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di Ignazio Licciardi
Al via il Secondo Decennio del III Millennio!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 gennaio 2011


Primo Piano
31/12/2010 - I PRIMI 10 ANNI DEL DUEMILA

L'eredità del decennio
sono le sfide aperte della democrazia

 

Siamo più colti, calano le guerre e aumenta il potere delle donne, ma il mondo cerca un nuovo assetto tra America e Cina

BILL EMMOTT
 

I giornalisti spesso pensano che le notizie possano definirsi tali in termini di giorni o di minuti. I politici sembrano lungimiranti se pensano in termini di poche settimane, o visionari se fanno arrivare lo sguardo fino alle prossime elezioni. La maggior parte della gente comune ha ricordi che variano a seconda dell’argomento, più a lungo termine per la famiglia o per la carriera, più a breve per gli affari politici o economici o, soprattutto, per le notizie che riguardano altri. Gli storici, tuttavia, amano pensare in termini di decenni, perché 10 anni sembrano loro un tempo abbastanza lungo per fissare delle tendenze o cambiare rotta.

Così vale la pena chiedersi: secondo gli storici del futuro cosa potrebbe essere stato importante durante il primo decennio del XXI secolo? E il giudizio sul decennio potrebbe essere positivo, in termini di sviluppo umano o di progresso, o negativo? Non sono, in parte, domande corrette, perché gli storici futuri hanno un vantaggio decisivo su di noi: sanno che cosa è successo dopo. Ciò permette loro di vedere il significato più a lungo termine di un evento o di una tendenza che è più difficile da giudicare se vista da vicino, così come valutarne gli effetti buoni o cattivi. Questo vale in modo evidente per le scoperte scientifiche: la decifrazione del Genoma si rivelerà un evento epocale, aprendo la strada a grandi conquiste della medicina e a nuovi dilemmi nel campo della psicologia e dell’etica o è una falsa alba? Ma vale anche per l'economia (si pensi all'euro, nato nel ‘99) e per la geopolitica.

E’ opinione comune che le guerre in Iraq e in Afghanistan, oltre alla débacle finanziaria del 2007-09, saranno viste come segno del declino del prestigio americano e del suo potere, potere che nel 2000 sembrava senza rivali nel mondo. Era facile in quell'anno perdere il conto del numero di analisti che paragonavano l’America dell’ultimo periodo dell’era Clinton e del primo di Bush jr. all'impero romano. Bush aveva detto che il suo Paese avrebbe dovuto essere «umile ma forte» e pochi dubitavano che non sarebbe rimasto almeno forte. Ora, grazie ai 19 dirottatori addestrati da Al-Qaeda che l'11 settembre 2001 pilotarono aerei commerciali contro il World Trade Centre di New York, il Pentagono a Washington e (obiettivo fallito) in un campo della Pennsylvania, uccidendo 3 mila persone in un’azione terroristica senza precedenti, i dubbi sono diversi e l'analogia con l’impero romano si è spostata dall’egemonia all’indebolimento o addirittura al collasso.

Il potere si sta spostando verso l'Asia, come sappiamo. L'Iraq è stato un imbarazzante pasticcio, l'Afghanistan è diventato un pantano, la finanza americana è uno scherzo di cattivo gusto. L'Occidente ha sofferto la peggiore crisi economica dal 1945. Chi guarda al breve periodo potrebbe aggiungere Wikileaks alle prove del declino americano: il fallimento nel mantenere riservate le relazioni diplomatiche è un enorme, nuovo imbarazzo. Eppure, mi chiedo se gli storici sono d'accordo. L'indizio si potrebbe trovare anche lì, nei dispacci. Ciò che hanno mostrato, finora, è una nazione che ha diplomatici franchi e non doppiogiochisti e che sembrano preoccuparsi dei valori universali della democrazia e dei diritti umani.

Se questa è una buona guida per scoprire le qualità di fondo d'America, in futuro le vicende abnormi della prigione di Abu Ghraib in Iraq e di Guantanamo potrebbero sembrare anomalie come il massacro degli abitanti di My Lai in Vietnam nel 1968. Non dimentichiamo che nel 1970, in seguito alla guerra del Vietnam, allo shock petrolifero e poi alla rivoluzione iraniana, l'America sembrava in declino e questo anche prima che un altro rivale asiatico, il Giappone, sembrasse avere il sopravvento. Il possibile significato del primo decennio del XXI secolo potrebbe, come per il 1970, essere un riassetto degli affari del mondo e non un cambio di leadership.

L'ultimo decennio ha visto l’emergere, salutato con favore, del Gruppo dei 20, come sostituto ampliato del gruppo dei sette (poi otto) nato nel 1970, in un momento in cui una leadership più collettiva sembrava auspicabile. Ma se ora l'economia americana rivive, se mantiene la sua leadership tecnologica, potrebbe restare la guida effettiva del G20, come è ora. Avrà anche un ruolo di indirizzo, se conserva o riacquista la leadership morale – e questo significa soprattutto diritti umani e democrazia. Perché se la democrazia continua a diffondersi, l'Occidente in generale, ma l'America in particolare, possono ottenere credito dagli storici - in parte grazie agli elementi di prova che leggeranno grazie a Wikileaks.

Questo è un grande se. Freedom House, il think tank che monitora lo stato della democrazia e della libertà di stampa nel mondo, ha riportato un preoccupante rallentamento del progresso della democrazia, che in alcuni casi è diventata regressione. Gli storici, però, terranno conto anche degli straordinari progressi registrati negli Anni 90 grazie alla fine della Guerra Fredda e alla caduta dell'Urss e potrebbero non essere sorpresi dal fatto che la democrazia non sia stata in grado di uguagliare la rapida diffusione raggiunta durante i 10 anni precedenti. Anche così, la delusione della rivoluzione «arancione» in Ucraina del 2004, i progressi irregolari in Africa e le minacce alla libertà di stampa nella stessa Ue, ora in Ungheria e da diversi anni in Italia, non possono essere ignorate.

Tuttavia, nel 2009, secondo Freedom House, oltre il 45% della popolazione mondiale viveva in Paesi «liberi» , mentre nel 2000 la percentuale era del 40%. Il punto cruciale è che il Paese più popoloso, la Cina, resta una dittatura. Wikileaks può anche, però, darci un altro indizio di una tendenza significativa del decennio passato, questa volta attraverso il sesso del segretario di Stato americano. Gli storici sottolineeranno che non solo il 2008 ha portato il primo Presidente nero, ma anche che tre degli ultimi quattro segretari di Stato sono state donne (Hillary Clinton, Condoleezza Rice e Madeleine Albright). Questo è, in termini storici, il culmine di una tendenza che è iniziata con l'allargamento dell’istruzione e con nuovi atteggiamenti sociali negli Anni 60 e 70.

In aggiunta a questi tre leader americani al femminile dovremmo contare un ministro delle finanze francese donna, una donna cancelliere tedesco e tre donne a capo delle principali associazioni industriali in Francia, Gran Bretagna e Italia. Le donne in posizioni di leadership restano eccezioni e non la regola. Ma durante questo decennio le eccezioni si sono diffuse. E' anche il decennio in cui le donne sono diventate più della metà della forza lavoro americana e in cui hanno occupato 6 degli 8 milioni di nuovi posti di lavoro creati nell'Ue nel decennio 2000-2009 e sono diventate maggioranza tra gli studenti universitari, in Europa e in America. Il cambiamento sociale si insinua senza grandi eventi che restino nei nostri ricordi.

Così questo è stato anche il decennio in cui il matrimonio gay è diventato un argomento di dibattito mainstream ed è apparso quasi irrilevante che il ministro degli Esteri tedesco sia omosessuale. Soprattutto, però, è stato un decennio che sarà visto come degno di nota per il modo in cui la globalizzazione si è trasformata da materia di scontri a Seattle e a Genova in un modo per rendere il mondo più equo. Nel 2005, secondo la Banca Mondiale, vi erano 1,4 miliardi di persone in povertà assoluta, mentre ce n’erano 1,7 miliardi nel 2000.

Gran parte del motivo è la crescita economica in Cina, India e altri Paesi emergenti, che ha ridotto la povertà, malgrado la crescita della popolazione mondiale. Con la popolazione mondiale che ha superato i sei miliardi e che arriverà probabilmente a nove, l’attenzione è rivolta verso la minaccia di malattie e conflitti. Ma, forse, la cosa più notevole in un decennio in cui è stato dichiarato uno nuovo Stato dotato di armi nucleari (Corea del Nord), i due ultimi acquisti del settore sono arrivati sull’orlo della guerra (India e Pakistan nel 2002) e un altro (Iran) si avvicina al tale status, è che tanto i conflitti come le malattie siano regrediti piuttosto che espandersi.

