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di Ignazio Licciardi
Nichi Vendola al Paese
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 5 luglio 2010


Cinque risposte da Nichi Vendola

di Camilla Furia

1. Manovra economica
In Italia abbiamo toccato quota 120 miliardi di euro di evasione fiscale e 60 miliardi di corruzione. E il Governo si accanisce sul mondo degli invalidi e su chi si stava affacciando alla finestra per andare in pensione.

2. Lavoro pubblico

Il Governo si accanisce sui lavoratori statali che prendono 1.200 euro al mese. Si accanisce sul welfare. Mette le dita negli occhi dei più poveri.

3. Recessione
Questa manovra è terribilmente iniqua e recessiva perché non chiama in causa i grandi patrimoni, le grandi rendite.

4. Crisi
Questa crisi che il Governo Berlusconi nasconde da due anni, ma che l’Istat ha ben fotografato, quando terminerà avrà lasciato sull’asfalto una vittima; un’intera generazione che rischia di non trovare più una collocazione nel mondo produttivo.

5. Deporre le armi
Le dispute introspettive all’interno delle tante sinistre non hanno più senso. Bisogna deporre le armi di una contesa intestina e nevrotica per armarsi d’intelligenza e capire il perché della sconfitta civile, culturale e sociale della sinistra per mettere in piedi il cantiere dell’alternativa a un berlusconismo che declina ma che può fare ancora molti danni al Paese.

"l'Unità", 05 luglio 2010

 

Franco Ferrarotti: "Non basta deplorare"!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 1 gennaio 2010


C'è troppo individualismo
Una politica nuova
può venire solo dal basso
 
 

Tonino Bucci


E' stato l'anno della crisi. Degli operai sui tetti e delle banche salvate dai governi. Cosa vedremo nel 2010 quando esploderanno gli effetti sociali della crisi? Ci rifugeremo nei consumi (un po' ridotti, a dire il vero)? Prevarrà l'individualismo, la lotta di tutti contro tutti? Ce la prenderemo sempre di più con quelli che stanno "sotto" e con gli immigrati?
Leggiamo quel che ne pensa Franco Ferrarotti, il decano dei sociologi italiani, direttore della rivista "Critica sociologica".

C'è la crisi eppure non si vede un ritorno alla politica, anzi. Il disimpegno nella sfera pubblica si manifesta con una fuga nel privato, non crede?
Pubblico e statuale non si corrispondono. Una volta, dire pubblico significava dire lo Stato, oggi non più. C'è un arrabbattarsi alla base della società ma all'insegna di un individualismo esasperato. Come sociologo noto che a differenza di altri paesi in Italia, forse per la prima volta, c'è un vero disagio sociale. Soltanto che le vittime di questo disagio s'illudono di poterlo risolvere individualmente. C'è una frantumazione del legame sociale a favore dell'individuo. Tutto il contrario di quanto accadeva alla fine dell'800, quando nascevano la Cgil e i grandi partiti popolari. Anche il papato si preoccupava, allora, degli effetti sociali dell'economia, pensiamo alla Rerum Novarum . Oggi, invece, di fronte a un disagio economico, ma anche culturale, anche attinente ai rapporti interpersonali, non si vedono atti di solidarietà tra gil individui.

Però, nel corso del 2009, ci sono stati anche episodi di lotte, no?
Certo, ci sono drammatizzazioni. Chi sale sul cornicione del Colosseo, chi sulla gru. Per essere visibili. Ma dietro questo non vedo il sorgere di un movimento di solidarietà. Addirittura ho saputo di casi di giovani precari che venivano alle mani con altri precari. Siamo alla guerra tra poveri. Il capitalismo celebra il suo trionfo individualistico. La crisi è strutturale. Dopo l'aspetto finanziario ed economico, vedremo nel prossimo anno l'esplosione sociale della crisi, la disoccupazione. E per ironia della sorte, allora sì che il capitalismo avrà una forza di ricatto irresistibile nei confronti dei governi. Davvero i governi sono comitati d'affari della borghesia. Sembrava una frase a effetto un po' propagandistica e invece sul serio, i governanti sono dei servi.

