali, si pone più come un galateo che come il perno di un blocco sociale alternativo.
Noi, come Sinistra e Libertà, abbiamo già fatto la scelta di aprire un percorso di ricerca e di inziare un cammino. Chiediamo a tutti di essere, come noi, attori di un dialogo vero, senza retropensieri. Oggi non si tratta di fare scelte che affrontano prioritariamente il tema di un contenitore. Oggi siamo alla scrittura di una prima bozza di un programma fondamentale per la sinistra. Oggi siamo all'inaugurazione di un cantiere, o forse di più cantieri, in cui avviare con esperienza e con pazienza, la cura di un parto, di un partire, e infine di un partito. Con voi, amici democratici, con Antonio Di Pietro, con il Partito radicale, con Rifondazione comunista, è giunto il tempo di smettere di usare le parole come corpi contundenti. E' questo il tempo di parlarci con sincerità, magari con asprezza, ma con quel comune sentire che è proprio di chi percepisce, persino con dolore, lo scivolamento dell'Italia e dell'Europa verso destra. Quando la sinistra rinuncia a darsi una grande missione e ad avere una grande visione, cede alla tentazione del governismo. Si smarrisce nei labirinti dell'amministrazione. Smette di essere una narrazione collettiva e non si accorge che in una società frammentata i messaggi della destra, anche estrema, possono guadagnare consensi crescenti. E non vale neppure, sulla sponda opposta a quella del governismo, far vivere la sinistra alla stregua di una cattedra di sociologia della catastrofe, o come un'identità immobile, un sarcofago in cui conservare la mummia delle nostre glorie passate.
Vale invece la sinistra come creazione, come racconto della vita che incrocia l'analisi sociale, come grammatica della libertà e cura della soggettività. Come profezia laica che annuncia la pace e come efficacia di un agire politico che interpella la vita, la sua fragilità, la sua irriducibile potenza.

E quindi, cara Giovanna,

a presto.

Nichi Vendola

www.altronline.it

 

E' anche dalla rottura culturale e fattuale con ogni centralismo che rinasce la Sinistra.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 13 novembre 2008


 
Da dove ripartire?
15 tesi per la Sinistra
Fausto Bertinotti


1. Dopo la disastrosa sconfitta elettorale e la cancellazione della sinistra in Italia si è posta l'esigenza inderogabile della sua rinascita. Il rischio, in caso contrario, è la sua scomparsa dal panorama politico del paese per un lungo periodo.

2. Da allora, in pochi mesi, sono avvenuti eventi che hanno mutato profondamente la situazione, sia a livello mondiale, che del paese; sia nella sfera dell'economia, che in quella sociale, che in quella politica (seppure in questo caso lontano dall'Europa, come per la vittoria di Barack Obama). Ognuno di questi mutamenti, e tutti insieme reclamano una nuova, radicalmente nuova, presenza della sinistra in Italia e in Europa, rendendo persino più acuta l'esigenza, già emersa drammaticamente dopo il voto, di mettersi al lavoro per riempire un vuoto orribile.

3. Il precipitare della crisi, che ha investito il capitalismo finanziario globalizzato e che si estende dagli Usa al mondo intero, sottolinea duramente il vuoto di sinistra in Europa e propone, in tutta la sua portata storica, il tema della costruzione di una sinistra europea. E' stato detto giustamente che, se non sa mettere in campo, di fronte a questa crisi, una proposta di politica economica alternativa a quella dei governi, la sinistra non esiste.

