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di Ignazio Licciardi
Una magnifica esperienza vissuta a Rosignano Marittimo
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 30 aprile 2010


Scuola e utopia: il progetto delle maestre di Rosignano

di Vladimiro Frullettitutti gli articoli dell'autore

Seconda stella a destra...». Se le indicazioni offerte da Edoardo Bennato per trovare l’isola che non c’è vi sembrano un po’ troppo generiche si può prendere la A12 (ma va bene anche la vecchia Aurelia) uscire prima che finisca (da lì ripartirà il famoso Corridoio Tirrenico verso il Lazio) e salire su per la collina che porta a Rosignano Marittimo in provincia di Livorno. Qui “l’Isola che non c’è” appare qualcosa di molto più concreto. Anche se tutti chiamano “Utopia” il progetto che stanno seguendo le scuole materne (bambini di 5 anni) e le elementari (fino alla quinta). Un percorso che mette insieme filosofia, danza e teatro. Ma soprattutto che coinvolge in lezioni parallele i bambini, i loro genitori e le maestre. Un viaggio di idee che come primo risultato concreto ha quello di mettere insieme delle persone e di farle discutere fra loro, faccia a faccia. Di aprire la scuola alla società e di realizzare, in un periodo in cui ognuno s’attacca a relazioni virtuali (attraverso i social network come Facebook o Twitter), relazioni sociali vere.

Obiettivo raggiunto attraverso «esercizi di democrazia», come li definisce il professore Luca Mori, fatti con parole, disegni, pupazzetti e il proprio corpo che come obiettivo hanno, appunto, quello di costruire la città ideale. Un bel posto dove vivere bene. Esercizi perché «ci si esercita ad ascoltare gli altri. Ad argomentare i propri punti di vista, ma anche a rispettare quelli altrui, apprezzando le idee che possono venire da chi la pensa diversamente da noi». Il filosofo Mori va in una classe e racconta una favola. «Immaginiamo - dice ai bambini - che sia stata scoperta un’isola che sembra disabitata. L’autore della scoperta non vuole che la notizia si sappia in giro. teme che diventi meta di persone che la trasformerebbero in un posto come tutti gli altri. E decide che dirà dove si trova solo a chi lo convincerà di avere abbastanza immaginazione per farne un posto dove si può vivere bene». Da qui partono le successive lezioni che in realtà sono delle vere e proprie assemblee in cui i bambini costruiscono l’isola. E lo fanno sia discutendo, sollecitati dalle domande del filosofo, sia usando il proprio corpo con gli operatori che insegnano danza e teatro coordinati dal regista Alessio Pizzech.

Parallelamente alle lezioni in classe si svolgono quelle con i genitori e gli incontri con gli insegnanti. Mamme e papà si vedono, al pomeriggio e dopo cena, divisi in gruppi in base all’età e alla classe frequentata dai loro figli: 5-6 anni (materna e prima elementare); 7-8 anni (Seconda e terza elementare); 9-11 anni (quarta e quinta elementare). «I genitori - spiega l’operatrice Paola Conforti - fanno lo stesso percorso dei loro bimbi con gli stessi operatori e anche le insegnanti hanno incontri di formazione sempre divise per fasce d’età». Ma poi succede, come sta succedendo (le lezioni sono iniziate a febbraio e finiranno a maggio) già ora, che alla sera, dopo cena, all’incontro col filosofo e con i genitori di una fascia d’età si ritrovano maestre anche di altre classi per scoprire come sta prendendo forma l’isola costruita da altri bimbi e da altri genitori. Perché “Utopia” è sì un gioco, una finzione, ma non una chimera. «Non è l’utopia che si identifica con l’irrealismo - come ha spiegato Maria Antonella Galanti, ordinaria di pedagogia generale all’Università di Pisa che assieme al preside di Lettere e Filosofia di Pisa Alfonso Maurizio Iacono ha la supervisione scientifica sul progetto -, ma quella che consiste nel sapere qual è l’ideale a cui si aspira». Ed è così che il gioco, ascoltando quello che dicono bambini e genitori, diventa serissimo. «Il far finta è un modo maledettamente serio - ricorda il professore Iacono - di costruire mondi».