Una politica al servizio dei capitalisti. E, in più, incapace di rappresentare davvero la società. Un quadro pessimo, no?
Siamo in una democrazia. Abbiamo una rappresentanza politica, formalmente impeccabile. Ci sono elezioni. Ma questa rappresentanza politica non è più rappresentativa. E' scaduta a rappresentazione. Non è un caso che la politica sia così distaccata dalla realtà. Il politico, anche di sinistra, che va in televisione, è uno che ce l'ha fatta. Con quello stipendio da parlamentare che ha, è come se una saracinesca calasse tra lui e il resto della popolazione. Abbiamo rappresentanti che non si sentono in sintonia con i rappresentati. Questo spiega il politichese, il parlarsi addosso. I nostri politici, quando passano la mattina nelle loro auto blu, fanno pensare a truppe d'occupazione vagamente distratte in un paese straniero che ignorano.

Questa crisi non rischia di alimentare un'antipolitica che fa già parte della storia d'Italia?
Sono d'accordo. Però in Italia si fa più politica fuori della politica ufficiale che non dentro, solo che non viene ancora individuata. Bisognerebbe fare studi più analitici, nei territori, che nessuno sa fare perché la cultura italiana è refrattaria alle ricerche sociali sul campo. Siamo in presenza di una apatia verso la politica ufficiale, ma anche di una forte domanda politica insoddisfatta e frustrata.

E il rapporto tra giovani e politica?
Stiamo assistendo al genocidio di un'intera generazione di giovani. Anche il sindacato è preso nella morsa della sua logica, protegge i già garantiti. Capisco che il sindacato deve difendere quelli che gli danno da vivere con la trattenuta sindacale. E' inevitabile. Però stiamo tornando indietro di un secolo, di nuovo c'è la paura della disoccupazione di massa. Ma mentre in passato c'era un movimento di solidarietà, oggi la paura si traduce in un darwinismo sociale feroce. E' la legge della sopravvivenza. Ciascuno cerca di fare le scarpe all'altro. La competizione capitalistica in qualche modo ha investito tutta la società, è penetrata nei costumi e nei comportamenti individuali al punto da mettere un povero contro l'altro. Oggi l'individuo disoccupato o precarizzato che vive di tre mesi in tre mesi, è formalmente libero sul mercato, ma non ha possibilità di progettare la propria vita e il futuro. Il singolo non ha la forza di rovesciare questa situazione. Non gli rimane che ripresentarsi ogni mattina al call center o in ufficio a fare il promotore finanziario. Questo è il grande capolavoro del capitalismo. Questo fenomeno non è stato studiato in maniera analitica e scientifica, come andrebbe fatto, ma semplicemente deplorato. Non basta deplorare. Qui bisogna andare al cuore del meccanismo.

Eppure c'è da chiedersi: non ci sarà da qualche parte una compensazione, una valvola di sfogo che tiene in piedi il sistema? Non sarà che il consumismo ripaga delle frustrazioni lavorative con la gratificazione dell'ultimo modello di telefonino?
Certo. Ricordo che già una quarantina d'anni fa, in occasione di una mia ricerca fotografica sul ghetto di Harlem a New York, trovai una Cadillac fiammante parcheggiata davanti a una stamberga. Oggi il nostro precario ha il suo telefonino che fa le foto e gira video. Questo consumismo, in apparenza fasullo, ha una funzione compensativa di pseudo-partecipazione sociale.
Le Tesi su Fuerbach di Marx si realizzano. Merce-denaro-merce non basta più, c'è il feticismo della merce, la mercificazione di tutti i rapporti sociali. C'è anche una sorta di partecipazione illusoria. La comunicazione diventa, per quanto priva di senso, il mezzo fondamentale per la visibilità. Nessuno si sente escluso. I media operano come una grande fonte di ipnosi collettiva. Guardiamo i politici in tv. Vale più la "pappagorgia" che l'ideologia. E' il trionfo della chirurgia plastica. Nella politica di oggi non vale più la logica cartesiana, chiara e distinta. C'è il colpo di fulmine sintetico, c'è l'immagine che ti impedisce di pensare. Siamo di fronte a un incantamento collettivo. Il disagio sociale viene mascherato e, insieme, rivissuto nei termini di una partecipazione illusoria.

