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di Ignazio Licciardi
Intervista a Curzio Maltese: Seguiamo la stella di podemos
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 dicembre 2014


A sei mesi dall’elezione al parlamento europeo, è possibile tracciare un primo pur parziale bilancio dell’esperienza a Strasburgo e Bruxelles?

il bilancio sarebbe ottimo. i tre parlamentari de l’altra europa hanno lavorato bene e sono stimati nel gruppo GUE e non solo e nelle commissioni. Per quanto mi riguarda mi sono impegnato soprattutto nella commissione cultura, dove siamo riusciti a bocciare il commissario ungherese Navracsics, costringendo Juncker a un mezzo passo indietro, e nei trasporti nella battaglia contro la  torino-lione.

Il fatto è che in Italia non arriva quasi nulla oppure arrivano falsità, come l’assenteismo di Spinelli, che non esiste e si riferiva a un solo giorno di assenza per la manifestazione di Alexis Tsipras a Roma, oppure il mio doppio lavoro per la Repubblica, che neppure esiste visto che sono in aspettativa nel mio giornale. Come diceva Giorgio Bocca in politica o sei ricattabile o ti diffamano. Per il resto l’informazione sul Parlamento europeo in Italia è quasi inesistente.

La sinistra in europa esiste, ci sono forze politiche che hanno successo, come podemos e syriza, anche la linke, il front de gauche, izquierda unida e in Italia, è stato fatto un primo passo con la lista dell’altra europa con tsipras, poi però ci siamo subito fermati…

in Italia la sinistra cosiddetta radicale ha da vent’anni un ruolo di testimonianza che è difficile trasformare in proposta di governo. In più esiste una tradizione di litigiosità esasperata ed esasperante. La lista tsipras era un’idea di superare le divisioni e creare un movimento in linea con le altre esperienze europee. Le polemiche durante la campagna elettorale, penso all’abbandono di Camilleri e Flores in disaccordo con Barbara Spinelli, e poi quelle seguite alle elezioni hanno azzoppato il progetto.

In un tuo recente intervento hai ipotizzato la “rottamazione” dell’esistente in favore della nascita di un nuovo soggetto politico della sinistra italiana. al netto dell’immagine pittoresca della rottamazione, pensi che in Italia ci siano le condizioni per ripartire con un altro passo, un diverso modo di far politica, magari anche un’altra classe dirigente? Insomma, era una provocazione o c’è dell’altro?

Sì, l’idea è di ripartire azzerando le sigle, Sel, Rifondazione e la stessa Lista Tsipras, e puntare a un nuovo movimento ispirato all’esperienza di Podemos, che punti a guidare un governo alternativo alle larghe intese prigioniere delle politiche di austerità. politiche oligarchiche che ormai sono rifiutate dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Si tratta di trasformare questa maggioranza sociale in maggioranze politiche. Da questo punto di vista il principale punto di riferimento sono le lotte sindacali di questi mesi di Cgil e Fiom. esiste una grande domanda di sinistra in Italia, come in Spagna e in Grecia, ma ancora nessuna offerta adeguata. ora in politica il vuoto non dura a lungo. Prima o poi qualcuno occuperà quell’area e se le sigle presenti non si sciolgono da sole, verranno sciolte nei fatti dall’esterno.

Domanda delle cento pistole: se Renzi decidesse di andare al voto fra tre mesi che succederebbe a sinistra?

Andrebbero tutti in ginocchio da Maurizio Landini a chiedergli di ripensarci e di accettare il ruolo di leader. Temo con scarse possibilità. Landini non è un intellettuale prestato al sindacato, è un operaio che lotta per i diritti dei lavoratori. I suoi orizzonti sono e rimangono il sindacato, la Fiom, la Cgil, la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici. ma è anche vero che se Renzi va a elezioni a primavera e le vince, come è probabile, dopo non vi saranno nessun contratto nazionale da firmare e nessun sindacato da difendere.