4. La risposta alla crisi del capitalismo finanziario globalizzato è dunque un banco di prova obbligato, tanto più per le spaventose conseguenze sociali e di pesante ristrutturazione del lavoro che, in sua assenza, si produrrebbero. Una traccia di proposta è già presente nel mondo degli economisti critici. La necessità del sistema di ricorrere all'intervento pubblico porta la contesa sulla natura dell'intervento pubblico e del ruolo dello Stato. Una proposta della sinistra dovrebbe cogliere l'occasione davvero straordinaria per rivendicare un intervento pubblico nell'economia finalizzato ad una prima riforma di quel modello di sviluppo che ha generato la crisi attuale, per andare nella direzione di un modello alternativo di economia più equa, più ecologica e meno instabile. L'intervento pubblico dovrebbe perciò essere massiccio, quanto precisamente finalizzato. E' stato giustamente sottolineato che la sfida che si ripropone è sul cosa, come, dove e per chi produrre. E' concreta la possibilità di cogliere l'occasione della nazionalizzazione della finanza per rivendicare un piano del lavoro che faccia dello Stato il garante di una programmazione per il pieno impiego e un lavoro di qualità che superi la sua precarizzazione.
Alla sua base vanno individuate, e scelte, le grandi questioni irrisolte della società e i bisogni maturi e non soddisfatti. La guida di questa svolta nella politica economica sta nella organizzazione della domanda dove più stretta è la relazione tra le problematiche economiche, quelle della qualità e stabilità del lavoro e quelle ecologiche, per costruire delle risposte che sollecitino uno sviluppo qualificato della ricerca, della ricerca applicata, della tecnologia e di nuove forme di organizzazione del lavoro. La dimensione necessaria per questa riforma della politica economica è certo quella europea, ma già il livello nazionale va investito da una forte iniziativa politica e sociale. L'occasione è quella di una terribile difficoltà, ma anche quella propizia alla rinascita della sinistra, nel cimento su un passaggio così difficile. Si tratta ora di immettere questo schema di proposta con forza nel dibattito e nello scontro politico. Su questa traccia va contemporaneamente messa all'opera una comunità scientifica allargata, all'esperienza sociale in primo luogo, da cui nasca una proposta condivisa che possa entrare in relazione con tutti i fronti di lotta.

5. Il movimento di lotta di queste ultime settimane di straordinaria mobilitazione nella scuola ha dimostrato quel che si doveva già sapere, che nessun consenso di opinione mette al riparo i governi dall'insorgere del conflitto sociale, ma, contemporaneamente, ci fa scoprire una nuova dimensione possibile del conflitto, quella della sua indipendenza dalle forze politiche e della sua irrappresentabilità. Si tratta di un movimento del tutto inedito, assai diverso non solo da quelli del '68 e del '77, ma anche da quello della Pantera, un movimento diverso per composizione, organizzazione e forme di crescita anche dal movimento altermondista. Esso promuove l'azione collettiva della popolazione di un comparto della società, qui la scuola, sulla base della denuncia della lesione di un suo diritto condiviso. Avevamo già visto che senza la sinistra non c'è opposizione politico-sociale, ora impariamo che neppure l'opposizione sociale rimette più in piedi la sinistra. Si sono consumate tutte le rendite di posizione della politica. Senza un'idea di sé, del suo rapporto con i movimenti e con la società la sinistra non esiste e non rinasce.

6. Il lavoro sarà investito da una nuova fase di ristrutturazione promossa dalla crisi, e sulla base della recessione e dell'attacco all'occupazione. Il padronato si prepara a gestirla facendola precedere da un a-fondo sul sistema contrattuale con lo scopo di ridurre non solo il lavoro, ma anche il sindacato a variabile dipendente della competitività aziendale. Sebbene possa sembrare troppo radicale ed estremista, l'obiettivo confindustriale è proprio quello di cancellare l'autonomia rivendicativa e contrattuale del sindacato per sostituirlo con la sua istituzionalizzazione neocorporativa: un cambio della sua natura per sottomettere "definitivamente" il lavoro all'impresa e al capitalismo. Cambiano, anche assai profondamente, i cicli economici e la composizione del lavoro, ma il lavoro, la contesa sul lavoro e la soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori, cioè il concreto manifestarsi delle lotte di classe, torna come uno degli snodi decisivi per l'esistenza della sinistra. Non c'è nessun automatismo né alcuna esclusività da proporre, né alcuna collocazione gerarchica da rivendicare rispetto ad altre contraddizioni, prima tra tutte quella ambientale. Semplicemente senza una sua politica su questo snodo la sinistra non esiste. La stessa questione sindacale acquista un peso del tutto particolare sia rispetto alla questione sociale che a quella politica. Se la Cgil si sottrarrà all'esito voluto dalla Confindustria e dal Governo niente rimarrà come è stato dal 1992 ad oggi, e comincerà una nuova seppur difficile storia del sindacato e del conflitto di lavoro in Italia.