Così però rischiamo di incartarci nel pessimismo. O no?
Non sono pessimista né catastrofista. L'umanità non è fatta per piangersi addosso. Il disagio sociale c'è e non riesce ad avere rappresentanza adeguata. Deve darsela. Sono convinto che qui e là, a macchia d'olio, ci siano prese di coscienza. Purtroppo la cultura politica italiana ha sempre privilegiato il bel saggio rispetto alla slabbrata ricerca del campo. L'unica fonte di dati è il Censis di Giuseppe De Rita. Però restiamo sempre al livello delle metafore. Questo dovrebbe fare la sinistra estrema, extraparlamentare ed extraufficiale: catalogare i gruppi, le associazioni, i centri sociali che stanno prendendo coscienza alle radici del tessuto sociale. C'è una capacità di inventare nuove forme di lotta politica e di resistenza che viene tagliata fuori, che non ha visibilità, che non accede allo spazio pubblico della comunicazione. Occorre renderla presente.

Ci sono gli emarginati urbani? Non se ne esce per miracolo. Occorre che chi vive il disagio ne diventi consapevole e lo esprima in forme nuove perché quelle tradizionali lo hanno tagliato fuori. La rivoluzione americana è cominciata con i comitati di corrispondenza sulla costa orientale degli Stati Uniti. Mi sembra che la sinistra italiana troppo spesso dimentichi che i vertici sociali non hanno mai interesse al cambiamento. Il cambiamento non può venire che dal basso che però va conosciuto, indagato, messo in relazione e poi tradotto in forme di rappresentanza nuove, anche fuori dalla rappresentanza parlamentare. Sui giornali non c'è traccia di ricerche sul campo. Sul "Wall Street" capita di leggere in prima pagina un'inchiesta, un resoconto della visita a un'industria. Qui da noi c'è subito il commento, e il fatto è assorbito a sostegno del commento. L'analisi sociologica resta separata.
Mi piacerebbe che giornali come "Liberazione" pubblicassero periodicamente ricerche documentate su temi sociali e sui comportamenti individuali. Non dimentichiamoci mai che Marx aveva alle spalle Engels che era un dirigente industriale e conosceva la vita operaia.


"Liberazione", 31/12/2009

PD, CGIL, STUDENTI e IDV in piazza contro le manovre del Governo
post pubblicato in Notizie ..., il 15 novembre 2009


Manifestazione del sindacato senza Cisl e Uil. Ma il segretario tende la mano:
"Pronti a sciopero generale sul fisco". Nel corteo anche Idv, Pd e studenti universitari

Cgil torna in piazza a Roma
Epifani: "Licenziamenti a valanga"

Bersani: "Serve una svolta nella politica economica, persi 18 mesi preziosissimi"
Il ministro Sacconi: "Mi sembra un piccolo mondo antico ancorato al '900"
 


ROMA - La Cgil torna in piazza a Roma contro il governo, da cui esige risposte su lavoro e crisi. La manifestazione nazionale è stata indetta per sottolineare che il peggio della crisi non è affatto alle nostre spalle e che la ripresa sarà lunga e difficile. A sfilare a fianco dei lavoratori della Cgil anche Italia dei Valori, Partito democratico e studenti universitari. Il corteo, partito nel primo pomeriggio da piazza della Repubblica, si è concluso in piazza del Popolo con un intervento del segretario generale Guglielmo Epifani.