Da giornalista prestato alla politica, che impressione hai di questo momento che sta vivendo l’unione, nel passaggio tra Barroso e Junker? A occhio le politiche di austerità vanno avanti…

Le politiche di austerità distruggono le società europee ma funzionano in maniera eccellente per difendere le oligarchie economiche, le banche, la finanza, le multinazionali e tutti i centri di potere che oggi controllano i grandi partiti tradizionali di massa, conservatori e socialisti, quindi non cambieranno di una virgola. Juncker è ancora più debole di Barroso, la sua commissione è di un livello molto basso e il suo piano per il lavoro, dati alla mano, è una buffonata elettorale.

Sei stato a Madrid per l’elezione di Pablo Iglesias a segretario generale di Podemos. Che idea ti sei fatto? Quel modello di sinistra è esportabile anche in italia?

Podemos è la sinistra del nuovo secolo. Nei linguaggi, nelle idee, nelle forme di comunicazione e nelle figure dei leader, a cominciare da Pablo Iglesias. E’ un movimento nato pochi mesi fa in una mensa universitaria, ma già allora si poneva il compito di prendere una larga maggioranza e cambiare il governo.

Gli elettori spagnoli l’hanno premiato con oltre l’8 per cento alle europee, dopo una campagna elettorale nella quale Podemos avrà speso al massimo qualche migliaio di euro contro le decine di milioni dei grandi partiti, e oggi i sondaggi lo quotano al 27 per cento. in qualche modo ricorda il movimento 5 stelle, ma con la differenza che Iglesias è un sociologo geniale, coltissimo, fortemente radicato a sinistra e straordinariamente abile nell’arte di convincere l’interlocutore, mentre Beppe Grillo è un ex comico che non ha finito di leggere un libro nella vita, è sostanzialmente un qualunquista, molto influenzato da un uomo di destra come Casaleggio, ed è un monologhista incapace di affrontare un contraddittorio con chiunque, politici o giornalisti. Però la base di Podemos e quella dei 5 stelle si assomigliano per molti versi.

Autore: frida nacinovich

Fonte: http://www.sinistralavoro.it


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P.L. Celli, direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss "Guido Carli" scrive al figlio - prossimo alla Laurea -!
post pubblicato in Messaggi, il 30 novembre 2009


LA LETTERA. Il direttore generale della Luiss
avremmo voluto che l'Italia fosse diversa e abbiamo fallito

"Figlio mio, lascia questo Paese"

di PIER LUIGI CELLI


Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.


Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

L'autore della Lettera è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.
("la Repubblica", 30 novembre 2009)

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Che futuro offre l'Italia ai giovani? E' meglio fare le valigie e trasferirsi in un altro Paese? Centinaia i commenti alla lettera inviata dal direttore generale della Luiss a Repubblica

Da "hai ragione" a "sei un ipocrita"
Caro Celli, fuggire o resistere?

Molti condividono l'invito a lasciare l'Italia, qualcuno chiede invece di rimanere per migliorare il proprio Paese, altri ancora criticano l'autore, chiedendogli conto del suo operato e dei suoi privilegi
di ROSARIA AMATO

ROMA - Padri, madri e persino nonne che vivono drammaticamente il problema denunciato da Pier Luigi Celli, e che con la stessa amarezza hanno spinto o stanno per spingere i propri figli a trasferirsi all'estero, a lasciare un'Italia che non offre niente a chi s'impegna negli studi e nel lavoro. Giovani che già hanno fatto le valigie, e che spesso sono soddisfatti, ma a volte soffrono di nostalgia. Qualcuno che è tornato. Qualcun altro che non vuole andarsene, deciso a cambiare le cose da qui, a non arrendersi al malcostume, alla cattiva politica, alla pessima gestione del mondo del lavoro e della società in generale. Tanti che puntano il dito contro lo stesso Celli, chiedendogli conto di quello che lui, personalmente (nella sua posizione di responsabile di una grande università e, prima, di direttore della Rai) ha fatto per cambiare l'Italia, e rinfacciandogli le tante possibilità che comunque è in grado di offrire a suo figlio, possibilità non certo alla portata di tutti.

A tre ore e mezza dalla pubblicazione, la lettera inviata da Pier Luigi Celli a Repubblica, "Figlio mio, lascia questo Paese", aveva raccolto quasi 600 commenti, segno di un'interesse straordinario nei confronti del tema sollevato. In molti casi si tratta di complimenti e di attestazioni di solidarietà, in molti altri di accuse. In tanti si limitano a raccontare la propria esperienza, racconti che si assomigliano tutti, a testimonianza che il problema esiste, e che gli italiani lo vivono sulla propria pelle, spesso con molta sofferenza.