7. Sia che si guardino le già grandi novità intervenute, dopo la storica sconfitta, dal punto di vista strutturale che dal punto di vista dei processi politici, si vede emergere quale tema prioritario, connesso con la questione delle proposte sulla natura del nuovo intervento pubblico nell'economia, quello dell'efficacia dell'opposizione ai fini di impedire che il cerchio si chiuda, con l'irreversibile cancellazione per l'intero medio periodo della sinistra e con la sistematica separazione tra il sociale e il politico, tra la vita delle persone e la politica. La qualità e l'ampiezza dell'opposizione debbono porsi all'altezza di un disegno regressivo di restaurazione che vede progressivamente soppiantare la Carta fondamentale della Repubblica da una costituzione materiale che ne rovescia il senso, facendosi accompagnare da una rivoluzione conservatrice guidata dalla nuova destra. L'esito di un "regime leggero", a fondamento di un assetto a-democratico della società, può essere impedito solo da un'opposizione di sinistra, popolare, di massa e capace di risalire, per metterle in discussione, alle cause strutturali del disagio sociale e della crisi economica. Ripensare a fondo l'agire collettivo, attivare tutte le forme della democrazia partecipativa, andare a lezione dai movimenti emergenti, rivoluzionare la grammatica dei rapporti tra forze politiche e movimenti, scegliere i tempi e i modi di proprie campagne di mobilitazione e di lotta che facciano venire alla luce potenzialità latenti, far coesistere esperienze diverse solo disposte a riconoscersi reciprocamente, rileggere le esperienze di democrazia diretta a partire dall'uso mirato del referendum, costituire autonomi comitati di scopo, sono solo alcune delle pratiche necessarie di un piano di lavoro politico che associ chiunque ci stia sulla base della selezione politica operata unicamente dalla condivisione dell'obiettivo.

8. Era già evidente dopo la sconfitta che la rinascita della sinistra sarebbe dovuta essere in realtà un cominciare da capo. Tutto ciò che accade avvalora questa tesi. Il rinnovamento nella continuità, che sarebbe stato possibile fino a ieri è oggi impossibile. Lo sarebbe stato, con particolare forza, di fronte ai grandi passaggi storici mancati, come la primavera di Praga, il '68-'69, lo stesso '89, per lo straordinario accumulo di storia e di esperienze fin lì a disposizione e che avrebbero potuto permettere un'uscita da sinistra dalle crisi del movimento operaio. Allora sarebbe stato possibile quel che oggi non è più possibile. Ancora, in tutt'affatto diverse condizioni, di fronte al costituirsi del movimento altermondista, un'estrema possibilità si era venuta proponendo alla politica. Ma oggi, dopo la sconfitta storica e la scomparsa della sinistra politica come forza attrattiva, questa ipotesi di lavoro non è più possibile. Quel che resta vivo dei tentativi, anche coraggiosamente tentati di fronte ai precedenti passaggi critici, è l'esigenza di fondo, quella di un'uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio. Ma ora è necessario che sia un'uscita da sinistra capace di essere praticata da nuove grandi organizzazioni politiche. La sinistra di cui c'è bisogno è perciò una sinistra di società, cioè capace di essere portatrice di una rinnovata critica del modo di produzione capitalistico e di un'alternativa di società e, contemporaneamente, per forza organizzata, capace di influenzare il corso generale in atto e le scelte della politica: una forza politica di cambiamento e di trasformazione.

