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di Ignazio Licciardi
A. GRAMSCI: "Odio gli indifferenti"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 aprile 2011


"Odio gli indifferenti" è l'incipit di uno dei più noti scritti giornalistici di Gramsci, datato 3 aprile 1917
di Tonino Bucci

"Odio gli indifferenti" è l'incipit di uno dei più noti scritti giornalistici di Gramsci, datato 3 aprile 1917. Per estensione quel motto è diventato un condensato del suo pensiero politico. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita». Questo, come altri articoli, appartengono non al Gramsci "maturo" dei Quaderni, quello più frequentato, lo scienziato della politica, bensì al Gramsci giovane giornalista de l'Avanti, editorialista e polemista, osservatore acuto, caustico, dei vizi dell'Italia del suo tempo. Tra il 1917 e il 1918 è stata redatta la maggior parte dei testi gramsciani scelti e ripubblicati in questi giorni dalla casa editrice, Chiarelettere, per inaugurare una nuova collana di instant book, "Odio gli indifferenti" (pp. 108, euro 7). Instant book per modo di dire. Dal punto di vista editoriale è una provocazione. Si prende un testo di cento anni fa e lo si presenta al lettore come fosse stato scritto oggi, con pochissime note e introduzioni stringate. Nella fattispecie, il Gramsci giornalista di questi scritti è un militante socialista non ancora trentenne, fresco di studi universitari, che non è finito in trincea di guerra per via di una malformazione fisica. Un giovane di intelligenza spiccata, ma profondamente avverso alla cultura libresca delle università (e infatti rinuncia a laurearsi) che fa del giornalismo la propria palestra. L'anatomia spietata del paese che i suoi articoli ci restituiscono, suona in qualche modo familiare nell'Italia contemporanea del berlusconismo. «L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera… La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa». "Odio gli indifferenti" di Antonio Gramsci è curato da David Bidussa, scrittore, storico e autore di diversi saggi sull'ebraismo e la storia del movimento operaio. In questi scritti domina «l'imperativo di guardare la vita reale» - leggiamo nella sua breve introduzione - di «studiarla senza mai allentare la presa, tenere lo sguardo fisso sui problemi senza lasciarsi distrarre», soprattutto di «contrastare la convinzione che non ci sia cambiamento e che la quotidianità possa apparire come l'unico dei mondi possibili». Non suona familiare?
«Non è un libro pensato dall'oggi al domani - ci spiega Bidussa - è stato preparato in tre mesi, tra agosto e novembre dello scorso anno. Ho passato in rassegna tutti gli scritti giornalistici di Gramsci, li ho classificati in base a parole chiave e ho scelto quelli più efficaci. Non vuol essere un'operazione di nicchia. I lettori di oggi, abituati alle videate di internet, sono frenetici. Dobbiamo fare in modo che un testo di cento anni fa risulti leggibile in maniera diretta, immediata, senza appesantirlo con note e lunghe introduzioni. Non è un libro per studiosi. Ci siamo persino presi la libertà di cambiare i titoli originali degli articoli per renderli più familiari a un lettore di oggi. Negli ultimi trent'anni Gramsci è stato trasformato in un pensatore classico contemporaneo, non più patrimonio esclusivo di una sola "parte". Tutto sommato, lo si è salvato dalla crisi che ha colpito l'immagine pubblica del comunismo. Di recente, però, è avvenuto che lo hanno letto più a destra che a sinistra, soprattutto da parte della "nouvelle droite" antiglobalista. Adesso, si tratta di salvare Gramsci da questa deriva».