I padri. Tantissimi i padri che s'immedesimano e condividono le parole di Celli. "Ho letto con sempre più commossa partecipazione questa lettera", scrive aaquilas. "Ha saputo dire a suo figlio, con le parole che io non ho, quello che da tempo dico io a mia figlia", scrive pasbill, che però non risparmia un'amara nota polemica: "Io vorrei avere la possibilità di fare studiare mia figlia all'Università dove lui è Direttore, ma non posso anche se la mia figliola è 'eccellente'". "Ai miei figli sto dicendo la stessa cosa da tempo oramai", conferma pgsart. "Lettera amara e pienamente condivisibile, questo derelitto paese pare avviato velocemtne a un declino irreversibile, privo di qualsivoglia speranza per i giovani in gamba" (wreich).

Le madri e le nonne. Il tema coinvolge anche le nonne. "Da madre, da nonna, da italiana (all'estero) - scrive liviale - e da donna vorrei ringraziare Pier Luigi Celli per il coraggio di questa lettera pubblica, per la sincerità, la serietà ed il profondo senso morale delle sue parole. Forse una delle più belle lezioni di generosità e di amore in questo paese devastato". E naturalmente le madri (anche se a scrivere sono stati molto di più i padri, forse per ragioni di 'identificazione' con l'autore della lettera): "Sono mamma di una figlia di 23 anni, licenziata già due volte da lavori in nero mal pagati. Ha deciso di andare all'estero sia per trovare un lavoro pulito e retribuito in maniera corretta. Condivido le sue scelte e condivido l'articolo. Vorrei dire ai giovani: vi trovate in una situazione certamente differente dalla nostra; 40 anni fa avevamo certezze ed ora non ne avete. Se volevamo studiare sapevamo che avremmo trovato un lavoro adeguato, se volevamo lavorare subito, che avremmo trovato un mestiere. Ora no, è tutto confuso, immorale, difficile", commenta amara francescaromana49.

I figli: quelli che partono. A scrivere sono anche tanti figli, già andati via, o in procinto di farlo. Molti soddisfatti, qualcuno nostalgico al punto di essere tornato, naturalmente per pentirsene subito dopo. Come michelep1: "Sono tornato in Italia poco tempo fa e mi pento amaramente della decisione. Io me la posso anche cavare, ma sto avvelenando la mia famiglia. Forse sarebbe bene partire di nuovo". Malacle non ha dubbi, ha già le valigie pronte: "Mi sto laureando con tanti sacrifici, ma so che alla fine dovrò portar fuori le mie esperienze e il mio sapere. Mi piacerebbe poter restare nel mio Paese, dove sono nata e cresciuta, dove ho il mio mondo, le mie radici e i miei affetti ma non sono diposta a mettere a disposizione di quache miserabile il mio ingegno... non sono disposta a lavorare 10 ore al giorno per trovarmi con 100 euro di buoni pasto, non sono disposta a fare stage per poi vedermi rimpiazzare dal successivo stagista perché nessuno ti fa un contratto". "Sono contenta di essere andata via dall'Italia perché cosiì non dovrò scrivere un giorno una lettera del genere a mia figlia!!!", afferma convinta fuzzy75. E come lei tantissimi, tutti entusiasti di Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti: "Vivo a Londra da più di quattro anni ormai, ho un buonissimo lavoro che in Italia avrebbe richiesto qualche decennio di gavetta e di umiliazioni, ho costruito amicizie vere con persone provenienti da tanti Paesi diversi e sono in un luogo dove non sono costretto ad aver paura delle istituzioni o di chi ha in mano il potere, perchè i contropoteri sono forti e in salute...", afferma orgoglioso blackwings.

E quelli che restano, o che tornano. "Io sto per fare la scelta inversa. - scrive luca2479 - Dopo anni all'estero ho deciso di tornare in Italia. E' tutto vero quello che c'è scritto, però certe volte costruire una vita all'estero è difficile. Forse c'è il lavoro ma non tutto il resto, così è nel mio caso. (...) Inizi davvero a sentire la mancanza del tuo paese, dei tuoi "vecchi" e di quegli amici veri con cui hai condiviso quasi tutta la vita e che vedi soffrire nella speranza di trovare un lavoro". E c'è chi proprio non se la sente neanche di provare ad andar via: "Rimpiango di non essermene andato dopo l'università", dice marino76.