9. Ricominciare politicamente da capo per ricostruire la sinistra in Italia e in Europa non vuol dire contrarre la malattia del nuovismo che è un'apologetica dell'innovazione che ora si fa addirittura grottesca di fronte ad una realtà come quella attuale che fa dire come scriveva Gorz "Non è un capitalismo in crisi, ma è la crisi del capitalismo che scuote profondamente la realtà". Essa genera a sua volta una crisi di civiltà e un rischio per l'umanità tutta. Un'adesione all'attuale modernizzazione è semplicemente insensata. Né vuol dire essere dimentichi del passato. Il movimento operaio del '900 è il mondo da cui veniamo. Delle tre grandi direttrici su cui si è sviluppato, la prima è morta nella tragedia, ed è quella che, sulla rottura rivoluzionaria, ha fondato la costruzione dello stato e di ciò che è stato chiamato il comunismo reale; la seconda è molto, molto malata, ed è quella che, in tutta la seconda metà del secolo, specie in Europa, ha continuato a porsi il tema della trasformazione della società capitalista diventando protagonista del compromesso democratico dei 30 anni gloriosi; la terza è ancora vitale (anche per la conferma, seppur anche spiazzante, che le viene dalle grandi mutazioni di cui il capitalismo è capace per riconfermarsi) ed è il nucleo forte della critica al capitalismo proprio dell'impianto marxiano. Proprio in ragione della sua vitalità convince ancora la tesi propagata da grandi intellettuali marxisti già alla fine del secolo scorso di andare oltre Marx, tesi che pretende una duplice opposizione, sia nei confronti di chi ne propone l'abbandono, sia di chi ne propone una acritica nuova adozione. Si può pensare di mettere a frutto la vitalità della teoria, consapevoli anche della sua maturità, proprio cercando la relazione con due contraddizioni altrettanto decisive nella critica al nuovo capitalismo totalizzante, quella tra ambiente e sviluppo e quella di genere. Un forte spirito di ricerca nella teoria critica del capitalismo dovrebbe alimentare una tendenza culturale e politica necessaria, insieme ad altre, alla rinascita politica della sinistra.

10. Il movimento operaio del Novecento vive dal '17 agli anni '80 su ciò che è stato definita l'alleanza, o la fusione, tra la classe operaia e una teoria, quella marxista-leninista. Per averne conferma basti pensare soltanto al fatto che il partito comunista dalla storia nazionale forse più autonoma di ogni altro, il Pci, modifica, nel suo statuto, il riferimento al marxismo-leninismo solo nel 1979. Il peso dell'alleanza in questo movimento operaio, quello del '900, quand'anche in esso siano cresciute esperienze diverse, è forte e innegabile. Ma questa non è la sola storia del movimento operaio possibile. Né è stata la sola. Ce ne sono state di diverse già nel corso della storia, si pensi al ciclo che precedette la Comune di Parigi, e dunque altre ce ne potranno essere, sempreché lo sfruttamento esistente sia considerabile politicamente significativo. Ad un nuovo movimento operaio la sinistra dovrebbe lavorare, nel tempo di una nuova rivoluzione capitalistica, anche modificando i contraenti l'alleanza e la sua stessa base teorica. A richiedere un soggetto capace di proporsi, su scala mondiale e in un processo storico, il superamento del capitalismo è la natura di questo capitalismo totalizzante, sono le forme concrete di sfruttamento e di alienazione che esso genera e la sua attuale proprietà di fare innovazione e contemporaneamente di produrre crisi di civiltà e di umanità. A questa ricerca non può essere estraneo il processo di costruzione della sinistra in Europa e in Italia che, tuttavia, deve disporre di un'autonoma fondazione politica, quella della definizione di un programma fondamentale in cui possano riconoscersi una molteplicità di soggetti e una pluralità di culture politiche, capace di costituire, come insieme, il fatto nuovo nella politica.