Una sera dentro la Sala Nardini ne abbiamo avuto un esempio concreto. In platea i genitori (più mamme che papà) e un gruppo di maestre. Sullo schermo le immagini girate dal professor Mori di alcune lezioni-assemblee fatte con in bambini di II e III° elementare: discutono di problemi attualissimi. Le regole servono? Fare ognuno come gli pare all’inizio è un’opzione molto attraente, Poi un bimbo si pone un dubbio: se qualcuno è libero di parcheggiare dove vuole e mette la macchina davanti a un cancello impedisce a un altro di poter uscire. Si convincono che senza regole non si è più liberi. «In una quinta - dice Mori - mentre stavano scrivendo le proprie regole, hanno chiesto alla maestra di poter rileggere la Costituzione». Per i più piccolo però la prima regola sarà che tutti devono essere gentili. E i confini? Le misure di difesa si sprecano: barriere sotterranea trasparenti che si alzano (contro gli squali) e s’abbassano con un telecomando, torrette, mura, anche filo spinato. Ma poi c’è una bambina che pone un dubbio a tutti gli altri: «con tutte queste cose attorno all’isola diventa brutta, perché poi non ci sentiamo più liberi». Che è poi il dubbio attualissimo di quanto il bisogno di sicurezza stia riducendo gli spazi di libertà delle persone. E se arrivano altre persone che vogliono vivere sull’isola che si fa? Si respingono o come, propongono alcuni, li si accetta a patto che studino «tutte le regole che abbiamo scritto». Anche perché poi il professore rovescia la prospettiva spiegando ai bambini che potrebbero essere loro che arrivano in nave e scoprono che sull’isola già ci vivono altre persone. E discussioni accese scoppiano sul ruolo dei genitori. C’è chi sull’isola proprio non li vuole (un bimbo arrabbiato col papà che non l’ha fatto giocare a pallone in casa) temendo che rovinino tutto perché adulti («sono gli adulti che fanno la guerra » spiega una bambina) e c’è chi propone di metterli alla prova: «tu - hanno chiesto a Mori - gli fai le stesse domande che fai a noi, noi ci mettiamo intorno, stiamo zitti e sentiamo cosa dicono, che isola vogliono fare, e poi decidiamo...».

E in effetti anche i genitori sono chiamati a fare la propria isola scoprendo spesso- fa notare Mori - quanta sia distante non solo il proprio mondo con quello dei figli, ma anche quanto scarto c’è fra la città vera che vivono ogni giorno e quella che vorrebbero per i propri figli. Scoprono ad esempio che tra i loro figli c’è chi preferisce giocare a tennis sulla wi-fi che dal vero perché è più semplice. basta schiacciare un bottone. «dal vero invece bisogna chiedere al babbo di portarti al campo...». «Una mamma - racconta Mori - dopo un paio d’incontri ha deciso di spegnere più spesso la tv perché in casa hanno iniziato parlare di queste cose con i figli e tutti lo hanno trovato più divertente». A fine maggio tutte queste scuole, invece che la serata con il tradizionale spettacolo di fine anno scolastico, faranno quella che qui chiamano «messa in assemblea». «Volevamo evitare - spiega una maestra - la solita divisione di ruoli. Il bambino sul palco e il genitore giù che assiste. Così tutti saranno protagonisti allo stesso modo. Tutti attori, nessun spettatore». Sarà infatti una tre giorni (al Castello Pasquini di Castiglioncello) in cui bambini, genitori e insegnanti confronteranno le loro isole. Per scoprire che nella ricerca dell’isola che non c’è qualcosa fra loro è già cambiato, e probabilmente in meglio. Anche perché, come spiega Bennato
, «... Se ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te!».