I 'resistenti'. La fuga dall'Italia a qualcuno sembra una resa, un modo di rendere il nostro Paese ancora più povero e in declino. "Questo fenomeno ha già per molto tempo privato di giovani e grintose energie il Sud. E adesso sta facendo lo stesso per l'Italia. Ma non è andandosene che si risolverà il problema. E non basterà andare via per essere felici", scrive warriors83. "Mi viene voglia di scrivere "Non avrei potuto trovare parole migliori", ma così accettiamo la sconfitta, e non è giusto. Anzi sono proprio i giovani che hanno la possibilità di cambiare questo mondo marcio che gli stiamo consegnando, vedi i giovani Antimafia. I giovani e noi con loro" (clacampa1). Io non parto, dichiara orgogliosamente giorgioch: "Ho 49 anni, una vita di ricerca spesa tra l'Italia e gli USA. Per 26 anni ho rifiutato l'opzione di andare a lavorare negli USA. In questi anni ho speso la mia carriere aiutando la ricerca in Italia, costruendo realtà e portando know how in Italia. Ho un figlio di 12 anni e l'unica cosa che voglio dirgli è: combatti, e che io combatterò fino alla fine".

Quelli che accusano Celli. Molti commenti sono però estremamente polemici nei confronti di Celli. Gli rimproverano una certa ipocrisia e i privilegi della sua posizione, sostenendo che è inutile criticare un sistema che si è contribuito a creare, e nel quale si occupa un'eccelente posizione. "Sì, ok, se ne vada pure il padre così stiamo più larghi", scrive francopan1965. Parecchi commenti sono più articolati: "Non mi va bene. Questa è la lettera di un padre che ha condiviso e condivide, con lo stesso sistema che egli denuncia, il potere; lo sappiamo che non si diventa direttore generale della Rai o della Luiss per soli meriti professionali, ci vuole qualcos'altro: il compromesso", jackfolla57. E in tanti gli rimproverano anche i privilegi che comunque ha potuto e potrà ancora offrire a suo figlio. "Mi piacerebbe che il sig.Celli spiegasse cosa ha tentato di fare, grazie ai suoi ruoli, per cambiare la situazione", chiede jaakko. "I giovani italiani sono altri - dice tic - cara Repubblica, non pubblicare l'amarezza del direttore generale della Luiss, ma pubblica quella di un professore di liceo, di un operaio, di un impiegato, di un poliziotto, di un precario padre".
("la Repubblica", 30 novembre 2009)

La Sinistra smetta di litigare!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 giugno 2009


 Valentino Parlato

 

Luciano Gallino e la sinistra in crisi

 

 

Luciano Gallino, questa crisi della sinistra è una crisi italiana, con Berlusconi, oppure è europea?
Direi che seppure con molte differenze tra un paese e l’altro è una crisi europea che ha molte forme. Basti pensare al caos del Partito socialista francese o la deriva verso posizioni di centro-destra del labour britannico o dei socialdemocratici tedeschi. Quindi nell’insieme direi che è una sindrome europea.
 
Negli anni '70 questa sinistra era forte in Italia e in Europa. Quali possono essere le cause di questa crisi? La miopia dei dirigenti?
Il crollo dell’Unione sovietica è stato un fattore di grande importanza, non foss’altro perché ha rafforzato fortemente il centro-destra e la destra. Teniamo presente che le conquiste dei lavoratori tra gli anni ’60 e ’70 - salari decenti, prolungamento delle ferie, sabato festivo, servizio sanitario nazionale, nel nostro paese come in altri - sono stati possibili anche perché la classe egemone vedeva con grande preoccupazione l’Urss, naturalmente per il suo peso sulla scena mondiale ma anche per quello che poteva significare come sostegno – ideologico oltre che materiale – ai partiti di sinistra dell’occidente. Caduta l’Unione sovietica, la destra ha preso forza e fiato e le sinistre si son trovate un po’ l’erba tagliata sotto i piedi.
C’è un altro aspetto che in parte spiega la sconfitta, cioè il totale fraintendimento da parte delle sinistre, dei partiti socialdemocratici in particolare, del processo di globalizzazione. Mi riferisco allo scambio che è effettivamente avvenuto fra l’Occidente che ci ha messo capitali e tecnologia, e la Cina, l’India ecc. che ci hanno messo la manodopera pagata una miseria. Non hanno capito, quindi sono caduti in una prospettiva che io chiamo adattazionista: la globalizzazione c’è, perciò non resta che adattarsi ad essa. Che significa aver perso la partita ancor prima di cominciare.
 