11. In politica è certo importante come chiamarsi. I simboli, i segni di una comunità scelta parlano di un'identità, di un'appartenenza. In questo nostro tempo l'identità, se vuole contrastare, anche in sé, il codice dell'esclusione che è quello oggi prevalente nella società (basti pensare, per la sua presenza nefasta e corruttiva, al riemergere del razzismo), deve essere aperta e formarsi in progresso, fermo solo il punto di avvio. I grandi nomi definitori dei partiti sono indistinguibili dalla loro storia. Parlano il linguaggio della politica solo quando sono riconoscibili ai grandi numeri, alle persone comuni e sanno trasmettere il senso dell'appartenenza ad un'impresa comune, ad un campo significativo di forze. Non è la stessa cosa dichiarare di militare personalmente per una causa o fare di essa il programma di un partito. Comunista è una parola molto impegnativa, da maneggiare con cura e misura. Essa è insieme troppo e troppo poco per definire, oggi e qui, un nuovo soggetto politico. Troppo, perché se il programma del comunismo è, come è, la liberazione del e dal lavoro salariato esso non può trovare posto (seppure possa illuminarne la ricerca) nella dimensione storica concreta a cui deve rispondere il programma fondamentale della sinistra, che non può che essere, realisticamente, ma anche ambiziosamente, quella della ricerca sul socialismo del XXI secolo. Troppo poco, perché quand'anche dichiarata l'ipotesi finalistica comunista, non potrebbe dirci granché delle ragioni, concrete, sempre quelle del qui e ora, per cui deve costituirsi la sinistra oggi, dopo la distruzione. Altro è stato, e sarebbe, il caso dell'intervento sul nome di formazioni già esistenti dove il rispetto della storia, delle storie che l'hanno animato e la loro costituzione materiale, danno conto direttamente e storicamente di un percorso e delle sue aperture, basti pensare a quello del Pci. Altro è dar vita ad un nuovo progetto politico. La sinistra è stata l'origine della politica di libertà e di giustizia nella storia moderna, cosa che consente la rammemorazione sempre necessaria per prendere il nuovo slancio. Ma è contemporaneamente anche la riaffermazione, nel presente, di un clivage, senza il quale non c'è più la politica, non c'è più scelta, il clivage tra destra e sinistra. La sinistra parla di una famiglia politica potenzialmente così ampia da poter comprendere tutti coloro che vogliono costituire una forza politica capace di tornare a declinare, in Europa, nel secolo XXI, di fronte al capitalismo totalizzante del nostro tempo, i temi di libertà e eguaglianza e che sanno che, dopo la sconfitta, si tratta di cominciare da capo. Non sarà casuale che dopo la caduta delle dittature militari in America Latina, nel rinascimento della sinistra latinoamericana, nessuna grande formazione politica che lì ha condotto alla vittoria, nei diversi paesi, la sinistra e i popoli del continente si chiami comunista, nessuna dal Ptt di Lula al Mas di Evo Morales, pur avendo tutte al loro interno socialisti e comunisti.

12. Nessuna forza politica in Italia ha in sé oggi la forza e la cultura politiche sufficienti per questo necessario big - bang da cui possa rinascere la sinistra. Il Pd non è sinistra, e non per la composizione della sua base sociale, ma per la natura intrinseca del partito e del suo progetto politico. I partiti che hanno dato vita all'arcobaleno di sinistra lo sono, ma, separati, non hanno la massa critica necessaria per l'impresa, e, dopo la sconfitta, sono imprigionati anche rispetto alla capacità di innovazione da pesanti derive neo-identitarie. Il tema del tutto inedito, nel nuovo ciclo politico e che prende forza dall'esigenza di uscire da questo quadro impotente, è quello della ristrutturazione delle forze oggi di opposizione per dar vita ad una nuova grande sinistra di alternativa, unitaria, plurale, fondata imprescindibilmente sulla democrazia della partecipazione. La situazione, prima caratterizzata dall'esistenza di due sinistre in competizione, conflitto e possibile alleanza tra loro, è stata sostituita da una nuova situazione senza più sinistra. Sulla base dell'analisi di fatto la priorità delle priorità diventa perciò la rinascita della sinistra. Ma bisogna riconoscere che, ancora sulla base dell'analisi delle soggettività politiche in campo, quest'ipotesi, matura come grande esigenza per le forze di cambiamento e per la democrazia, è immatura soggettivamente. Ciò non toglie che debba essere indicata come meta da perseguire, non già con qualche scorciatoia politicista, per altro impossibile, ma attraverso la messa in campo di una ambiziosa e complessa operazione sociale, culturale e politica, di cui il primo passo possa essere la rottura degli steccati per cimentarsi con realtà dure e difficili come le questioni del lavoro, della scuola e della risposta da dare alla crisi, alla recessione e all'attacco all'occupazione.