Il progresso scientifico continua, ma è anche probabile che acceleri, via via che sempre più persone in Cina e in India emergono grazie a una migliore istruzione. Lo stesso potrebbe, eventualmente, valere per la democrazia. Ecco una previsione imprudente: che l'educazione e la ricchezza significano che entro il 2020 anche la Cina avrà fatto passi in avanti verso la democrazia o l’avrà raggiunta. Questo sarebbe davvero un trionfo occidentale.
Traduzione di Carla Reschia

"La Stampa", 01-01-2011

Grazie, Monicelli per la Tua Arte!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 4 giugno 2010


Scuola, gli studenti
con Monicelli sulle barricate

Scuola, gli studenti con Monicelli sulle barricate

di Gabriella Gallozzi

 

Il regista agli studenti della scuola Rossellini: «Stanno distruggendo la cultura, dovete ribellarvi»
 
"l'Unità", 04-06-2010
Notte del 1993!
post pubblicato in Notizie ..., il 29 maggio 2010


Ciampi: "La notte del '93 a un passo dal golpe"
Si riaccende lo scontro sulle stragi di mafia

 

L'ex capo dello Stato ricorda: "Parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi 'dobbiamo reagire'. Questo è il tempo della verità: non c'è democrazia senza verità". Il Pdl: "Perché ha taciuto per tanti anni?". L'opposizione chiede chiarezza

di M. GIANNINI

"la Repubblica", 29-05-10

Fausto Bertinotti:"...il progetto della sinistra deve ricominciare da una grande organizzazione di massa, perché l’esperienza ci insegna che siamo più democratici quanti più e uniti siamo".
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 maggio 2010


Bertinotti: «Una nuova organizzazione politica cooperativa della sinistra»

 

 Fausto Bertinotti è pimpante. Si sente “in una condizione di grande serenità”. L’ex presidente della camera benefica infatti della “condizione privilegiata” di essere “al di sopra delle parti” mai quiete della sinistra. Il che gli consente di organizzare e svolgere “con soddisfazione” le proprie attività di direzione della rivista Alternative per il socialismo, di libera docenza all’università di Perugia e, in definitiva, di libero pensatore. Lo incontriamo nel suo studio di presidente della Fondazione camera dei deputati per una conversazione a partire dal libro di Paolo Ferrero, Quel che il futuro dirà di noi. Idee per uscire da capitalismo in crisi e dalla seconda Repubblica (DeriveApprodi, pp. 156, € 12).

Nel suo libro, Ferrero muove dalla tesi che la sinistra Italia “più che sconfitta, sia dissolta” per non aver “ripensato criticamente nulla” e aver invece “buttato via tutto”. Fino a introiettare direttamente il punto di vista dell’avversario, attraverso il lungo corso iniziato dalla fine degli anni Sessanta e contrassegnato da sconfitte e arretramenti in successione, che ha provocato lo smarrimento di un punto di vista autonomo. Consideri anche tu basilare questa premessa?
Questo di Paolo è sostanzialmente il giudizio che siamo venuti dando negli anni Novanta, e inizio Duemila, più o meno da parte di tutte le forze della sinistra radicale in Europa. Potremmo dire che la nascita del partito della Sinistra europea si realizza sulla base di questo giudizio sul centrosinistra nelle diverse formule che assume nell’Europa di fine secolo: dal New labour in Inghilterra alla socialdemocrazia di Schröder in Germania, fino alle esperienze più interessanti, come quella socialista di Jospin in Francia e, in posizione quasi intermedia, quella di Prodi in Italia. Da questo punto di vista trova conferma un’analisi condivisa. Ciò detto, secondo me la genesi del centrosinistra è determinata dalla combinazione di due differenti fattori, che non attengono nemmeno più il rapporto con la socialdemocrazia.

E cioè quali?
Il primo elemento è il crollo dei regimi dell’est, e non il loro incombere. E’ il crollo dei regimi dell’est ad esser interpretato colpevolmente come fine della storia; determinando così una causazione più che subalterna, organica, del centrosinistra alla modernizzazione capitalistica. Il secondo elemento è che tale genesi del centrosinistra è interna alla fase ascendente del capitalismo fordista taylorista keynesiano. In questo senso è un tentativo ambizioso, disastroso ma anche ambizioso: perché si candida a essere la forza più adatta in Europa a liberare la modernizzazione e più vocata a dare all’umanità una nuova stagione di benessere. Sotto questo aspetto il centrosinistra è una formula e una formazione che sta fuori dalla storia culturale, anche se non fattuale, del movimento operaio. E come tale va indagato. Ci dice, cioè, di più quel che il centrosinistra europeo è stato come nuova fondazione di una cultura politica piuttosto di quel che non è più stato come erede del movimento operaio. E questa chiave secondo me consente di capire perché, nel momento in cui va in crisi il capitalismo finanziario globalizzato, la sinistra europea si trova a essere ammutolita anziché a riprendere la parola. Perché la crisi manda in tilt l’unico impianto culturale che la sinistra aveva costruito, e precisamente quello della globalizzazione.

Proprio nella crisi oggi assistiamo a una paradossale rincorsa dei governi a coprire debiti e malversazioni di banche, imprese, fondi e finanziarie, secondo una sorta di neo statalismo che dovrebbe risultare un’eresia agli apologeti del mercato, ma attraverso cui il conto viene scaricato tutto sui lavoratori. Non credi che un rimosso fondamentale, che invece occorre tornare a porre in termini attuali, riguardi proprio i modi di produzione, ovvero il tema della proprietà?
Questo è un problema particolarmente complicato in Italia. Perché l’Italia è forse il paese europeo in cui si sono maggiormente affermati un ruolo dell’intervento pubblico nell’economia e un modello di economia mista. E questo perché potevano poggiare su una straordinaria innovazione culturale, che quella iscritta nella Costituzione repubblicana. In Italia, quindi, un importante compromesso dinamico tra le principali forze costituenti – socialisti, comunisti, democratico cristiani – ha fatto sì che l’intervento pubblico fosse il modo attraverso cui veniva affrontata la questione della proprietà. E, con questo, punto e fine. Perché punto? Perché questa storia secondo me è finita. Sono tutt’altro che propenso a rinunciare al lascito di quella storia, ma per poterlo recuperare bisogna sapere che è finita, che l’economia mista è stata abbattuta. E che si è andati verso un capitalismo moderno che, come Reagan, considera lo stato il problema invece che la soluzione e che, come la Tatcher, ritiene che non esista la società civile ma solo l’economia.

Una trasformazione della Costituzione materiale che di fatto ha travolto quella formale?
E’ stato desertificato il terreno su cui poteva agire lo scritto sulla Carta. Perciò la soluzione contenuta nell’intesa costituente progressiva non può più realizzarsi. Tanto è vero che tu hai oggi il caso più clamoroso di contraddizione tra impresa e interesse sociale, per cui in nome del puro interesse finanziario di pochi puoi determinare una delocalizzazione e cancellare un’intera storia che non è solo lavorativa e produttiva. La grande idea costituente è stata così sbarrata dalla controriforma liberista. Perciò credo sia giusto rimettere al centro una riflessione sulla questione della proprietà e che dovremmo ricominciarla a partire dal lavoro e dall’autogestione.

Nel 1996 prima e nel 2006 poi Rifondazione entra in uno schieramento sulla base dell’idea di poter piegare a sinistra l’asse della politica del centrosinistra. Retrospettivamente, non credi che, nel secondo caso più che nel primo, siano stati fatti errori di valutazione rispetto alla sinistra moderata e alla reale possibilità di intervento?
Al riguardo mi sono formato un’opinione precisa, che ovviamente può essere contraddetta, ma lungamente elaborata. L’interrogativo, a mio avviso, non può essere posto solo in questi termini. Perché Rifondazione incontra due volte, sulla stessa direttrice, il tema del governo del centrosinistra. Quindi bisogna avere il coraggio di mettere in discussione l’intero ciclo, che chiamerei del secondo centrosinistra rispetto al primo degli anni Sessanta.

Ferrero ci si mette dentro e con l’assunzione piena di responsabilità rispetto al secondo governo Prodi, riconoscendo di aver “sbagliato” giudizio e atti conseguenti…
Con tutto il rispetto per ogni percorso di elaborazione, porre la questione in questi termini secondo me è irrilevante. Appunto perché penso si debba riflettere sull’intero ciclo e le due fasi, a dieci anni l’una dall’altra, 1996-1998 e 2006-2008, in cui si ripropone un’esperienza di governo del centrosinistra. In quest’ottica, credo che Rifondazione non avesse altre opzioni dal punto di vista delle alleanze di governo. Aveva a disposizione mille altre ipotesi, compresa quella del possibile autoscioglimento per rafforzare il protagonismo dei movimenti dentro una soggettività politica completamente nuova. Ma, secondo me, non disponeva della possibilità di non porsi il tema del governo.