Ma non c’è anche un cambiamento nel mondo del lavoro e una perdita di importanza del lavoro, la fine del fordismo, la società post-industriale... si può dire una società post-industriale?
No, direi di no per due motivi. Intanto l’industria continua ad essere un settore di grande importanza in tutte le economie sviluppate. In secondo luogo i modelli di organizzazione dell’industria, messi a punto nell’arco di un secolo dall’industria manufatturiera, sono stati applicati anche ad altri settori. Al presente l’agroindustria, la ristorazione rapida, i call centers ecc. utilizzano dei modelli di organizzazione del lavoro che sono quelli inventati un secolo fa.
 
Secondo lei il terziario si è industrializzato?
Gran parte del terziario ha adottato modelli organizzativi dell’industria che si fondavano, e in gran parte ancora si fondano, sull’imperativo taylorista: voi lavorate, noi pensiamo.
 
C’è quella frase di Marx che ogni tanto viene citata «lo sfruttamento del lavoro vivo diverrà una ben misera base per lo sviluppo generale della ricchezza». C’è una perdita di valore nel lavoro?
Certamente sì. Perché a partire dalla fine degli anni '70 si è avuta una straordinaria finanziarizzazione dell’industria e dell’attività produttiva in generale. Quindi si sono sempre più sviluppate tecnologie complesse per produrre denaro mediante denaro, scartando per quanto possibile il passaggio attraverso le merci, o facendo fabbricare le merci dai cinesi o dagli indiani. Quindi la produzione di denaro per mezzo di denaro ha portato con sé -e per certi aspetti è stata anche scientificamente cercata – la svalutazione, la sottovalutazione del lavoro manuale, del lavoro industriale.
 
Non potevano resistere dei partiti, il Pci soprattutto, che già avevano preso le distanze dall’Unione sovietica? O sono stati capitolardi?
Debbo dire, con mio rincrescimento, che sono del tutto d’accordo con questa interpretazione. La capitolazione dei partiti comunisti è stata precipitosa, e per certi aspetti inconsulta, anche se il crollo dell’Urss è stato un trauma colossale. Però che il socialismo realizzato avesse crepe profonde si sapeva da tempo. Temo quindi che la definizione di capitolardi sia azzeccata.
 
Insomma, a questo punto le sinistre hanno rifiutato l’identità passata ma non si sono date una identità nuova...
Certo, perché - l’ho detto all’inizio - non avevano capito nulla del processo di globalizzazione. Non avevano capito che la globalizzazione è un aspetto di una guerra di classe globale. E’ una espressione che da noi fa saltare sulla sedia, anche molti a sinistra. Ma io la prendo da un libro che ho sul tavolo, un libro americano che si intitola The global class war di Jeff Faux, fondatore dell’ Economic Policy Institute, che da buon americano liberal non teme di usare le parole che occorre usare, cioè conflitto di classe. Mentre le nostre sinistre hanno rimosso l’idea stessa di classe sociale.
 
Cosa fare per tornare forti e protagonisti?
Dall’89 sono passati 20 venti anni. Quello che si è smontato in vent’anni non è che si possa rimontare in poco tempo. Sicuramente un recupero della teoria critica, intesa non soltanto come recupero dei francofortesi che, comunque, avevano molte cose da dire. Ma anche come capacità di analizzare a fondo il processo dell’economia globale, come ad esempio sanno fare molti centri studi liberal americani, perché se uno vuol capire qualcosa finisce che deve passare di lì. Gran parte del nostro centro sinistra è molto più a destra dei liberal americani, quindi bisognerebbe partire dall’analisi delle classi, da una analisi seria del processo di globalizzazione.
 