Le figure sociali prese di mira in questi articoli - speculatori di guerra, capitalisti profittatori, l'intera classe politica dirigente - incarnano un potere distante dal popolo, incapace di figurarsi le sofferenze e i bisogni dell'umanità in carne e ossa. Quello gramsciano è un pensiero in formazione, antidogmatico, ostile a schemi dottrinari e leggi astratte. L'urgenza di farsi carico della quotidianità concreta Gramsci la manifesta anche nei confronti dei suoi stessi compagni di partito quando prende le distanze da una certa «visione libresca, cartacea, della vita» presente nel socialismo italiano: «la vita è per costoro come una valanga che si osserva da lontano, nella sua irresistibile caduta» che ubbidisce alle «leggi naturali infrangibili» del progresso della storia. «Questa concezione non era scientifica, era solo meccanica, aridamente meccanica».
C'è anche un articolo del 1921 che Gramsci dedica agli operai della Fiat, sconfitti dopo una protesta durata un mese. «Non abusate troppo - scrive - della resistenza e della virtù di sacrificio del proletariato; si tratta di uomini comuni, uomini reali, sottoposti alle stesse debolezze di tutti gli uomini comuni che si vedono passare nelle strade, bere nelle taverne, discorrere a crocchi sulle piazze». E, più avanti: «Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne e ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti». "Gramsci - spiega Bidussa - ci insegna che devi stare sempre dalla parte della classe sociale con la quale sei più simpatetico, anche nei momenti in cui perde. Non perché non si debbano ammettere gli errori, ma perché è giusto che si renda omaggio alle lotte e non si abbandonino gli individui in balia della disperazione. Devi avere una philia nei confronti di quegli operai e non trattarli con distacco, come fossero oggetti di un esperimento sociale».
Soprattutto, Gramsci si scaglia contro la classe dirigente di un'Italia postrisorgimentale - da rileggere a maggior ragione in questo centocinquantenario - considerata incapace di rappresentarsi concretamente nella fantasia i bisogni degli uomini in carne e ossa, «in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere». E' «uno dei caratteri italiani, e forse quello che è più malefico per l'efficienza della vita pubblica del nostro paese» - scrive Gramsci. Né ci fanno una figura migliore gli intellettuali italiani, indifferenti pur con tutto il peso della loro erudizione, agli affanni del popolo. La separatezza si riproduce ancora oggi, nell'era della comunicazione di massa. Reality e fiction televisive rappresentano un mondo disincarnato, dove non c'è traccia dei bisogni reali. «Occorre che qualcuno vada in mezzo nella realtà quotidiana e ci metta una macchina da presa. Quello di Gramsci era un giornalismo di contro-inchiesta. Oggi lo fanno in pochi. Per raccontare la realtà al di fuori della fiction devi scavare, avere uno sguardo lungo, l'umiltà di ascoltare, la pazienza di studiare. Ma oggi siamo impazienti di capire tutto e subito». Comprendere però non significa tirarsi fuori dalle passioni civili, non prendere parte nei conflitti. Il senso di fatalità, la rassegnazione, l'idea che non ci sia nulla da fare, l'effetto asfissiante della normalità quotidiana sulle passioni, sono i peggiori vizi che Gramsci contesta a un'Italia costruita sui modelli culturali della piccola borghesia. «Il peggior nemico - dice Bidussa - è l'indifferenza. Il berlusconismo incarna l'idea che io mi faccio i fatti miei e gli altri facciano pure quel che vogliono, l'importante è che non mi disturbino. L'Italia di oggi è convinta che basti chiudere la porta per impedire che il mondo entri in casa propria. Non è così, vivere nel mondo significa assumersi la responsabilità delle proprie opinioni e azioni, e non attendere che le cose si compiano per conto loro».