Ciò in base a quale ordine di considerazioni, visto che si è poi trattato della questione più discussa, controversa e lacerante?
Perché, sul terreno della partecipazione alle sorti della democrazia rappresentativa, si rendeva impossibile l’autonomia strategica di una sinistra radicale dal contesto politico. Questo perché nella seconda repubblica stava producendosi un rovesciamento vero e proprio del ciclo storico democratico, che muoveva dalla fase di allargamento della democrazia, attraverso lo stadio intermedio degli anni Ottanta, a una progressiva compressione verso la democrazia oligarchica. Penso che in questo quadro – che per altro si configurava all’indomani delle due gigantesche sconfitte dei 35 giorni e sulla scala mobile e dello scioglimento del Pci – non ci si potesse sottrarre alla domanda relativa a come impedire la vittoria della destra, connotate per altro dal berlusconismo. Tanto è vero che la prima volta noi scegliamo la via acrobatica della desistenza. E la seconda, memori che il primo centrosinistra di Prodi era fallito drammaticamente, proviamo a metterci al riparo con un’opzione programmatica che sono tutt’ora convinto di poter difendere in qualunque discussione pubblica nei confronti di chiunque. Dov’è dunque l’errore? Secondo me non è nel giudizio sulla componente moderata, ma su di noi. Abbiamo sbagliato l’analisi del rapporto tra Rifondazione, la sinistra, i movimenti, il popolo, il paese. Abbiamo cioè sopravvalutato la capacità di favorire la permeabilità delle istituzioni e del governo rispetto ai movimenti. E questo mi porta a un giudizio complessivo sul centrosinistra, non sulla singola esperienza del Prodi 1 o 2.

Quale giudizio, in definitiva?
L’idea che il centrosinistra in Italia è comunque un’alleanza che configura una possibile forza di modernizzazione, ma non una forza riformatrice. A significarlo c’è una caratteristica comune ai due grandi cicli del centrosinistra, quello degli anni Sessanta e quest’ultimo: cioè il fatto che le cose migliori le ottieni, tanto allora che oggi, quando le forze di sinistra non sono materialmente dentro il governo.

Tanto è vero che Ferrero rimprovera come, anche nella fase più dura, abbia invece prevalso la scelta di rimanere anziché rompere, considerandola un errore. In quanto, se non sei in grado di realizzare percepibili, seppur parziali, passi in avanti, finisci per massacrarti e subire il contraccolpo a opera di coloro per cui sei andato al governo, ma di cui non riesci a mutare la condizione. Non si tratta, poi, di quel che è accaduto al Prc?
Rispetto a questo punto il mio dissenso è molto profondo. Perché la conseguenza di questo ragionamento è: salviamo una scialuppa. Mentre la conseguenza del mio ragionamento è: rimettiamo in discussione l’intero campo della sinistra. Se la mia analisi è giusta, infatti, non c’è salvezza in una ridotta: perché quel che conta è quello che pensano e come si comportano le grandi masse.

Ma se diluisci fino a rendere invisibile l’identità della tua proposta politica, quindi della tua efficacia, a quel punto non produci la dissoluzione della sinistra?
E quando sarebbe avvenuta questa evaporazione del carattere qualificante della tua proposta?

Nel governo.
Ora, davvero si può credere che questa catastrofe che ha cancellato la sinistra dal paese sia determinata in due anni e dalla presenza di una piccola forza in un governo? Come si fa a non vedere che la rovina comincia negli anni Sessanta, con la mancata intercettazione della nascita del conflitto operaio, col silenzio rispetto alla primavera di Praga strangolata, con l’incapacità di intercettare la domanda radicale di cambiamento culturale e di costume del ’68-’69, con l’incapacità di mettersi in relazione con tutti i movimenti e le loro specificità?

Questo è il panorama di fondo da cui muove anche la riflessione di Ferrero. Nello specifico, però, rispetto alla questione del governo e dei sui effetti, qual è in definitiva il tuo giudizio sulle divergenze intervenute a sinistra?
Simul stabant, simula cadent. O ci salvavamo insieme o morivamo insieme. E infatti stiamo morendo insieme.

E, rispetto a questa situazione, come valuti la posizione del sindacato e della Cgil?
Il sindacato è parte integrante della crisi della sinistra in Europa e in Italia. Non penso che la subisca, ma che ne sia corresponsabile.
Riassumo i due nodi che invece andrebbero presi in esame per una riflessione approfondita. Primo: il mutamento della composizione sociale del lavoro, che ripropone il tema dell’unificazione del mondo del lavoro, affrontato in maniera inadeguata; il che già spiega in parte le difficoltà del sindacato. Secondo: la devastazione di cultura dell’autonomia del conflitto e del sindacato dal quadro politico e dal processo di modernizzazione prodotta dalla crisi della sinistra politica.
Date queste due difficoltà, il problema del sindacato riguarda l’avervi fatto fronte su una via sbagliata: quella della crescente istituzionalizzazione. Il sindacato ha pensato, cioè, di poter supplire alla difficoltà di rappresentare compiutamente il mondo del lavoro e di dare ad esso un potere contrattuale attraverso la propria progressiva cooptazione dentro un sistema economico, sociale e di partnership col governo. Un corso che comincia con gli accordi del ’92 e ’93. E della cui crisi è levatrice la concertazione.

Vince, insomma, la linea di Bonanni e della Cisl?
La Cisl ha dato una risposta da cui dissento totalmente, ma forte e organica. Ed è l’idea secondo cui non c’è più niente da fare dal punto di vista dell’autonomia del sindacato come agente contrattuale della coalizione lavorativa. E che, in assenza di ciò, il sindacato debba diventare soggetto di cogestione istituzionale di elementi di tutela e di accompagnamento della vita dei lavoratori fuori dal conflitto capitale-lavoro. Rispetto a questo, secondo me, il congresso della Cgil ha il grande demerito di non aver messo in luce esplicitamente il bivio storico in cui essa si trova.

Un bivio tra quali due opzioni?
Sostanzialmente tra quella di rientrare nei ranghi, come mi pare il congresso tenda a fare, e quella di imboccare la via difficilissima, pure indicata al congresso, della riaffermazione dell’autonomia del sindacato e della costruzione della coalizione lavorativa unitaria. Fondata su un punto a mio avviso fondamentale non solo per il sindacato, ma per la sinistra e per la politica: cioè la democrazia. La democrazia, infatti, è il vero spartiacque odierno. Ho sostenuto lungamente che lo spartiacque tra destra e sinistra fosse l’eguaglianza; e lo dico ancora. Ma c’è una precondizione che oggi diventa una priorità politica, che è appunto la democrazia.

Oggi, però, anche nei grandi involucri della rappresentanza e istituti della democrazia si vano sempre più affermando forme di leaderismo, di affidamento della delega alla fascinazione di un capo carismatico. Pensi che a sinistra dobbiamo adeguarci a questa politica, molto semplificata, fondata sull’affido?
Penso che questa discussione sulla leadership a sinistra sia veramente bizzarra. Sorvoliamo sul culto della personalità e Stalin. Ma, anche dopo la critica del culto della personalità, vorrei ricordare che in Italia milioni di persone hanno gridato a ogni occasione: “Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”…

”Viva Marx! viva Lenin! Viva Mao Tse Tung!”.
Bè, se non sono leader questi... C’è una doppiezza nella sinistra italiana secondo cui facciamo a meno dei leader quando non li abbiamo. Ma, quando li abbiamo, li utilizziamo a mani basse anche da morti: da Gramsci a Togliatti a Longo a Berlinguer. E Berlinguer, effettivamente, ha giocato un ruolo legato al carattere della propria personalità, incarnando a fondo l’austerità e il rigore morale. Sulla scena internazionale, poi, non ho mai sentito nessuno levarsi a dire che non si dovesse parlare di Fidel Castro oppure che obiettasse alla maglietta del Che, in quanto sarebbe stato meglio parlare dei compagni anonimi della guerriglia.
Se poi vogliamo parlare più seriamente, guardiamo all’America latina, che attualmente è l’area del mondo davvero in controtendenza rispetto alla crisi della democrazia e del nesso democrazia-sviluppo che si è spezzato da entrambi i lati: lo scacco progressivo che subisce la democrazia nella tradizione europea e l’affermazione del sistema autoritario cinese come motore dell’area di maggiore sviluppo del mondo. Rispetto a questa crisi planetaria della democrazia, l’America latina vive un’esperienza che stabilisce una relazione difficilissima ma virtuosa tra critica alla globalizzazione, critica pratica alla modernizzazione e costruzione di esperienze di democrazia. Ora, però, non mi si verrà a dire che l’esperienza brasiliana non ha a che fare con il carisma di Lula. Non parliamo poi dell’esperienza venezuelane di Chavez. Né si vorrà dire che gli indigeni non abbiano in Morales il punto di riferimento. Questo, giusto per essere avvertiti del fatto che forse bisogna rimeditare il peso della personalità nella politica, e che la questione della leadership è un po’ più complessa di come viene ridotta.