13. Per affrontare questa sfida non solo vanno evitate le scorciatoie politiciste, ma ci si deve altresì precludere la via alla ricerca di un assetto delle forze di opposizione che non solo non costituirebbe uno stadio intermedio rispetto alla ristrutturazione e alla rinascita della sinistra, ma ne contraddirebbe l'ispirazione di fondo. E' l'ipotesi secondo la quale, alla crisi del centro-sinistra degli ultimi 10 anni, si dovrebbe sostituire il rapporto tra l'attuale Pd e una forza alla sua sinistra che assuma il compito di condizionarne le politiche e per riaprire, su questa base, la prospettiva di governo. Questo esito, che rappresenterebbe nient'altro che uno sviluppo moderato dell'attuale situazione di vuoto, è da contrastare nettamente. Esso ha una sola verità interna ed è che, nella attuale immaturità della ristrutturazione, deve essere perseguito l'obiettivo della costruzione da subito, si potrebbe dire da ieri, di una forza di sinistra. Ma questa nuova forza di sinistra per esistere deve disporre di un progetto autonomo, capace di delineare, per un intero ciclo, il suo compito nella società italiana ed europea. L'ispirazione della sua azione deve essere proiettata nel futuro (la rinascita della grande sinistra di cui costituisce la prima tappa) e non risucchiata nel passato del centro-sinistra. Il centro-sinistra è finito, ed è finito insieme alla sua tormentata, speranzosa ma, al fondo, fallimentare stagione. La cultura prevalente che l'ha promossa - governare la globalizzazione attraverso un corpo di regole e una classe dirigente moderna - non solo è all'origine del fallimento dei due governi Prodi, ma è stata sepolta dall'esplodere della crisi del capitalismo finanziario globalizzato. Certo il tema del governo va ripensato invece che abbandonato, ma per farlo bisogna ripartire dalla sinistra, dalla sua forza nella società, dalla sua capacità di produrre egemonia, senso comune, da un progetto riformatore della società, dell'economia e della democrazia capace di essere condiviso da grandi masse.

14. La costruzione di una forza politica unitaria e plurale della sinistra, così com'è oggi possibile, mettendo insieme e portando a unità, in un'impresa da costruire insieme, le forze e le persone che sentono fortemente questa esigenza, è un passaggio difficile quanto necessario. Necessario, prima che il quadro politico del paese si chiuda nel soffocante bipartitismo che avanza. Questo processo costituente di una forza di sinistra sarebbe la prima tappa di un cammino ancor più ambizioso, ma intanto indispensabile per non morire tra moderatismo, da un lato, chiusura identitaria, da un altro, ed esodo dalla politica, da un altro ancora. La realtà sociale del paese è ancora viva, anche se, in parte assai considerevole, drammaticamente depoliticizzata. Nei corpi intermedi della società italiana, sindacati, associazioni, centri sociali, volontariato, vive un patrimonio di esperienze e saperi che parla le lingue della sinistra, quand'anche questa sia, come oggi, muta. Nei movimenti puoi assistere a fenomeni imprevisti, del tutto imprevisti, anche fino a pochissimo tempo dal loro manifestarsi, come quello della scuola. Nell'intellettualità del paese, negli operatori di cultura, arte e spettacolo, in alcuni giornali di sinistra c'è il deposito di resistenze, spesso condannate alla solitudine, eppure non trascurabile. Se si riuscisse a profonderle tutte e ognuna in un'impresa comune, da questa nascerebbe la sinistra di oggi e di domani. Allora questo va fatto, rompendo gli indugi. C'è una sola condizione che tutte e tutti coloro che sentono il bisogno di sinistra hanno il diritto di porre per poter prendere parte paritariamente al processo costituente ed è la certezza della democrazia. La sinistra, per esistere, deve ora essere irriducibilmente democratica. Occorre qui una discontinuità secca col suo passato lontano e anche recente. Non c'è più la legittimazione che nei precedenti gruppi dirigenti, quelli usciti dalla Resistenza, consisteva nella loro storia; ogni cooptazione diventa arbitraria e divide; ogni intesa oligarchica diventa un ulteriore fattore di ulteriore distacco della politica dalla società e dai soggetti in essa attivi. L'impegno deve quindi, su questo terreno, essere irrevocabile: ogni funzione dirigente, ogni funzione di rappresentanza, fin dall'inizio del processo, deve essere attribuita con la partecipazione di tutti i rappresentati con voto segreto, su scheda bianca, tutte e tutti elettori ed eleggibili e tutti revocabili: inesorabilmente e rigorosamente una testa un voto.