"Liberazione", 07/04/2011

 


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Un saggio su Gramsci e il Risorgimento di Raul Mordenti
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 21 febbraio 2011


ANTONIO GRAMSCI: IL RISORGIMENTO

 

 
Il successo della lettura di un brano di Antonio Gramsci al festival di Sanremo ci ha suggerito l'idea di proporvi la lettura dei suoi scritti sul Risorgimento che potete scaricare on line: SCARICA

Già che ci siamo riproponiamo un saggio di Raul Mordenti apparso sul mensile SU LA TESTA nel maggio 2010


I COMUNISTI, GRAMSCI E IL RISORGIMENTO
di Raul Mordenti

1. Ci troviamo di fronte (e per molti del tutto inaspettatamente)alla crisi dell’unità nazionale e dello Stato-nazione; questo binomio è attaccato simultaneamente: “dall’alto”, per il prevalere dei meccanismi decisionali superstatuali (e dunque assolutamente a-democratici) propri della globalizzazione capitalistica e della dittatura delle banche che governano l’Europa dell’euro, e però anche “dal basso”, per il riemergere di tensioni localistiche, “comunitarie” e micro-scioviniste di difesa delle “piccole patrie” di cui la Lega Nord si è fatta interprete politica.
Non sfugge come i due processi siano in realtà uno solo, e che proprio in tale nesso paradossale con la globalizzazione capitalistica risieda la forza penetrativa della proposta della Lega fra le masse popolari, così che il Governo della destra si presenta, al tempo stesso, come concausa potente della crisi (perché garantisce in Italia i diktat del capitale finanziario globalizzato) e come pseudo-soluzione demagogica di essa.
Se questo è vero, la forza della Lega deve essere da noi valutata come in pericolosa ascesa (anzi a me sembra appena all’inizio delle sue capacità devastanti), perché essa si dimostra capace di legare coerentemente una proposta economico-sociale (l’accanita difesa dei più deboli fra i forti) con un immaginario securitario fortissimo e diffuso, nutrito dai profondi umori razzisti della feroce “brava gente” di questo infelice Paese.
Mutatis mutandis è questo razzismo “all’italiana” (cioè ipocritamente denegato ma profondo ed operante, cioè pronto a uccidere) la vera base di consenso anche delle formazioni neo-fasciste e neo-razziste fra la plebe delle periferie urbane, un consenso già oggi assai preoccupante che mi pare tuttavia destinato a crescere.
Con tutto ciò dovremo fare assai duramente i conti nel prossimo futuro. Il confine fra farsa e tragedia è infatti assai labile, e l’attuale comicità dei Borghezio, dei Gentilini e dei Fiore scomparirebbe in un attimo di fronte a una crisi economico-finanziaria dispiegata, cioè la proposta secessionista di tipo (pseudo-)etnico “sloveno” o “kossovaro” diventerebbe di colpo credibile e fortissima se l’Italia fosse direttamente investita da una crisi conclamata di tipo greco (o argentino), insomma da una crisi capace di annichilire in poche settimane, o in poche ore, sia i risparmi della piccola borghesia, sia il credito della piccola e media industria e sia milioni di posti di lavoro del proletariato vecchio e nuovo. Non credo che in una tale situazione di “si salvi chi può!” sarebbero la grande Banca Europea e i suoi agenti in Italia a difendere un minimo di convivenza civile fra indigeni e migranti e neppure l’unità statuale del Nord con il Sud d’Italia.

2. Per questo -e non solo per l’occasione banale del centocinquantesimo anniversario della conquista regia sabauda(1)- occorre che i comunisti rimettano oggi al centro della loro riflessione, e della loro azione politica, il tema dell’unità nazionale. Intendo dire che se, come sembra, dovremo noi comunisti difendere l’unità della Repubblica italiana, allora occorrerà chiarire bene (anzitutto a noi stessi):
a) cosa intendiamo per unità nazionale e
b) in cosa consistano per noi e per la nostra classe i valori positivi di tale unità. Sembra infatti evidente che non possiamo noi limitarci ad essere solo parte (e parte necessariamente subalterna) della difesa dell’unità nazionale condotta dall’arco di forze che va da Napolitano a Fini, passando per Draghi.
Quell’idea borghese e tradizionale di unità nazionale manca infatti di un tratto per noi assolutamente determinante, che consiste nel principio di inclusione nello Stato-nazione Italia delle masse popolari, e tanto più di quella frazione decisiva della nostra classe che è oggi la popolazione migrante, cioè i settori in continua crescita di proletariato non indigeno.