In Italia, però, intanto c’è Berlusconi…
Rispetto all’Italia, io ho un’idea specifica anche se può sembrare eccentrica: penso che la questione del progetto politico e quella della rappresentanza oggi debbano essere pensate con una relativa autonomia reciproca.
Penso che il progetto della sinistra debba ricominciare da una densa costruzione democratica: perciò da una grande organizzazione di massa, perché l’esperienza ci insegna che siamo più democratici quanti più e uniti siamo. In questa costruzione democratica, la critica al leaderismo è fondamentale, nella misura in cui mette in discussione la delega. La leadership carismatica e mediatica è inutile e dannosa alla costruzione di un intellettuale collettivo che può nascere solo sulla base di processi partecipativi e attraverso la costruzione di un nuovo ordinamento democratico, orizzontale, plurale, il più possibile attraversato dalla critica del femminismo alle forme delegate.
Le elezioni, invece, non vorrei dire, come Sartre, che siano anche una manifestazione seriale, ma invece è proprio così. Quindi, rebus sic stantibus, se si decide di competere alle elezioni sul terreno della rappresentanza, io penso che sia buono anche avere un leader in grado di incarnare una connessione sentimentale col proprio popolo. Riassumendo: leader carismatico per le elezioni, democrazia partecipata per il soggetto politico. Ma il mio ragionamento è volto soprattutto a separare questi due momenti. La mia idea è che quando ti vai a presentare la lista non la decidi tu…

E neanche il corpo degli iscritti, dunque…
Assolutamente no. La lista la decide la consultazione popolare. Il partito, invece, lo decidi tu insieme a chi condivide quell’opzione politico organizzativa, a chi è partecipe di quell’intellettuale collettivo.

Su questo piano, Ferrero rileva che oggi non c’è una sola sinistra, ma sono più di una. E in quest’ottica propone la Federazione anche come territorio di ricostruzione unitaria a partire da forze che si costituiscono come polo alternativo rispetto al Pd, su cui si esprime un giudizio di non ritorno, in quanto organicamente subalterno al potere dominante. Cosa pensi di questa formula?
Sono molto distante. Me l’avessi chiesto l’altro ieri avrei detto no per ragioni politiche. Il punto nuovo della mia critica a quell’impostazione è che, non solo ritengo l’elemento identitario costituito dai partiti comunisti una cattiva base di partenza, in quanto esclude energie che considero non secondarie e anche più interessanti, ma oggi penso che non si possa ricominciare da nessuno dei partiti esistenti né da nuovi partiti costituendi.

E da cosa bisogna partire, allora?
Dalla part destruens: dalla messa in discussione di tutte le organizzazioni partitiche esistenti, per costruire una nuova organizzazione politica della sinistra. Il nuovo modo di fare la politica è la premessa di una nuova politica della sinistra. Penso infatti che i partiti tutti, che sono stati fino ieri contenitori di processi emencipativi, siano oggi elementi di resistenza alla ricostruzione della sinistra. E che si debba adottare la tesi che Daniel Cohen-Béndit ha adottato come parola d’ordine di un terreno differente e specifico, com’è quello dell’ecologismo: cioè la costruzione di cooperativa politica.

 

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permalink | inviato da Notes-bloc il 22/5/2010 alle 14:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Non sembra vero che qualcuno si sia deciso a dichiarare che subiamo norme da dittatura! Era ora!!!
post pubblicato in Notizie ..., il 20 maggio 2010


 

Le nostre guerre, un saggio del sociologo Alessandro Dal Lago
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 18 aprile 2010


 

 
La democrazia con la spada
Il lato oscuro del potere
 
 

Tonino Bucci
 

Nei talk show capita spesso di vederlo nei panni dell'esperto di turno. Edward Luttwak è ospite abituale nelle trasmissioni di approfondimento politico in qualità di raffinato conoscitore di geopolitica e questioni internazionali. Da cultore della Realpolitik (a stelle e strisce, ovvio) Luttwak è capace di dire le cose più ciniche come fossero le più ovvie del mondo. Giovedì sera era ad Annozero - puntata dedicata alla vicenda dei tre medici di Emergency rapiti dalla polizia afghana. Con molto candore l'analista (e consulente per il Dipartimento di Stato americano) ha spiegato perché le ong che operano in scenari di guerra sarebbero dannose e contrarie alla democrazia. Il ragionamento, pressapoco, è che tutte le organizzazioni non governative sono destinate a svolgere un lavoro che oggettivamente favorirebbe i terroristi. Se non peggio, nel senso che spesso e volentieri le ong finirebbero con l'intavolare trattative e stringere accordi e connivenze col nemico allo scopo di sopravvivere in contesti difficili.
Persino quando svolgano attività umanitarie - come nel caso di Emergency che apre e gestisce ospedali - il risultato non cambia. Alleviare le sofferenze dei civili non significa altro - agli occhi dello stratega Luttwak - che evitare ai terroristi un crollo di consensi da parte delle popolazioni locali. Ogni ferito curato è un nemico salvato dalla morte. Ragion per cui, alla fin fine, è colpa delle ong come Emergency se la guerra si protrae più a lungo del previsto. Ma il Luttwak-pensiero non finisce qui: sulla scia della classica tesi di Clausewitz si spinge a legittimare la guerra come una (giusta) prosecuzione della politica con altri mezzi. Laddove questa non è efficace sono le armi a dover parlare in sua vece. Gli eserciti operano sotto il controllo democratico dei parlamenti e dei governi eletti dal popolo, a differenza delle ong che agiscono al di fuori di ogni controllo, libere a proprio arbitrio di stringere patti coi terroristi. Conclusione: gli eserciti sarebbero il braccio della sovranità democratica, mentre le ong (e tutti i pacifisti) null'altro che amici dei nemici della democrazia. Da una parte la guerra giusta, inflitta in nome di una superiore civiltà, dall'altra nemici privi di status umano, terroristi da eliminare.
Questo perverso rovesciamento tra vittime e carnefici, tra bene e male è tutt'altro però che un modo di ragionare eccentrico. La caricatura di un mondo in bianco e nero non appartiene soltanto a Luttwak. Lo schema ricalca le giustificazioni in chiave liberal della guerra come esportazione della democrazia. Anzi, a spingere l'analisi ancora più in profondità, scopriremmo che nella tradizione occidentale, dai greci in poi, la democrazia si è sempre pensata nei termini della «comunità guerriera», come suggerisce il sociologo Alessandro Dal Lago nel suo nuovo libro, Le nostre guerre (manifestolibri, pp. 264, euro 22). Fin dalle origini del pensiero politico, insomma, il potere e la spada si sono costituiti in un unico atto, con un precisa linea di demarcazione tra cittadino e straniero, tra possidente e schiavo, tra libero e barbaro. La stessa filosofia occidentale, nata nel contesto della polis greca, della comunità di guerrieri, non si spinge oltre il particolarismo della comunità, non mette in discussione il potere, ma rimane vincolata all'etica militaresca della comunità, considerando il rapporto tra politica e guerra come fatto ovvio e naturale. Socrate elogiato da Alcibiade nel Simposio platonico per la sua fermezza in battaglia è il modello del filosofo che aderisce al patriottismo, la prefigurazione della società armata guidata dai filosofi che sogna Platone, «l'immagine dell'uomo greco (ovviamente libero e possidente)» che si sdoppia in due profili: «il cittadino che delibera sulla cosa pubblica e il guerriero che tiene il suo posto nella falange oplitica».
La guerra non è una parentesi della civiltà, il manifestarsi di un black out temporaneo della democrazia, anzi. L'arte militare - scrive Dal Lago - è la «condizione normale del vero cittadino greco», l'intero suo mondo ruota attorno alla guerra, sia che questa venga condotta contro i nemici interni, sia che venga condotta contro quelli esterni, i barbari. «Io non trovo niente di irrazionale, di patologico, nel fatto che democrazia e mercato vengano esportati con la guerra. Ritroviamo lo stesso ambiente in cui fiorì la filosofia classica, l'Atene che intraprendeva commerci e conquiste, che invitava i filosofi da tutto il mondo greco e promuoveva arti e architettura e inventava la democrazia, ma al contempo spiegava ai Meli che sulla terra vige esclusivamente la legge della forza». Tutt'altro che una patologia, la guerra è l'emergenza che fonda la norma, lo stabile patto costituente che garantisce alla normalità della "democrazia" di funzionare. «Ci siamo affezionati all'idea che le costituzioni nascano da qualche tipo di contratto o patto tra il potere e i sudditi», che può essere immaginato come un circuito in cui il potere proviene dai cittadini e a loro ritorna (democrazia diretta) oppure come delega a un'istanza superiore che amministra il potere in loro nome. Ma «per quanto eccellente come espediente teorico-politico, il patto fondativo tende a oscurare le sue origini belliche». La sovranità nasce dalla distinzione tra chi ha diritto a portare (e usare) la spada e chi no. «Nella sua ingegnosa idealizzazione della democrazia diretta greca, Hannah Arendt non si è soffermata sul fatto che la libertà di parola nella polis era definita dalla libertà di usare la spada verso il basso e verso l'esterno», verso i servi da un lato e verso i barbari stranieri dall'altro. Non c'è nulla di misterioso e di eccezionale nella guerra, anzi essa ha carattere «fondativo» e «costituente» della normalità. Nella polis greca il gioco politico consiste nel definire «i limiti dell'uso legittimo della spada».