"E' una piazza straordinaria, grazie a tutti voi che siete qui: queste luci vive permettono anche a chi voleva oscurare le nostre ragioni di vederci chiaro e trasparente": con queste parole il leader della Cgil Guglielmo Epifani ha aperto il suo intervento dal palco di piazza del Popolo.

"Chiediamo che il governo cambi registro per affrontare i nodi della crisi" ha detto il leader della Cgil Epifani, sintetizzando lo spirito del corteo di protesta. "Questa è una manifestazione che vuole chiedere al governo cose precise perchè gli effetti più negativi della crisi arriveranno nelle prossime settimane e investiranno l'occupazione", ha aggiunto. "La crisi avrà gli effetti più negativi sull'occupazione nelle prossime settimane" ha detto ancora il segretario della Cgil, sottolineando come "il governo non stia facendo nulla per sostenere il lavoro e i pensionati".

"In un anno sono stati persi, bruciati, 570 mila posti di lavoro di cui 300 mila di precari: una media di 50 mila posti in meno al mese. Questo il consuntivo di un anno da quando la Cgil lanciò l'allarme valanga disoccupazione", ha denunciato ancora Epifani. "La valanga che avevamo previsto - ha aggiunto Epifani - non ha più neanche la ciambella di salvataggio della cassa integrazione, ma è fatto di mobilità, ristrutturazioni, chiusure e licenziamenti a valanga e ancora di altri precari senza tutela".

Sull'analisi mostra di concordare il segretario del Pd Luigi Bersani, che nel messaggio inviato a Epifani invoca "una svolta nella politica economica del governo". "La vera exit strategy a cui dobbiamo dare priorità oggi è la exit strategy dalla disoccupazione di lunga durata e dalla stagnazione dei redditi da lavoro - ha scritto Bersani - Il governo ha perso 18 mesi preziosissimi, ha lasciato impoverire il nostro migliore capitale sociale e la nostra più innovativa capacità produttiva faticosamente irrobustita negli ultimi anni".

Critico invece il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: "Mi sembra un piccolo mondo antico che rappresenta un pezzo del Paese, ma rimane ancorato al '900 e alle sue ideologie". Sacconi ha sottolineato tra la Cgil e gli altri sindacati confederali: "Una manifestazione fatta da soli, esaltando in questo modo la separatezza dalle altre organizzazioni sindacali".

Secondo gli organizzatori al termine della manifestazione c'erano 100.000 lavoratori provenienti da tutta Italia. Ad aprire il corteo uno striscione con la scritta "Il lavoro e la crisi: esigiamo le risposte". Tante le bandiere della Cgil, della pace, ma anche di partiti della sinistra come il Pd, l'Idv, dei Comunisti Italiani e grossi palloni colorati con la scritta Flc-Cgil.

Nel corteo anche gli striscioni delle aziende in crisi come l'Eutelia: "Eutelia: come arricchire i padroni depredando i lavoratori. Landi, dove sono finiti i soldi e gli immobili di Getronics e Bull?". I lavoratori hanno raggiunto la capitale con 3 treni e oltre 750 pullman. Tra i partecipanti anche esponenti politici nazionali come Oliviero Diliberto, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero. In testa alla manifestazione la segretaria nazionale della Cgil Susanna Camusso e il segretario regionale del Lazio Claudio Di Berardino.

La Cgil ha deciso di scendere in piazza senza Cisl e Uil, come ha spiegato ieri Guglielmo
Epifani rispondendo alle domande di RepubblicaTv. "Non siamo stati in condizione di fare una manifestazione unitaria sui temi della crisi" ha spiegato il leader della Cgil. "Questo ci è riuscito solo a livello locale, non nazionale. Sarebbe stato meglio farla insieme. Un'iniziativa comune peserebbe di più e i lavoratori, in questo momento, hanno bisogno di tutto il sindacato. Comunque, per riportare al centro i problemi di chi perde il posto, meglio soli che niente". Da piazza del Popolo Epifani ha lanciato tuttavia un appello a Cisl e Uil: "Mando a dire a Cisl e Uil che se si volesse fare lo sciopero generale sul fisco la Cgil ovviamente è pronta ed è in prima fila".