"l'Unità", 30 aprile 2010
Qualcosa di positivo ... accade nel mondo!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 marzo 2009


Crisi economica, stili di vita più sani, la spinta verde di Obama
stanno facendo affermare la bicicletta come mezzo alternativo all'auto

Da New York a Frisco tutti in bici
l'ultima rivoluzione dell'America

dal nostro inviato FRANCESCA CAFERRI


Da New York a Frisco tutti in bici l'ultima rivoluzione dell'America
PORTLAND - La rivoluzione avanza silenziosa nelle strade di Portland. La portano avanti uomini e donne senza bandiera, ma con la testa protetta da caschi colorati: indossano giacche di plastica per ripararsi dalla pioggia e ganci alle caviglie per non sporcare i pantaloni. Ogni mattina marciano compatti a un ritmo regolare: quello dei pedali delle loro biciclette. Portland, la più grande città dell'Oregon, universalmente riconosciuta come la città più bike-friendly degli Stati Uniti, da qualche anno è l'epicentro di un movimento che, lentamente ma senza sosta, si sta diffondendo in tutto il paese: l'affermazione della bicicletta come mezzo di trasporto alternativo alla macchina nei grandi centri americani.

A Portland, buona parte della città si muove su due ruote: le piste ciclabili sono numerose, i parcheggi per bici anche, molti negozi hanno un ingresso riservato ai ciclisti e i fattorini pedalano fra un ufficio e l'altro senza sosta. Le mamme poi girano con bici speciali, con una sorta di grande cesta di plastica nella parte posteriore: qui, assicurati da cinture di sicurezza, i bambini giocano in tranquillità. "Portland non è Amsterdam. E gli Stati Uniti non sono l'Olanda - spiega Jeff Maples, firma di punta del quotidiano "Oregonian" e autore di ""Pedaling Revolution", un libro che racconta l'ultima rivoluzione dell'America - ma il numero delle persone che usano le due ruote negli ultimi due anni è aumentato in tutto il Paese: i ciclisti hanno imposto alle città di creare spazi e regole per loro e nei prossimi anni il trend non potrà che aumentare".

A spingerlo, secondo esperti, ci sarà più di un fattore: la drammatica crisi economica che attanaglia gli Stati Uniti e che spinge migliaia di persone a tagliare ogni possibile costo, comprese auto e benzina. L'enfasi che sempre più medici mettono nella necessità di condurre uno stile di vita sano e di fare movimento. L'aumento dei mezzi di trasporto pubblici (la maggior parte dei quali c'è un posto per le bici). La riscoperta dei centri delle città - downtown - come spazi di vita e non solo di lavoro, con il conseguente abbandono delle villette di periferia che per anni hanno rappresentato il modello ideale di casa degli americani. E la "rivoluzione verde" promessa da Barack Obama: più finanziamenti per energie alternative e trasporto pulito, meno enfasi sulle auto. "Obama - insiste Maples - è stato il primo candidato alla presidenza a parlare di bici come mezzo di trasporto pubblico e a sollecitare l'appoggio dei gruppi su due ruote durante la campagna elettorale".

Così a New York nuove piste ciclabili hanno reso la Grande mela un luogo vivibile per i ciclisti, risultato inimmaginabile fino a qualche anno fa. A San Francisco, i raduni del movimento su due ruote Critical mass raccolgono ogni anno migliaia di persone. E anche a Phoenix, una delle metropoli più estese degli Stati Uniti e una di quelle con il numero maggiore di automobili, i ciclisti cominciano a non sentirsi più come animali rari: "Molti automobilisti pensano che io sia un poveraccio - dice un ragazzo su due ruote femo al semaforo - ma siamo sempre di più a girare in bici, e oggi ricevo molti meno insulti di un anno fa".

"Non credo che arriverà mai il giorno in cui vedremo ogni americano andare in bici: è una cosa che devi davvero volere e amare. Non può essere imposta - conclude Mapes - ma le cose stanno cambiando. E non poco. Dieci anni fa il mio libro non sarebbe mai stato accolto con favore. E cinque anni fa gli automobilisti non sarebbero stati così rispettosi con me e con gli altri ciclisti nelle strade delle grandi città. Andiamo verso un futuro in cui, soprattutto nelle grandi città, ci sarà una sempre maggiore scelta nei mezzi di trasporto. Sempre più auto finiranno in garage. E io sono fiducioso che nelle strade americane ci saranno sempre più biciclette".

("la Repubblica", 25 marzo 2009)

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