Oggi non è cambiato molto da allora. Ai nostri tempi «la sovranità si esercita nella figura dei campi di internamento per alcune categorie di esseri umani illegittimi». Sono migranti, profughi, combattenti "irregolari", meteci, barbari, individui senza patria che non meritano alcun riconoscimento. «Se si limitano a vivere negli interstizi delle patrie o traversano i mari senza autorizzazione saranno passibili di detenzione extra-legale (come se fossero internati civili di un paese nemico in tempo di guerra). Se invece combattono, saranno soggetti a procedure indiscriminate, segrete, militari di internamento ed eventualmente di eliminazione».


"Liberazione", 18/04/2010

Lui dice di "avere le palle"! I Cittadini Italiani, però, hanno pure la MIGLIORE CARTA COSTITUZIONALE DEL MONDO!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 10 dicembre 2009


Berlusconi contro giudici e Consulta:   "Cambieremo  la Carta Costituzionale"L'ira di Napolitano: "Attacco violento" 

Berlusconi contro giudici e Consulta: 
"Cambieremo  la Carta Costituzionale"
L'ira di Napolitano: "Attacco violento" 

Di nuovo contro giudici, Consulta, opposizione. E contro Napolitano e Fini. Da Bonn, al congresso del Ppe e davanti a molti premier europei, il premier attacca tutte le istituzioni possibili: «La sovranità è passata dal parlamento ai giudici», dice.  «Dopo la bocciatura del Lodo Alfano è ricominciata la caccia all'uomo». Annuncia che cambierà la Costituzione: "Io ho le palle", sostiene. Fini: "Non condivido, chiarisca". La replica: "Basta, stanco di ipocrisie".   Napolitano: "Profondo rammarico per l'attacco violento sulla Consulta". Bersani: «Affermazioni che drammatizzano il caso Italia». Di Pietro: «Fascismo».  Bossi : «E' l'unico con le palle».
 

"l'Unità", 10-12-09

Democrazia partecipata grazie alla rete?
post pubblicato in Tavola rotonda su ..., il 29 maggio 2009


 

La creatività sociale del web per «riavviare» la democrazia italiana

di Carlo Infante

Lo sviluppo della nostra società riguarda l’evoluzione dell’idea di spazio pubblico, dall’invenzione del teatro nella polis greca alle piazze del rinascimento. E’ in questo quadro che s’inserisce la creazione di ambiti ludico-partecipativi per l’aggregazione giovanile anche nel web. Questo approccio può diventare un’opportunità per coniugare il principio basilare del sistema educativo, quello di formare cittadini, con la pratica culturale nel nuovo spazio pubblico che sta emergendo, quello di Internet. In questo senso è importante la realizzazione di nuovi format culturali ed educativi di comunicazione interattiva per interpretare le potenzialità di ciò che viene definito il web 2.0, ovvero l’evoluzione della rete nel senso partecipativo, come il fenomeno dei blog e dei social networking ha reso evidente.

La rete come spazio pubblico
La scommessa principale in atto per quanto riguarda l’Innovazione è direttamente proporzionale alla capacità d’interpretare la Società dell’Informazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio pubblico, quello di una polis fatta da informazioni prodotte dall’azione degli uomini che vivono e usano la rete come nuova opportunità di relazione sociale. L’evoluzione del social networking ( e ancor prima dei blog) rifonda il concetto d’informazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società dell’informazione. Si tratta di condivisione dello spazio pubblico rappresentato dalle reti: l'infrastruttura della società in divenire. L’utente delle reti può trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e della propria comunità, per dare forma alla coscienza dinamica della propria partecipazione attiva. Educare dopotutto significa “tirar fuori” (dal latino “educere”). E' qualcosa che è già nell’aria da tempo nella cultura digitale ma che deve ancora compiersi nell’assetto generale della res pubblica ed è per questo che è decisivo saper guardare alle nuove generazioni. Sono loro i futuri soggetti attivi di una socialità nuova che darà forma e sostanza alla figura che è ben definita da uno dei soliti neologismi: prosumer, il produttore-consumatore d’informazione.

Verso una società dei saperi e dei pareri
Senza questa attenzione qualsiasi portale web apparirà come uno di quei gran portali di ranch visti nei film western degli anni Sessanta: una grande impalcatura con il deserto dietro. La fortuna delle piattaforme di social networking dimostra quanto sia possibile rilanciare una strategia di comunicazione pubblica che sia in grado di tradurre l’interattività in nuova forma d’interazione sociale e anche, diciamolo, emozionale. Per accostare all’auspicata società dei saperi anche una società dei pareri. Le strutture relazionali della società di massa (amplificata dai mass-media) sono logore e necessitano un radicale ripensamento a partire da un più preciso orientamento della comunicazione verso target particolari, dai gruppi d’interesse alle diverse comunità della società multiculturale, fino alle diverse fasce generazionali, pensionati o adolescenti che siano. È da considerare però che non è solo una questione di nuove funzionalità. Non è infatti solo un fatto di servizi più evoluti, di soddisfazione dei bisogni, bensì di strategia di comunicazione pubblica che solleciti il desiderio di mettersi in gioco: di partecipare a piattaforme web che sappiano fidelizzare e valorizzare il feedback dei cittadini on line. Perché si renda esplicito quanto la rete possa essere spazio pubblico
.

Carlo Infante (carlo@performingmedia.org) è docente
di Performing Media nelle Università di Bologna Udine e Macerata

"l'Unità", 29 maggio 2009
Per un futuro di democrazia e libertà!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 maggio 2009


 


"Sinistra e Libertà"

Lettera
di Nichi Vendola
- SINISTRA E LIBERTA' -
a
:

- Pierferdinando Casini - Leader nazionale UDC
- Lorenzo Cesa - Segretario nazionale UDC
- Antonio Di Pietro - Presidente Italia dei Valori
- Dario Franceschini - Segretario nazionale PD
- Flavia D'Angeli - Portavoce nazionale Sinistra Critica
- Oliviero Diliberto - Segretario nazionale PdCI
- Marco Ferrando - Portavoce nazionale PCdL
- Paolo Ferrero - Segretario nazionale PRC
- Marco Pannella - Leader nazionale Radicali Italiani
- Luciana Sbarbati - Segretaria nazionale Mov. Repubblicani Europei



Carissima, Carissimo

vi sono molti, troppi, inquietanti segnali che indicano che il nostro paese sta attraversando una fase particolare, e per molti versi originale, nella quale il sistema democratico che tutti noi abbiamo conosciuto e nel quale abbiamo vissuto e operato è messo a serio rischio.
Sta crescendo nel nostro paese una vera e propria emergenza democratica rispetto alla quale tutti noi abbiamo il dovere e la necessità di reagire in modo adeguato e tempestivo.
Per questa ragione mi assumo la responsabilità di scrivere a te a ai segretari di tutte le forze dell’opposizione e di proporvi un incontro a brevissimo termine per assumere assieme le iniziative adeguate, come compete ad un’opposizione parlamentare ed extraparlamentare, come è la forza politica cui appartengo, non certo per sua scelta.

Conviene evitare paragoni con il passato, sempre difficilmente proponibili, ma certamente abbiamo avuto modo, e con noi le italiane e gli italiani, di cogliere nei recenti comportamenti della maggioranza, del governo e segnatamente del Presidente del Consiglio, atteggiamenti, comportamenti, dichiarazioni e atti che entrano in collisione con le regole più elementari di una repubblica democratica e parlamentare.
Non credo sia sfuggito a nessuno il carattere ricattatorio del discorso pronunciato da Silvio Berlusconi di fronte all’assemblea di Confindustria. Un Presidente del Consiglio che controlla direttamente o indirettamente quasi l’intero sistema mediatico minaccia di rivolgersi direttamente al popolo per sovvertire gli assetti costituzionali aggirando o, peggio, ignorando con esplicito disprezzo il Parlamento.
Questo atteggiamento arrogante e, temo, non privo di venature eversive era già evidente nella vicenda apertasi con la sentenza sul caso Mills. Siamo di fronte ad un assurdo: chi è stato destinatario di un atto di corruzione viene condannato dalla Magistratura, mentre il suo eventuale corruttore è protetto da una legge vigente, contro la quale l’opposizione si è fortemente battuta, che lo sottrae a qualunque tipo di giudizio. Non compete a noi entrare nel merito della vicenda giudiziaria. Così come il Presidente del Consiglio non dovrebbe abbandonarsi ad una pubblica sequela di insulti rivolti alla Magistratura giudicante in ragione di una sua presunta intenzione persecutoria motivata addirittura da una altrettanto presunta collocazione politica dei singoli magistrati.
Ma noi non possiamo assistere impassibili ad una nuova recrudescenza di dichiarazioni e atti che mirano a sottoporre la Magistratura sotto il controllo politico dell’Esecutivo, stravolgendo l’equilibrio dei poteri di uno stato democratico e la sua Costituzione.
E’ da notare come tali comportamenti costituiscano di per sé un motivo di uno scontro ora strisciante, ora esplosivo con le più alte cariche dello stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica, i cui ripetuti, ponderati e preziosi interventi a tutela degli equilibri istituzionali e della nostra Costituzione sono stati disattesi e persino svillaneggiati dal Presidente del Consiglio.
La stessa vicenda della oscura relazione tra il presidente del consiglio e la famiglia Letizia non può essere confinata nella sfera del privato, il confine tra pubblico e privato essendo, come segnalano tutti i migliori studiosi delle moderne democrazie, diverso per chi ricopre cariche istituzionali e per il comune cittadino. E di fronte a denunce che partono dagli stessi famigliari del Presidente del Consiglio, non credo si possa tacciare di indebita invasione nel privato la richiesta formale di pubblici chiarimenti da parte di chi un ruolo pubblico riveste.
La mia elencazione potrebbe continuare ma sarebbe superflua poiché già così la misura appare colma. Ad un’emergenza democratica si deve rispondere con un’eccezionale sussulto democratico nel paese e nelle istituzioni. Non credo che il Parlamento possa limitarsi ad attendere che il Presidente del Consiglio decida, a seconda dei suoi desideri e delle sue convenienze, se presentarsi di fronte ad esso o meno. L’opposizione parlamentare è in possesso di precisi strumenti regolamentari per giungere, nel modo e nelle forme opportune, a un dibattito parlamentare la cui urgenza mi sembra ormai massima.