3. Come sempre quando si tratta di pensare originalmente eppure rigorosamente, il “ritorno a Gramsci” ci può aiutare. Come è noto, Gramsci analizza il Risorgimento nazionale trovando in esso le radici e le tracce di una debolezza storica della borghesia italiana e della sua rivoluzione mancata(2). La radicalità dell’analisi gramsciana fu in realtà assai meno condivisa nel Pci di quanto si potrebbe credere, per motivi che sarebbe troppo lungo analizzare in questa sede: limitiamoci a dire che la “destra” del Partito vedeva in quell’analisi una delegittimazione troppo drastica dello Stato borghese, e dunque il rischio di una posizione rivoluzionaria, mentre la “sinistra” del Partito leggeva in quella critica la riproposizone del paradigma dell’“arretratezza”, che poteva condurre alla subalternità nei confronti delle spinte innovatrici del neo-capitalismo degli anni Cinquanta e Sessanta.
Negli uni come negli altri pesava inoltre una sorta di timidezza di fronte agli attacchi portati alla posizione di Gramsci dal liberale Rosario Romeo sul terreno propriamente storiografico, con l’argomentazione secondo cui il sacrificio del Sud era stato in effetti cosa buona e giusta essendo servito per una sorta di accumulazione primitiva interna, e dunque per il decollo del capitalismo italiano a Nord, il quale sarebbe stato invece impedito dalla diffusione a Sud di una piccola proprietà contadina di tipo “giacobino” rimpianta da Gramsci. Così, come spesso accadde anche per altre questioni cruciali, Gramsci fu nel Pci assai più citato che compreso e utilizzato. E prevalse fra i comunisti una linea “ossessivamente unitaria”, a cui forse non fu neppure estraneo il fatto che la serie dei segretari del Partito (Gramsci-Togliatti-Longo-Berlinguer-Natta) fu tutta senza eccezioni fatta di compagni – per dir così – appartenenti all’ex Regno del Piemonte, una circostanza davvero singolare che forse contribuì alla vistosa incapacità dei comunisti italiani di cogliere i limiti permanenti dell’unità nazionale, soprattutto per ciò che riguardava il Sud d’Italia (e dunque alla strutturale debolezza del Pci in quelle parti del Paese).
Restò soprattutto largamente incompresa e inutilizzata la dura critica di Gramsci a proposito del ruolo svolto nel Risorgimento italiano dalle “classi colte”, cioè – in sostanza – a proposito del carattere retorico-letterario dell’unità nazionale italiana.

4. Scrive Gramsci: “Un’altra trivialità molto diffusa (..) è quella di ripetere in vari modi e forme che il moto nazionale si poté operare per merito delle classi colte. Dove sia il merito è difficile capire.
Merito di una classe colta, perché sua funzione storica, è quello di dirigere le masse popolari e svilupparne gli elementi progressivi; se la classe colta non è stata capace di adempiere alla sua funzione, non deve parlarsi di merito, ma di demerito, cioè di immaturità e debolezza intima.”
E giustamente Gramsci conclude l’analisi comparativa delle culture storiche italiana e francese a proposito della nazione: “Nazione-popolo e nazione-retorica si potrebbero dire le due tendenze.”
Altrove Gramsci parla del nesso Gioberti-Croce, cioè della funzione decisiva svolta per l’unità nazionale dall’impostazione giobertiana che consisteva, in buona sostanza, nel delineare un principio di identificazione nazionale che sarebbe consistito nella tradizione culturale, cioè in ultima analisi letteraria, della nazione italiana. In altre parole: questo popolo privo per secoli di libertà, di Stato, di esercito, di comunanza economica e sociale, di governo unitario, sarebbe stato tuttavia unito da sempre, e questo per la sua capacità di produrre una letteratura nazionale avant la lettre, insomma per il solo fatto di avere visto nascere nei suoi confini Dante, Petrarca, Boccaccio e via seguitando. Anzi, per un meccanismo di risarcimento ideologico (cioè rovesciato) che a noi oggi appare del tutto tipico dei poveretti, questa posizione sostiene che quanto più questo Paese è stato miserabile e schiavo, tanto più esso ha però esercitato un Primato “morale e civile” (cioè, ancora una volta: retorico-letterario) sul resto dell’Europa e del mondo, in quanto espressione organica e diretta prima dell’Impero romano e poi della Chiesa cattolica. Così il Giusti, citato ironicamente da Gramsci: “noi eravam grandi e là non eran nati”.
Queste idee giobertiane non furono solo di Gioberti; per venire ad un autore laico che fu importante anche per Gramsci, esse reggono anche – a ben vedere – tutta la grande costruzione ideologica della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis (1817-1883). Sarebbe difficile sopravalutare l’importanza che quel paradigma, continuamente riproposto fino ai nostri giorni in innumerevoli altre storie letterarie “ad uso dei Licei”, ebbe nelle nostre scuole e università e, insomma, il ruolo decisivo che quella costruzione ideologica giocò nel “fare gli italiani” (cosa assai più difficile e complicata, come si sa, che “fare l’Italia”). Secondo questa idea-forza, ripetuta ossessivamente e unanimemente dai nostri apparati culturali post-risorgimentali fino a diventare senso comune, l’Italia come entità autonoma ed unita ci sarebbe stata da sempre (o dal Duecento almeno) giacché erano esistite una lingua e una letteratura italiana(8); si trattava ora solo di dare a questa entità nazionale il suo Stato unitario, anzi di restiturglielo, dato che (non certo a caso!) un tale processo veniva chiamato Ri-sorgimento, come se si trattasse di far tornare a nascere un qualcosa che c’era già stato “prima”.
In altre parole: nel disegno che possiamo per comodità espositiva definire “giobertiano-desanctisiamo”, veniva “inventata”(9) una tradizione nazionale, la narrazione di una coscienza letteraria eccellente e da sempre unitaria anche se espressa da un popolo-nazione temporaneamente diviso e casualmente servo.
E si comprende così anche il mito di Dante e il suo “uso politico”, così importante nei decenni a cavallo dell’unità nazionale:
Dante inteso come padre della patria perché padre della nostra lingua e della nostra letteratura, e questo spiega anche come mai impadronirsi del suo mito (insomma: tirare padre Dante per la giacchetta dalla propria parte) divenisse problema politico decisivo per le diverse tendenze che si contendevano l’egemonia del Risorgimento: Dante testimone sommo dell’eterno spirito cattolico dell’Italia oppure Dante profeta della fine del potere temporale dei Papi e loro esemplare vittima? Insomma: Dante guelfo o Dante ghibellino? Per quanto oggi possa sembrare strano, dal modo in cui venivano sciolti questi nodi derivava un asse etico-politico, oppure un altro, per il neonato Stato-nazione Italia.