Adesso Bertinotti dice confluiamo nel Pd.
Il Pd è certo un aggregato un po’ singolare. Debbo dire che nelle conferenze, nei seminari che faccio, negli incontri ai quali sono spesso invitato anche dal Pd, scopro che molti interlocutori sono di sinistra. E’ vero che sapendo che io sono di sinistra c’è una sorta di pre-selezione, comunque credo che nel Pd ci sia davvero una componente di sinistra. Però il confluire nel Pd non mi parrebbe una soluzione.
 
E per esempio l’unificazione fra Sinistra e libertà e Rifondazione.. a me non convince. Non potrebbero mettersi insieme e cercare di definire un programma di sinistra, sulla base di un programma poi unificarsi, mettersi d’accordo..
Sì. Credo che la partenza dovrebbe essere l’analisi, la critica, l’opposizione intellettuale, gli approfondimenti e un programma. E poi su questo vedere come ci si può aggregare. Però da qualche parte bisogna pur cominciare
 
Dovrebbero smettere di litigare...
E sì, questo fa veramente cascare le braccia.
 
L’ultima domanda. Io faccio questa intervista, chiedo articoli proprio per aprire una discussione proprio sul che fare della sinistra. Come si rinnova e si unifica la sinistra. E’ utile che il manifesto cerchi di diventare un forum di questa discussione?
Direi di sì, anche perché non ce ne sono altri. Il manifesto si vede, gira, è letto. E’ che inventarsi nuovi forum, nuovi mezzi di comunicazione mi pare – oggi come oggi – molto difficile. E’ chiaro che le voci, gli umori, le sensibilità sono molto diverse, quindi bisogna restare assai aperti. Però mi pare che lo spazio ci sia e che in ogni caso, qualunque sforzo di allargarlo può essere utile.

"il manifesto", 25 Giugno 2009

SINISTRA E LIBERTA'
post pubblicato in Messaggi, il 5 giugno 2009


SINISTRA E LIBERTA'

 

 

in Italia e in Europa

www.sinistraeliberta.it

Per un futuro di democrazia e libertà!
post pubblicato in Diario, il 5 giugno 2009


Per un futuro di democrazia e libertà

in Italia e in Europa!
 

 

 


 

 

"Sinistra e Libertà"
 

La rete Erasmus del “No alla 133” che da Parigi, Lione, Madrid, Valencia, Granada, Londra, Bruxelles, Monaco, Amburgo, Copenaghen e Leida, si riunisce in rete per manifestare il dissenso contro i tagli di Tremonti e la “riforma” della Gelmini.
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 12 novembre 2008


 
Scuola, l'Onda arriva in Europa
di Alessia Grossi

  Era arrivata già alla ribalta delle cronache il 7 novembre con l’irruzione nel Consolato italiano a Londra. Ora, in occasione della manifestazione degli studenti universitari contro la 133 del 14 novembre a Roma, la «European Anomalous Wave», l’Onda anomala europea, si organizza e si unisce in un unica protesta per manifestare davanti ai consolati italiani delle maggiori città europee. È la rete Erasmus del “No alla 133” che da Parigi, Lione, Madrid, Valencia, Granada, Londra, Bruxelles, Monaco, Amburgo, Copenaghen e Leida, si riunisce in rete per manifestare il dissenso contro i tagli di Tremonti e la “riforma” della Gelmini.

A Valencia, già lunedì gli studenti italiani si sono riuniti in assemblea e hanno prodotto il testo che consegneranno al console italiano perché lo faccia avere al Ministro italiano. «Ci siamo anche noi», dice il testo del video che hanno postato anche su Youtube, che nessuno pensi che gli studenti Erasmus si sentano esclusi. Oltre al documento, per l’occasione gli Erasmus valenciani hanno stabilito un’Assemblea permanente.
“Da Valencia contro la 133”, infatti, scrivono nel documento gli studenti, è un «contenitore e di idee e strumento di coordinamento della mobilitazione nata spontaneamente dall’incontro di numerosi erasmus italiani» tutti «uniti, indipendentemente dalle diverse provenienze geografiche e eterogeneità ideologica dal comune senso di disagio nei confronti di una legge che mina le basi, già traballanti dell’Università Italiana».