Per questo mi rivolgo a Voi, pur in un momento come l’attuale che ci vede in competizione nella campagna elettorale per le elezioni dei Parlamento Europeo e di molti Consigli provinciali e comunali. L’imminente confronto elettorale non può fare venire meno, neppure per un attimo, il nostro senso di responsabilità verso la Costituzione italiana e l’ordinamento democratico del nostro paese.
Mi auguro quindi che vogliate concordare con la necessità di un’immediata riunione di tutte le forze dell’opposizione, presenti o no nell’attuale Parlamento, per concordare e assumere tutte le iniziative unitarie, nel Parlamento italiano e in quello europeo, nelle Istituzioni locali, nella società civile per fare uscire il nostro Paese indenne dall’attuale emergenza democratica che lo investe.
In attesa di un Vostro tempestivo cenno di riscontro, Vi saluto augurando a tutti noi un presente e un futuro di democrazia e libertà.

Nichi Vendola
Sinistra e Liberta’
in http://www.movimentoperlasinistra.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1074

Roma, 22 maggio 2009 

I pericoli del Cesarismo!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 17 maggio 2009


 

Educarsi alla democrazia per battere il «cesarismo»

di Roberto Arduini

“Life chances” le chiamava Ralf Dahrendorf. Sono le possibilità che ognuno di noi ha quando nasce: se la famiglia legge libri e ne possiede almeno uno in casa, il bambino ha il doppio di possibilità di crescere con una coscienza “democratica”. Se non ci sono libri in casa, sono quasi nulle le possibilità di apprendere valori come rispetto degli altri, difesa dei propri diritti e in sostanza tutto quel che permea il concetto di Democrazia. L’unico modello di valori rimase la televisione, o meglio, questa è quel che accade in pratica. È questo il cuore di un tema trasversale alla Fiera del Libro di Torino. Se ne è parlato anche all’incontro “Anticorpi: il potere delle idee”, in cui il direttore di Repubblica Ezio Mauro si è intrattenuto con Luciano Canfore sulla nuova collana di LaTerza, “Anticorpi” e sull’ultimo libro dello storico barese, “La natura del potere”.

Il tema ostico che l'ultimo lavoro di Canfora si propone di affrontare, promette di sollevare riflessioni profonde. Lo storico si occupa dell’argomento fin da quando ha scritto un saggio su Giulio Cesare. Durante la stesura de “Il dittatore democratico” il professore iniziò a porsi domande a proposito della natura del potere, appunto. Canfora, in quella circostanza, introdusse la parola “democratico” nel titolo del libro su Cesare. In latino, però, all'epoca dei fatti analizzati, quella parola non esisteva. Solo molti secoli dopo, infatti, fu introdotto il concetto di “consenso”. Gli spunti offerti da questo studio, hanno portato Canfora a chiedersi cosa sia, realmente, il potere. Soprattutto, il professore, ha cercato di analizzare nel suo ultimo lavoro quali elementi sottendano, oggi, la conquista del suffragio universale.

Dietro il consenso si nascondono altri poteri, decisivi nella gestione della società. Il professore ha fatto riferimento in particolare al potere economico. Come ha fatto notare anche l'editore Giuseppe Laterza, che è intervenuto nel corso del dibattito, l'aspetto economico è cruciale. Citando un giornalista del Financial Times, l'editore ha fatto notare, in che modo, con la crisi globale in atto, il potere economico si stia rafforzando.

Per il professore, il consenso, è solo uno dei poteri, ma non quello determinante. In Italia, ma ci sono anche casi all’estero, si assiste soprattutto all’efficacia politica della televisione. Il momento è estremamente pericoloso e mentre alcuni parlano di nuovo “totalitarismo”, Canfora introduce il concetto di “Cesarismo”. «Il caso italiano è molto interessante poichè viviamo in una democrazia modificata in funzione di un leader – dice Canfora -, una degenerazione della democrazia che porta a una leadership carismatica che non tocca i poteri costituzionali ma li svuota, rendendoli privi di significato». Ed è proprio per questo motivo che il confronto con la democrazia antica si fa più intenso, e si ravviva ogniqualvolta che un problema di qualunque origine mette a rischio la definizione di democrazia. «La storia serve a criticare il governo presente», incalza Canfora. «Il problema fondamentale della democrazia attuale è che la sovranità popolare è la garanzia di poter fare qualunque cosa. La non competenza del popolo è una delle maggiori critiche che venivano mosse alla democrazia ateniese e la situazione attuale pare non essere molto diversa». Per una buona tenuta della democrazia è necessario essere dei buoni democratici, costantemente educati alla democrazia; non dobbiamo dimenticarci che Hitler è salito al governo col consenso del popolo. Lo scopo del libro e della collana vuole essere quello di educarci alla democrazia, insinuando dentro ognuno di noi il dubbio e la critica, strumenti necessari per diventare buoni democratici e salvare il nostro paese».

"l'Unità", 16 maggio 2009
In bocca al lupo, Presidente Obama!
post pubblicato in Foto da copertina, il 5 novembre 2008


 
(Afp)
(Afp)


OBAMA PRESIDENTE, L'AMERICA CAMBIA PELLE
"Nulla in questo Paese è impossibile" - Video - Foto
Napolitano: "Gran giorno". Il Vaticano: Dio l'assista

LA DIRETTA. Il senatore dell'Illinois, 47 anni, diventa il 44esimo presidente degli Stati Uniti. Nella notte elettorale (minuto per minuto) ha trionfato. Poi il discorso davanti alla folla di Chicago: "Non siamo una collezione di individui. Siamo gli Stati Uniti". Ai democratici forte maggioranza al Senato. Il Vaticano: "Dio lo illumini". Vola il dollaro, Borse europee in calo di M. CALABRESI, A. FLORES D'ARCAIS e A. GINORI / GUARDA IN DIRETTA STATO PER STATO I NUMERI DEL TRIONFO / IL FORUM
McCain riconosce la sconfitta: "Il suo successo merita rispetto. Ha saputo ispirare fiducia" / VIDEO
SENATO: IL GRANDE SUCCESSO DEMOCRATICO / I GOVERNATORI

IL COMMENTO - La rivincita dell'intelligenza di V. ZUCCONI (audio) / E all'alba il Kenya si sveglia in festa di D. MASTROGIACOMO

"la Repubblica", 05-11-2008


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 LA LETTERA

"Caro Obama, con la tua vittoria
si può sognare un mondo migliore"

di NELSON MANDELA

Questo è il testo della Lettera spedita da Nelson Mandela a Barack Obama

Caro Senatore Obama,
Ci uniamo al popolo del suo Paese e di tutto il mondo nel congratularci con lei per essere diventato il nuovo presidente eletto degli Stati Uniti. La sua vittoria ha dimostrato che nessuna persona, in nessun luogo al mondo dovrebbe astenersi dal sognare di volere cambiare il mondo affinché diventi un pianeta migliore.
Prendiamo atto e plaudiamo al suo impegno di sostenere la causa della pace e della sicurezza in tutto il pianeta. Confidiamo inoltre che lei faccia rientrare nella sua missione di presidente anche la lotta alle piaghe della povertà e della malattia in tutto il pianeta.
Le auguriamo forza e decisione nei giorni e negli anni difficili che le stanno davanti. Siamo sicuri che lei alla fine conseguirà il suo sogno, quello di rendere gli Stati Uniti d'America un partner a pieno titolo di una comunità di nazioni dedite ad assicurare pace e benessere a tutti.
Con i miei più sinceri auguri,

(Traduzione di Anna Bissanti)

(5 novembre 2008)

"la Repubblica", 05-11-2008


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Martin Luther King: "I Have a Dream" (Io ho un sogno)

"Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!"
 