5. Gli studi che si sono accumulati dopo la morte di Gramsci ci permettono di capire meglio questa costruzione ideologica e anche di apprezzarne meglio i gravissimi limiti; in essa molto, davvero troppo, andava perduto.
Dal punto di vista storico-letterario (che non ci interessa qui prioritariamente) andavano perduti tutti i secoli compresi fra la fine dell’Impero romano, oggetto di studio della letteratura latina, e il manifestarsi letterario del “volgare di sì” (un “buco” di circa sette secoli, mai più recuperato nelle nostre scuole!); così come andava perduta tutta la letteratura scritta in Italia e da italiani ma non in lingua italiana, a cominciare da quella in latino, che pure è tanta parte anche delle “tre corone” (per non dire della letteratura medievale e umanistica e fino al Seicento inoltato) fino a quella in lingua francese (si pensi solo ai Mémoires di Goldoni: gli italiani colti scrivono in francese fra Sette e Ottocento, Manzoni compreso), e andava perduta completamente la letteratura dialettale, talvolta in Italia davvero straordinaria, e basti dire che il grandissimo Belli non è neppure citato dal De Sanctis, e da tutti i tanti che seguirono la sua strada; così come venivano del tutto trascurati, lasciati fuori da quella narrazione oltre che del concetto stesso di “letteratura”, interi generi letterari e tipologie di testo.
Ma soprattutto quel fondamento retorico dell’unità nazionale si rivelava debolissimo dal punto di vista politico: mentre in altri Paesi l’asse dell’unità nazionale veniva individuato in cose come la lotta contro le tasse, o in un esercito nazionale, o in un assetto economico più razionale etc., da noi tale asse era cercato e trovato in una tradizione retorico-letteraria, per giunta largamente inventata.
 
Per capire tutta la intrinseca debolezza di una tale scelta basti riflettere al fatto che in Italia nel 1861 il 78% della popolazione era analfabeta (72% fra i maschi, 84% fra le donne!) con punte del 91% in Sardegna e del 90% in Calabria e Sicilia; dieci anni dopo l’Unità gli analfabeti erano ancora il 72%, e secondo l’ISTAT ancora nel 2001 ci sono 782.342 italiani/e che non sanno né leggere né scrivere.
Cosa poteva significare la tradizione retorico-letteraria nazionale per tutti costoro, cioè per il nostro popolo? E cosa significò per loro l’unità nazionale, se non coscrizione obbligatoria, guerre, tasse e carabinieri?