Insomma, l’Onda dilaga e si fa sentire anche fuori dai confini italiani, si raduna su Facebook, crea siti internet e blog per l’occasione e venerdì molte città europee l’avranno sotto gli occhi.

A
Parigi, dove l’Onda «l’onda anomala raggiunge l’attuale sede del presidente di turno dell’UE» come si legge nel comunicato stampa degli Erasmus parigini, la voce studentesca inizialmente si è scoperta molteplice, come dire, prima ancora di coordinarsi, si erano già formati spontaneamente diversi gruppi di protesta.
Anche gli erasmus francesi, come il resto dell’Onda Anomala ha organizzato per venerdì un sit-in sotto al Consolato italiano per consegnare al console «Luca Maestripieri un documento che esprime rifiuto e indignazione verso le riforme della scuola e dell’università proposte dal governo italiano. In seguito, una rappresentanza di studenti si sposterà all’ambasciata italiana portando lo stesso all’ambasciatore Ludovico Ortona». Dopo il sit-in l’Onda sfilerà poi lungo la Senna, non senza sperare nella solidarietà dei Collettivi francesi che starebbero decidendo di manifestare in segno di solidarietà con gli studenti italiani. Questo, perché l’Onda, ha come obiettivo centrale quello di opporsi al fenomeno delle riforme dei Paesi della Comunità europea a discapito della cultura e della ricerca.
È per questo motivo che, anche dopo il 14, l’Onda promette di non sciogliersi ma di continuare a lavorare per un sistema universitario e scolastico migliore.

"l'Unità", 12-11-08


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permalink | inviato da Notes-bloc il 12/11/2008 alle 22:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cambiano i volti ... ma la favola neoliberista non convince il paese reale, quello che soffre!
post pubblicato in Notizie ..., il 20 ottobre 2007


Pensioni, la Francia si ferma contro Sarkozy
La stabilità liberista in Europa è solo un mito

Anubi D'Avossa Lussurgiu
Dopo dodici anni la Francia torna alle scene del 1995, l'anno del grande sciopero dei trasporti e dei servizi pubblici che paralizzò l'Esagono e segnò un arresto della marcia neoliberista. Ad evocare l'Idra della vertenza più paralizzante - materialmente - rispetto all'intera economia, è stato il neopresidente Sarkozy, attraverso il governo Fillon. Si dirà che è nel suo stile decisionista, che tanto affascina anche da questa parte delle Alpi e presso gli indirizzi politici più sorprendenti, gettare il cuore oltre l'ostacolo e, appunto, affrontare subito il principale. Sarà anche vero, ma c'è un problema: il vero meta-messaggio sarkozista, sul piano politico e più i generale sull'idea di società, è stato il declassamento del conflitto, addirittura con un neo-nazionalismo incardinatao proprio sul superamento, lo scavalcamento dei conflitti interni. Ebbene, quest'immagine si è immediatamente infranta. Prima dentro la stessa macchina di potere, con le tensioni insorte tra l'Eliseo e un esecutivo diminuito di rango rispetto allo staff presidenziale. Poi nel consenso al fondamentale programma securitario, cui la figura di Sarkò è indissolubilmente legata: sui droni immaginati dalla polizia a sorvolare le banlieues parigine e poi sull'obbligatorietà del controllo del Dna per l'autorizzazione ai ricongiungimenti, la società civile d'Oltralpe è riemersa, rumorosa e spaccata in due come una mela. Adesso il primo capitolo della doppia offensiva sarkozista in materia economico-sociale, quella cioè che mira all'innalzamento generale dell'accesso alla pensione a 40 anni di contributi e allo smantellamento delle prestazioni pubbliche, scatena una vertenza di forza persino superiore a quella di dodici anni fa. Il 73% di partecipazione allo sciopero, a metà della giornata di ieri, contro il 65 di allora. Ieri, in Francia, funzionavano più o meno solo gli aeroporti. E si continua oggi. Qualcosa vorrà pur dire. Specie se si allarga lo sguardo alla nostra culla comune, l'Europa: i cui governanti sono tornati ieri a mostrare, tutti, la loro forza reale, nell'empasse totale della costruzione dell'Unione politica, inseguiti sin dentro Lisbona dalla protesta antiliberista.