15. La sinistra deve avere l'ambizione di essere anche una comunità scelta, un insieme di luoghi e di relazioni che fanno accoglienza e cura della persona. In essa devi poterci stare bene. Devi poter avere voglia di partecipare. La pratica della nonviolenza deve improntare le sue relazioni sia esterne che interne. La creazione di forme di autogoverno e di partecipazione deve costituire, in essa, il suo modo di essere e deve investire i vari aspetti del vivere, del produrre, del consumare, del convivere e del fare politica. C'è, a questo fine, da conquistare una sorta di precondizione, la rottura dell'individualismo competitivo che ha investito tutte le nostre relazioni individuali e collettive per sostituirlo, se non con un comportamento altruistico, almeno con uno improntato all'"egoismo maturo", cioè alla consapevolezza che o ce la si fa insieme o non ce la si fa. Si potrebbe cominciare, nei rapporti interpersonali, nei luoghi di confronto politico e di formazione delle decisioni, col sostituire il troppo abusato "non sono d'accordo" con il "sono d'accordo, ma…". Alla riforma della soggettività da investire nell'impresa bisogna, affinché si possa produrre e sia efficace, una altrettanto riforma strutturale del modo di essere della sinistra. Il centralismo romanocentrico, figlio non più dell'esigenza nazionale di una formazione compatta di combattimento, bensì della "governamentalità" e della centralità delle istituzioni nella politica, va spezzato in radice, dalle fondamenta. La sinistra deve saper avvolgere la dimensione nazionale in due altre dimensioni strategiche, in alto, quella europea (dove continua ad essere preziosa l'esperienza del partito della sinistra europea) e in basso, ma fondativo, il territorio. Il territorio, non già nella sua cattiva lettura basista o peggio nella sua pessima lettura populista, ma la contrario come terreno culturale, civile, di storia e di esperienza (l'Italia delle cento città) che può indurre la politica a ricominciare dalla messa in discussione dei concreti e differenziati manifestarsi di un modello di sviluppo la cui contestazione è la ragione prima della rinascita della sinistra. Perciò va fatta, nell'organizzazione della politica della sinistra, la scelta di un modello federativo partecipato, fondato sulla parificazione dei ruoli dirigenti tra autonome strutture regionali (la sinistra sarda, campana, lombarda, toscana, pugliese, etc.) e la direzione nazionale che deve essere da esse compartecipata. La rinascita della sinistra dai territori, in un disegno nazionalmente condiviso, è la via maestra per dare vita al suo primo compito ai fini di sconfiggere l'egemonia nella società conquistata dalla nuova destra. La realizzazione della riforma della società civile mediante la produzione di culture, di pratiche sociali, di luoghi e forme di convivenza, di organizzazioni civili, sociali ed economiche che contengono una critica vissuta al primato dell'impresa e del mercato, è parte decisiva di questo compito storico. E' anche da qui, dalla rottura culturale e fattuale con ogni centralismo, che rinasce la sinistra.


"Liberazione", 13/11/2008


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