Con la Cgil sono centinaia, fa sapere l'Unione degli universitari, gli studenti in piazza, all'indomani del
primo ok del Senato a una legge finanziaria fortemente contestata anche sui risvolti per ricerca e istruzione. Riguardo alla scomparsa dei fondi destinati ai giovani ricercatori dell'università, il leader della Cgil ha detto "è una finanziaria che non dà nulla al lavoro, agli investimenti e al Mezzogiorno e non c'è soluzione neanche per i precari dell'università". "Manca la promessa di stabilizzare i giovani ricercatori precari", ha spiegato il segretario generale della Cgil, aggiungendo: "gli interventi del governo vanno contro il mondo del lavoro".

("la Repubblica", 14 novembre 2009)

Vladimiro Giacché(a cura di), Karl Marx, Il capitalismo e la crisi , DeriveApprodi 2009
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 27 ottobre 2009


In libreria una raccolta di scritti marxiani, in parte inediti, curati da Vladimiro Giacché
 
C'è una logica nella crisi
Vale la pena rileggere Marx
 
 

Alberto Burgio


«Come sempre, con la prosperità si sviluppò molto rapidamente la speculazione. La speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell'osservatore superficiale come causa della crisi».
«Il fatto che, laddove l'intero processo poggia sul credito, non appena il credito viene improvvisamente a mancare e ogni pagamento può essere effettuato solo in contanti debbano subentrare una crisi creditizia e la mancanza di mezzi di pagamento - è ovvio, come lo è il fatto che la crisi nel suo complesso debba presentarsi prima facie come crisi creditizia e monetaria. Ma in realtà non si tratta unicamente della "convertibilità" delle cambiali in denaro. Un'enorme massa di queste cambiali non rappresenta nulla più che transazioni truffaldine, che ora sono scoppiate e vengono alla luce del sole; esse rappresentano speculazioni andate male e fatte con il denaro altrui. È proprio bello che i capitalisti, che gridano tanto contro il "diritto al lavoro", ora pretendano dappertutto "pubblico appoggio" dai governi e facciano insomma valere il "diritto al profitto" a spese della comunità».
«Non c'è stato periodo di prosperità in cui gli stregoni ufficiali dell'economia non abbiano approfittato dell'occasione per dimostrare che questa volta la medaglia non aveva rovescio, che questa volta il fato era vinto. E il giorno in cui la crisi scoppiava, si atteggiavano a innocenti e si sfogavano contro il mondo commerciale e industriale con banalità moralistiche, accusandolo di mancanza di previdenza e di prudenza».
«Proprio il ripetuto insorgere di crisi a intervalli regolari nonostante tutti i moniti del passato smentisce l'idea che le loro ragioni ultime debbano essere ricercate nella mancanza di scrupoli di singoli individui. Gli economisti che pretendono di spiegare le periodiche contrazioni di industria e commercio con la speculazione assomigliano a quella scuola ormai scomparsa di filosofi della natura che considerava la febbre come la vera causa di tutte le malattie».
Chi scrive queste parole non è propriamente un nostro contemporaneo e non parla della recessione globale esplosa due anni fa e ancora in vorticoso sviluppo. È un attempato 35-45enne che risponde al nome di Karl Marx, e si occupa delle crisi economiche esplose tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Sessanta dell'Ottocento. Una prima sconfortante osservazione viene quindi spontanea. L'umanità non impara nulla dall'esperienza, continua a commettere gli stessi errori come la più stupida delle specie viventi. Poi subentra una seconda considerazione, meno ingenua. Se le crisi economiche si susseguono secondo un copione già analizzato con assoluta lucidità, e se, ciò nonostante, non si riesce a prevenirle, il problema non è tanto l'idiozia umana, quanto il fatto che per evitarle occorrerebbe guardare in faccia la distruttività sociale del capitalismo - la sua totale illegittimità storica - e agire di conseguenza, spedendolo in archivio una volta per sempre. Il che non è precisamente ciò che i capitalisti e i loro emissari politici auspicano.