Martin Luther King parla alla folla

Martin Luther King parla alla folla
Discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull'Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri che erano stati bruciati sul fuoco dell'avida ingiustizia. Venne come un'alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il nero ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del nero è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il nero ancora vive su un'isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il nero langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d'Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, sì, i neri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E' ovvio, oggi, che l'America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l'America ha consegnato ai neri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all'America l'urgenza appassionata dell'adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall'oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l'urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei neri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i neri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai neri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c'è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell'odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell'anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità nera non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell'ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il nero sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai neri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l'acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell'arroganza dell'ingiustizia, colmo dell'arroganza dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e giustizia.

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!.

Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l'America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

Martin Luther King
http://www.peacelink.it/storia/a/5433.html

 

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permalink | inviato da Notes-bloc il 5/11/2008 alle 0:0 | Versione per la stampa
Riceviamo da "Genitori in rete" e ... diciamo la nostra, attendendo anche la Vostra opinione! Grazie.
post pubblicato in Riceviamo da ..., il 13 aprile 2008


 

----- Original Message ----- From: Ignazio Licciardi To: dw-infanzia@yahoogroups.com Sent: Sunday, April 13, 2008 11:09 AM Subject: Re: [dw-infanzia] Il prof è un incapace? Segnalalo su internet ...

La risposta da Notes-bloc
PALERMO - Carissimi,ricevo una mail dalla Lista “Genitori in rete” sul problema “
Il prof è un incapace? Segnalalo su internet …”

Dichiaro subito che mi sembra un'ottima idea!

Sapete, sto tornando da una Scuola presso la quale ho usato l'unica arma disponibile per il Cittadino: il voto! E, mentre attendevo il mio turno per potere esprimere il mio voto (anche se detto voto è del tutto mortificato da una Legge Elettorale “degna” soltanto di chi l'ha varata!), pensavo: ma che sarebbe bello, se si trascorresse la parte più interessante della vita - da 3mesi a 18-25anni (fino all'Università) -, dialogando, progettando, costruendo il futuro e trasformando le menti da "ingenue" ("non istruite",cioè), come sostiene Howard Gardner, in menti "disciplinate" (cioè, che siano "in grado di desiderare il padroneggiamento delle conoscenze ed il loro uso"!). Sì, pensavo a queste cose!

Abbiamo bisogno di Scuole-Officine, di Scuole-Palestre, di Scuole-Teatro, di Scuole Multimediali, dove gli esperti (i docenti) siano soprattutto degli educatori-formatori, certamente esperti nei vari campi dello scibile, purché in grado di "lavorare", sbracciarsi insomma insieme ai loro allievi per sapere e per comprendere. Soltanto così, infatti, io penso, possiamo "trasformare il mondo".

Che ho voluto dire con questa mia riflessione, allora? Soltanto che, se la valutazione, da parte dei discenti, riguardo ai loro proff., serve per instaurare nella Scuola e nelle Università il vero senso della Democrazia (quella pedagogico-deweyana, tanto per intenderci), ben venga il voto degli Studenti, purché sia pubblicizzato, però! Nelle Università, ciò si fa già, ma i dati vengono trasmessi ai proff. in busta chiusa e ad personam. Insomma, nessuno viene a sapere mai come hanno votato gli studenti, dimostrando in tal modo soltanto pessima demagogia!!!

Per quanto riguarda il problema dei “bambini vivaci a scuola, preferisco tacere!!!

Ciao,

Ignazio Licciardi

Docente di Pedagogia generale

Facoltà di Scienze della Formazione

Università degli Studi di Palermo

 

----- Original Message ----- From: genitori in rete To: ML Cc: ML ; ML ; ML ; ML ; ML ; ML ; ML Sent: Sunday, April 13, 2008 12:20 AM Subject: [dw-infanzia] Il prof è un incapace? Segnalalo su internet ...

La proposta SCUOLA & GIOVANI

È boom per i siti che permettono di scrivere valutazioni sui propri docenti
Il fenomeno esteso in tutta Europa: "Combattiamo per la meritocrazia"

Il prof è un incapace?


Segnalalo su internet


I diretti interessati: "Studenti pronti a dare giudizi senza conoscerci veramente"
di DANIELE SEMERARO



ROMA - Una volta c'erano le scritte nei bagni delle scuole e sui muri degli edifici; oggi, invece, per dare giudizi sui propri professori si utilizza la Rete. Una mania che, pionieri gli statunitensi con decine e decine di siti, si sta diffondendo anche in Europa e inizia a far tremare i diretti interessati: i docenti.

In Italia il sito attualmente più gettonato è VotaIlProf. it (rigorosamente in "versione beta", cioè di prova, così come si usa ormai lanciare tutti i prodotti del Web). Si tratta di un servizio cosiddetto "social", che permette a ogni studente di votare i propri docenti universitari (e, se non ci sono, di inserire i loro profili con tanto di foto) su voci come "comportamento all'esame", "aggiornamento tecnologico", "cortesia", "disponibilità in orario di ricevimento", "risposte via e-mail", "presenza a lezione". A fianco di ogni voto, gli studenti possono anche lasciare dei commenti: "Persona seria e corretta - si legge in una scheda - oltre ad essere un ottimo docente. Speriamo futuro preside". Oppure: "Semplicemente il migliore prof che abbia mai avuto! Sempre disponibile e cortese, preparatissimo e simpatico. Magari fossero tutti come lui".


Di certo più divertenti, ma sempre abbastanza corretti, i commenti negativi: "Da cacciare da tutte le facoltà", si legge in una scheda; oppure: "Braccia tolte all'agricoltura". E c'è anche chi racconta aneddoti: "Per lui - scrive un ragazzo a proposito di un docente di informatica - la sigla 'Rgb' rappresentava red, green e il famosissimo colore primario beige!" ('Rgb' è in realtà un modello di colori - rosso, verde e blu - che viene usato nel digitale per trasmettere le immagini). E ancora: "Disastroso, il peggior professore della mia carriera universitaria. Argomenti totalmente sbagliati e obsoleti. Disponibilità e affidabilità nulle, nessuno lo vede mai in facoltà".

Nella pagina principale del sito anche due speciali classifiche: la "Top10", cioè quella dei prof più votati, e la "Flop10", che racchiude i docenti che piacciono di meno. "L'intento di VotaIlProf - ci spiega l'ideatore Roberto Chibbaro, 32 anni e una laurea in Giurisprudenza - è quello di costruire un database nazionale per conoscere e valutare i docenti universitari, ridimensionando, eventualmente, i pregiudizi e confermando gli elogi degli studenti. L'idea è di superare il 'sentito dirè con l'utilizzo di un algoritmo per sviluppare uno strumento di rating serio e affidabile".


Ma com'è nata l'idea? "Prima - continua Chibbaro - facevo l'avvocato, ma era un lavoro che non mi ha mai entusiasmato. Così con alcuni soci abbiamo deciso di aprire un quotidiano online dedicato al mondo universitario, Unimagazine. it. Poi, un giorno, l'arrivo di una strana e-mail da parte di un gruppo anonimo di docenti che, forse perché aveva apprezzato alcune nostre inchieste, ci proponeva di creare un progetto che si occupasse di meritocrazia e valutazione della didattica. L'idea ci sembrava molto interessante, e così sulla scia dello statunitense RateMyProfessor. com abbiamo creato VotaIlProf. it, online dallo scorso giugno". Un progetto, prosegue, che "nasce dalla volontà di meritocrazia, per combattere lo schifo di favoritismi e mediocrità che c'è in Italia e cercare, in piccolo, di fermare l'inquietante fuga di cervelli verso paesi che valorizzano di più le persone.


Il sito racchiude al momento 700 schede con oltre 1.500 giudizi e riceve circa mille visite al giorno. La maggior parte degli utenti ha tra i 18 e i 21 anni e si comporta generalmente bene: basti pensare che la media generale è di sufficienza, e che l'alunno non si rivolge a noi solo per denunciare cattivi comportamenti, ma anche per testimoniare la bravura o la correttezza di questo o quel docente. "Abbiamo un codice di comportamento molto stretto - aggiunge Roberto Chibbaro - e cerchiamo di filtrare tutti i commenti che arrivano. Gli utenti stessi, non solo i professori, hanno anche la possibilità di segnalarci gli abusi". E nel futuro? "Attualmente abbiamo avuto un'importante offerta di acquisto da un grande gruppo industriale. Ora siamo tre soci, ma la nostra speranza è quella di poter assumere del personale e creare occupazione proprio in Sicilia, dove vogliamo restare a operare".