Qualche volta le cifre, i dati, sono corpi, vite in azione: leggere che in Francia, ieri, per un bilancio ancora parziale, si erano fermati 4 su 5 lavoratrici e lavoratori delle stazioni ferroviarie, e altrettanti nell'impresa pubblica di fornitura dell'elettricità, l'Edf; leggere che il Metro di Parigi era fermo, come i tram, come la Rer; leggere, ancora, che sono andate deserte le scuole, che si è bloccata la raccolta di rifiuti, che erano chiuse le poste e le Tlc pubbliche; leggere infine che hanno scioperato anche le edizioni regionali dell'informazione radiotelevisiva pubblica: tutto questo racconta d'un Paese niente affatto pacificato.
E' vero che i sondaggi danno il 75 per cento di approvazioni al taglio presidenziale sui «privilegi» dei trattamenti pensionistici speciali nell'impiego pubblico. Davanti al potere politico e alle statistiche demoscopiche, però, ci sono i comportamenti reali del Paese reale. E la favola narrata cambia completamente.
E' così, in realtà, in tutt'Europa: e rispetto a tutte quelle formule che sono state decantate dall'opinione pubblica serrata intorno ai poteri economici come risolutive - dei conflitti, appunto. Anche la Grande Coalizione tedesca presieduta dalla cancelliera Angela Merkel (altra «soluzione» accarezzata qui da noi) ha in principio radicato la sua fortuna nella pubblicistica neomoderata in fantasmagorici consensi sondaggistici. Adesso non è più così. In Germania le tensioni sociali sono tornate a serpeggiare da tempo; e la maggiore socialdemocrazia europea, lasciata da Schroeder in ostaggio alla Grosse Koalition, versa ora in una crisi di dimensioni prima sconosciute - mentre a sinistra cresce oltre ogni previsione un soggetto alternativo e unitario.
Lo stesso, poi, è accaduto a quella che ci è stata raccontata come la resurrezione del blairismo in una nuova carne e mondato dagli "errori" internazionali del leader della Terza Via: in questi giorni il successore Gordon Brown sta scontando anche lui la dura prova della realtà, che non sfugge agli occhi dei cittadini. Il suo decisionismo si è manifestato con la spavalda evocazione di elezioni anticipate, quando un po' di brezza era tornata nelle vele del New Labour con la pennellata di attenzione "sociale" del suo programma di governo. Poi la sostanziale continuità delle politiche pubbliche rispetto all'era blairiana ha depresso le stime dei consensi e Brown è caduto di male in peggio dando prova di pavidità politica con la frenata sul ricorso alle urne e restituendo il vantaggio al giovane ed eclettico antagonista a capo dei Tories, Cameron.
Insomma, in questa vecchia Europa dai tratti stravolti l'idea di una formula stabile che assicuri il governo politico dell'egemonia liberista, rimane un perfetto ossimoro. Mentre lo slittamento di natura e di senso delle socialdemocrazie lascia vuoti che mostrano di non essere destinati a farsi automaticamente "riempire" da chi resta a sinistra. Anche perché nel loro dibattersi e infragilirsi le attuali classi dirigenti restano comunque le sole a maneggiare a pieno la dimensione politica continentale, il giocattolo fondamentale e al tempo stesso pericoloso dell'Unione europea.
Qui è l'architrave del problema della politica in Europa: quella dimensione, lo spazio comune della decisione, il trasferimento di "sovranità", attraversa una crisi che è lo specchio e insieme il moltiplicatore delle crisi di ogni formula di governo nazionale in quest'epoca. Il punto di caduta è plasticamente rappresentato dal terreno di scontro e di impaludamento del vertice di Lisbona in corso: esso altro non è che la degenerazione, o l'inefficacia, delle forme democratiche dell'Unione, a partire dal peso del Parlamento nell'architettura comunitaria e dal non casuale ritorno al conflitto sui pesi nazionali. Un fenomeno profondamente significativo, che riporta in primo piano i sovranismi proprio mentre i governi politici si conformano più o meno ad un'unica idea di società e di sviluppo.


"Liberazione", 19/10/2007

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