Ma torniamo a Marx e alle sue folgoranti analisi. I fondamentali scritti marxiani sulla crisi sono oggi a nostra disposizione, riuniti in una bellissima antologia curata da Vladimiro Giacché (Karl Marx, Il capitalismo e la crisi , DeriveApprodi 2009, pp. 176, euro 15). Giacché è uno strano animale. È un economista marxista munito di una solida formazione filosofica (la cosa dovrebbe essere implicita ma da tempo non lo è, e lo si vede). Ed è altresì un esperto operatore finanziario, abituato a trascorrere buona parte del tempo studiando l'andamento dei mercati, i bilanci delle imprese e i flussi di investimento.
Questo invidiabile bagaglio di competenze gli ha permesso di orientarsi con mano sicura nel gigantesco lascito marxiano (in buona parte tuttora inedito) e di scrivere un saggio introduttivo di impareggiabile utilità. Nel quale da una parte fornisce al lettore informazioni necessarie per venire a capo di pagine a tratti impervie, dall'altra mostra la sconcertante attualità dell'impianto analitico marxiano, ancora insuperato per intelligenza e acume critico. Non bastasse, Giacché traduce (in modo impeccabile) alcuni testi (cinque articoli apparsi sulla New York Daily Tribune tra il 1852 e il '58 e il manoscritto sulla caduta tendenziale del saggio di profitto destinato al terzo Libro del Capitale , utilizzato da Engels ma rimasto inedito sino al 1992), testi che vengono quindi messi per la prima volta a disposizione del lettore italiano e che fanno di questo volume uno strumento irrinunciabile per chi voglia studiare seriamente la crisi senza ignorare il punto di vista di Marx.
Al centro dell'analisi è naturalmente il tema della sovrapproduzione, quindi la struttura contraddittoria del capitale (il che conferma che senza Hegel Marx non sarebbe Marx, e che, senza aver capito Hegel, di Marx si comprende ben poco). L'idea è che la pulsione naturale del capitale all'accumulazione lo spinga ad accrescere la propria componente fissa (macchine e tecnologia) e a diminuire la massa di valore destinata al lavoro, e che proprio queste misure, riducendo la componente creatrice di plusvalore e deprimendo la domanda effettiva, impediscono a una crescente quota del capitale di valorizzarsi adeguatamente.
Il filo del ragionamento tiene tuttavia sempre insieme due corni, in reciproca tensione: la necessità della crisi (effetto ciclico naturale dell'accumulazione) e la possibilità di farvi fronte, da parte del capitale, mobilitando «fattori di controtendenza», tra i quali spicca la lotta di classe (supersfruttamento e bassi salari) del capitale contro il lavoro vivo. Senza tenere conto di entrambi questi elementi la lettura marxiana delle crisi si blocca, deviando fatalmente verso gli esiti deterministici tipici dell'approccio economicistico.
Nella società moderna l'economia è troppo importante perché la si lasci agli economisti e la si interpreti in chiave puramente economica: anche questo insegnano il lavoro teorico di Marx e la sua concreta pratica di lotta, e di tale prezioso insegnamento questo libro aiuta a cogliere la fondamentale rilevanza.