E i docenti, come si sentono ad essere giudicati sulla pubblica piazza virtuale? "Ci si sente male, molto male", spiega Marco Lodoli, scrittore, giornalista e insegnante di Lettere. "È terribile per un professionista pensare di essere arrivato a una certa età e dover subire ancora processi, giudizi, valutazioni... rischiando di essere addirittura bocciato. Mi ricordo - continua - dei miei insegnanti, che umanamente erano un po' un disastro, pieni di difetti, ma che però mi hanno cambiato la vita. Il problema, in questo caso, è che un ragazzo magari comprende l'importanza degli insegnamenti ricevuti anni e anni dopo: come la mettiamo? Già adesso i prof sono una categoria di persone tendenzialmente insicure e depresse, la foto segnaletica su internet non è il massimo. Io, insomma, la vedo ancora di più come una telecamera che ci segue in continuazione pronta a dare giudizi senza conoscerci veramente".

Fuori dall'Italia quasi ogni paese ha uno o più siti attraverso i quali dare giudizi ai professori, liceali o universitari. Negli Stati Uniti ci sono PickAProf.com (
http://pickaprof.com/), RateMyProfessors.com (http://ratemyprofessors.com/) e RateMyTeacher.com (http://www.ratemyteachers.com/), molti dei quali coprono anche tutto il mondo anglofono arrivando in Canada, Inghilterra, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda. In Francia c'è Jenotemonprof.com (http://jenotemonprof.com/), che punta tutto sullo "spirito di dialogo, rispetto e cambiamento". In Germania, c'è Spickmich.de (http://www.spickmich.de/), sito molto completo dedicato a corsi e docenti di tutte le università tedesche. Tra le voci da votare, giustizia, comprensione, divertimento e sforzo dello studente per ottenere un buon voto. E addirittura è possibile commentare ogni singola lezione.
(11 aprile 2008)


http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/voti-prof/voti-ai-prof/voti-ai-prof.html

Il prof è un incapace? Segnalalo su internet

http://lnx.edscuola.eu/board/viewtopic.php?t=2183&sid=fa8c28a233c94d888381df788a40fddf

Addio vecchie bacheche

http://www.unimagazine.it/index.php/it/nazionale/prima_pagina/ateneo/5052_addio_vecchie_bacheche

Forum studenti - Unimagazine.it

http://www.unimagazine.it/forums/

Addio zaini pesanti, tra i banchi il libro si legge sul pc

http://lnx.edscuola.eu/board/viewtopic.php?t=2193&sid=3d6916928f21b26e87892175ba389e6d

Non abbiamo i soldi ci saranno più bocciati

http://lnx.edscuola.eu/board/viewtopic.php?t=2192&sid=455454e899970d5ab9bcdcf58247fb29

Il futuro democratico è affidato alla scuola

http://lnx.edscuola.eu/board/viewtopic.php?t=2191&sid=455454e899970d5ab9bcdcf58247fb29

E, poi … Bimbi vivaci a scuola trattati col sedativo: i genitori non …(...)

Per il presidente del Coordinamento genitori democratici, Angela Nava, bisogna certamente "attendere l’esito delle indagini, ma siamo esterrefatti dalla disperazione di certi educatori che ricorrono a strategie criminali. Se il prezzo della tranquillità dev’essere questo, allora preferiamo una società di bambini ed adolescenti apparentemente ingovernabili". Gli fa eco Davide Guarneri, presidente nazionale dell’ Associazione Italiana Genitori: "sono incredulo, facciamo lavorare la magistratura. Se questi psicofarmaci sono stati somministrati nella scuola, è gravissimo. La chimica non può essere la soluzione di questo genere di problemi". Le associazioni si trovarono compatte anche due anni fa, quando Maria Burani Procaccini, presidente della Bicamerale dell'Infanzia, propose di usare il Ritalin, un'amfetamina, per calmare i bambini più esagitati.

Al centro delle polemiche sono finiti anche i docenti. Emilia Costa, titolare della cattedra di psichiatria e professore emerito alla Sapienza di Roma, da anni in prima linea contro l’uso disinvolto degli psicofarmaci, ha sottolineato che c’è una responsabilità da far risalire alla formazione degli insegnanti, che andrebbe "ripensata sotto il profilo dell’approccio pedagogico e relazionale. Un insegnante non può improvvisarsi medico: a Nardò è andato in scena in misto di ignoranza ed arroganza degli operatori scolastici, con un assoluta inconsapevolezza dei gravi rischi per la salute di quei bambini".
Però non si può pensare di risolvere, come quello di somministrare psicofarmaci ad un bimbo solo perché un po’ vivace, condannando la categoria dei docenti: "Purtroppo questo problema esiste – dichiara Enrico Nonnis, di Psichiatria democratica – ed non è un problema solo delle scuole, ma anche nelle famiglie. Nessuno nega ci siano difficoltà con i bambini, ma si devono gestire con un’attenzione educativa qualificata e coinvolgente, non con psicofarmaci".
Per Luca Poma, portavoce nazionale dell’associazione ‘Giù le Mani dai Bambini’, si sta sottovalutando la situazione: "un mese fa il sito
http://www.scuolaprotetta.it , proprio per garantire agli insegnanti la possibilità di fare un corso gratuito di formazione a distanza ha lanciato un appello su queste precise tematiche. Qualcuno ha detto che il rischio era di creare allarmismo, invece mi pare che ora più che mai sia necessario promuovere iniziative del genere: Nardò è solo il campanello d’allarme di un problema ben più diffuso".

Anche il mondo sindacale è rimasto scosso dalla vicenda di Nardò: secondo Francesco Scrima, segretario della Cisl Scuola "siamo alla follia, ma altro che casi sporadici, qui siamo dinnanzi ad un problema serissimo e dobbiamo allarmarci, ma soprattutto dove sono le istituzioni che devono vigilare? Il Ministero pubblica istruzione deve intervenire immediatamente con verifiche su tutto il territorio nazionale per rassicurarci che questo genere di abusi non accada altrove".


(...)
http://lnx.edscuola.eu/board/viewtopic.php?t=2188&sid=455454e899970d5ab9bcdcf58247fb29

Un caro saluto, Flavio

http://www.edscuola.it/famiglie.html
Skype: genitori_in_rete

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Inviato da Yahoo! Mail.


La casella di posta intelligente.



[Sono state eliminare la parti non di testo del messaggio]


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Ma qual è il significato di "democrazia"?
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 22 novembre 2007


 

Unità di Base

U d B Settore Università www.unitadibase.it

 

Lavoratori francesi in piazza

È battaglia dura su pensioni e salari

Articolo tratto da Le Monde, mercoledì 21.11.07

 

«Insieme per i salari, l’occupazione e i servizi pubblici». Erano oltre 700 mila le persone che hanno sfilato dietro questo striscione, ieri pomeriggio, a Parigi in un corteo promosso da otto organizzazioni sindacali della funzione pubblica. Fermi gli uffici statali, le scuole, gli ospedali, le poste, le telecomunicazioni, settimo giorno consecutivo di sciopero per i lavoratori delle ferrovie e del trasporto autobus e metropolitano, nessun quotidiano nazionale in edicola, una quarantina di università occupate

E non è finita, la Francia non intende lasciar passare nessuno dei provvedimenti che stanno scardinando le basi del suo sistema democratico, basti pensare alla riforma della Carta giudiziaria, che sopprimerà circa duecento fra preture e tribunali, contro la quale protesteranno magistrati e avvocati il 29 novembre prossimo. Ma Sarkozy, dopo una settimana di silenzio, ha ribadito la volontà del governo di proseguire in questo cammino di riforme di cui «il Paese ha bisogno per rispondere alle sfide che il mondo gli impone».

E ancora, rivolgendosi ai ferrovieri, si è permesso di citare il segretario del Partito Comunista, Maurice Thorez, in una celebre frase pronunciata in occasione degli scioperi del giugno 1936: «Bisogna saper terminare uno sciopero quando è stata ottenuta soddisfazione»

Le manifestazioni di protesta si moltiplicano e si allargano ad altre categorie perché sotto attacco sono i diritti conquistati in anni di dure lotte che si vogliono cancellare per i lavoratori arrivati alla pensione e, peggio, rimuovere dalla memoria delle generazioni di lavoratori futuri. Tutto per il bene del Paese, per il suo sviluppo, per la sua competitività, per la sua tenuta sul mercato internazionale. È il prezzo che una moderna e compiuta democrazia deve saper pagare, o meglio deve esser capace di far pagare ai propri cittadini, uomini e donne, vecchi e giovani.

E la politica del governo Sarkozy si è fatta interprete e, al tempo stesso, carico, di questo compito con un penalizzante progetto di riforma delle pensioni e delle università, i cui atenei godranno di un’autonomia finanziaria diseguale, dal carattere classista e liberista.

Nessuna concessione viene fatta alla pubblica amministrazione, per la quale si prevede la soppressione di posti di lavoro previsti per il 2008 e si nega la possibilità di aumenti salariali.

E pensare che in Italia i sindacati concertativi continuano a battersi affinché ci sia una FORTE AUTONOMIA delle Università…

Chi sarà mai a sbagliare, i “nostri” CGIL/CISL/UIL o i milioni di francesi che invece l’Autonomia Universitaria la combattono…?

Bologna, 22.11.07                                  UdB Università

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