"Liberazione", 27/10/2009


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Tra le altre, Epfiani dice a Berlusconi: "Vuoi fare qualcosca per il Sud? La maggior parte dei precari della scuola sono proprio di queste regioni"!
post pubblicato in Notizie ..., il 23 ottobre 2009


Epifani: governo devastante. A dicembre sciopero

di Maristella Iervasitutti gli articoli dell'autore

L’occasione è l’assemblea nazionale a Roma delle rappresentanze sindacali unitaria della Conoscenza. Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ascolta tutti gli interventi: i precari della scuola e della ricerca, i collaboratori scolastici e gli amministrativi. Poi non fa in tempo ad avvicinarsi al microfono, che scatta l’applausometro. Epifani tocca tutte le questioni, i “guai” - spiega - in cui “siamo precipitati nel sistema Paese”, analizzando tutti i nodi del “devastante” governo. E a Berlusconi, che rilancia il taglio dell’Irap, replica: “Il primo atto da fare è ridurre le tasse ai lavoratori e pensionati. Questo impone l’equità e la condizione dei consumi”. E sulla scuola dove il malessere è sempre più crescente, il sindacato annuncia la “tabellina” delle mobilitazioni dal 7 al 21 novembre. Fino ad uno sciopero esteso a tutto il pubblico impiego in dicembre.

Crisi e governo “devastante”. In Italia - esordice il segretario della Cgil - ci sono «una crisi devastante e un governo che lo è altrettanto. Ha agito con fubizia - sottolinea -. Ha deciso di galleggiare perché non affronta seriamente nessuno dei grandi problemi. La questione del Mezzogiorno non la risolve il Ponte sullo stretto. Vuoi fare qualcosca per il Sud? La maggior parte dei precari della scuola sono proprio di queste regioni. E’ finita forse la crisi della Borsa e della grande finanza - ha sottolinato Epifani -, mentre c’è un silenzio assordante sulla condizione vera delle persone: sono 570mila i lavoratori che hanno perso il lavoro nell’ultimo anno”. E il sindacato che aveva previsto l’enorme emorragia è stato detto di essere un “disfattista”. Per il leader della Cgil, la crisi non la si affronta con una finanziaria ordinaria. Occorrerebbe piuttosto “una tassa su tutte le transazioni finanaziarie. Per una questione di giustizia”: non è giusto che paghi chi non è responsabile della crisi.

La questione morale che sta dentro questa crisi - accusa Epifani - “è vergognosamente scomparsa”. Ci sono responsabilità politiche di chi sapeva e non si è posto alcun problema. Sono stati spesi miliardi di euro per sollevare le banche. “Trovo incredibile che quella montagna di debito pubblico creata per salvare le banche - ha detto Epifani - ci venga poi messa davanti quando chiederemo investimenti per la scuola, per le realtà produttive, per i giovani”.

Scuola e ricerca. La Cgil è pronta a mettere sul tappeto anche uno sciopero della scuola se le cose non cambieranno. «C’è un vero malessere nella scuola ha detto Epifani -. La questione dei precari è solo parzialmente risolta. Il fatto che manchino investimenti per avere scuole sicure, per il sostegno, per il tempo pieno, per avere classi meno numerose, il fatto che non si consideri la scuola e la formazione temi centrali in un periodo di crisi fanno sì che ci sia tra i lavoratori della scuola un malessere crescente. In ragione di tutto ciò la Cgil e il sindacato di categoria, la Flc, promuovono una grande manifestazione a Roma per il 21 novembre e, se non cambieranno le cose, pensano anche a uno sciopero». Per Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, i precari che restano fuori dal provvedimento di governo sono circa 100mila. Pantaleo insiste sul “flagello dei tagli” per l’istuzione tra scuola e Atenei. E annuncia l’iniziativa del 7 novembre a Roma, in piazza Navona, e in contemporanea in cento piazze d’Italia per la Conoscenza; seguiranno l’iniziativa del 19 novembre: rapporto tra ricerca e politica industriale. Fino allo sciopero di tutto il pubblico impiego in dicembre.

"l'Unità", 22 ottobre 2009

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