6. Questo vizio d’origine della nostra unità nazionale non è dunque secondario né contingente; e non è questa idea tradizionale e retorica di nazione che noi comunisti possiamo difendere o (peggio) illuderci di restaurare, magari con qualche mostra e qualche monumento in più in occasione del centocinquantesimo.
Anche perché all’antica estraneità della nostra gente nei confronti dello Stato-nazione se ne è aggiunta oggi un’altra, forse ancora più radicale, che si connette alla presenza dei migranti: nel 2008-9 (secondo il Rapporto sulla scuola in Italia della Fondazione Agnelli, Laterza, 2010) l’8% della popolazione scolastica italiana (629.876 ragazze e ragazzi) era fatto da cittadini stranieri; nel 1998-99 la percentuale era solo dell’1%, e fra dieci anni (alla faccia di tutti i Calderoli e le Gelmini) essa oscillerà fra il 20 e il 30%. Questi ragazzi ci portano la ricchezza straordinaria del loro vivere le culture a cui appartengono naturalmente “in contrappunto”, per usare un bel concetto di Said che fu molto caro al nostro Giorgio Baratta.
“Contrappunto”
significa che le culture si incontrano nella pluralità, e che però il “suono” di ciascuna rimane udibile nell’incontro col suono dell’altra, e anzi che proprio e solo da un tale intreccio nascono inedite e meravigliose armonie; a ben vedere, le culture sono nate e si sono sviluppate sempre così, cioè sempre e ovunque mescolandosi, ed è per questo che la differenza fra le culture è una straordinaria ricchezza, non una condanna, purche si sia capaci di incontro, e di ascolto.

7. Qual è allora per noi l’elemento unificante dello Stato-nazione Italia? Che cosa è in grado di farci sentire parte di un’unica comunità statuale-nazionale, se questo non è e non può più essere per noi né la letteratura né l’“etnia” né la religione e meno che mai l’ambiguo concetto (intinsecamente fascista) di un nesso fra “suolo e sangue”, cioè fra l’entità geografica italiana e i suoi abitanti indigeni?
Questo elemento politico e culturale (nel più ampio senso di queste parole) è la Costituzione, perché in essa il principio di inclusione spetta a tutti e a tutte, e si presenta sotto forma di garanzia e promessa di diritti uguali per tutti e tutte, esplicitamente annullando (nell’art.3) le differenze “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, e dunque più ancora rinnegando ogni interpretazione sostanzialistica di tali differenze; non è certo un caso che la Costituzione fruttifichi dall’episodio più rilevante di protagonismo politico delle masse popolari della nostra storia, la Resistenza.
La Costituzione è la nostra patria, l’unica (a parte il mondo intero, naturalmente).

www.controlacrisi.org

Gli anni Ottanta sono il laboratorio di costruzione degli italiani di oggi.
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 25 gennaio 2011


"21 gennaio 1921", un convegno sulla nascita del Pci, ma anche sulle ragioni della sua fine
 
L'Italia "rampante" anni Ottanta:
l'eterno presente che non passa
 

Tonino Bucci
Per qualche ironia della cabala l'anniversario della fondazione del Pci e quello dello scioglimento - entrambi a cifra tonda quest'anno - cadono a pochi giorni l'uno dall'altro. Venerdì scorso si è celebrato il novantesimo della nascita del PcdI. Il prossimo 3 febbraio saranno invece vent'anni dalla data dello scioglimento del Pci, sancito nel congresso della Bolognina nel 1991, quello della rottamazione occhiettiana per intendersi. Coincidenze a parte, nelle iniziative organizzate nei giorni scorsi sul partito comunista italiano i due discorsi - l'uno sulle origini di una storia politica dai tratti originali, l'altro sulla inspiegabilità della sua fine, una sorta di suicidio collettivo - hanno finito per coincidere in base a una logica interna ai fatti. Il riferimento non è soltanto alla mostra promossa dalla fondazione Istituto Gramsci, Avanti Popolo. Anche nel convegno 21 gennaio 1921, pensando il futuro - che si è tenuto a Roma lo scorso venerdì - le due questioni, origini e fine, si sono intrecciate. Per tutta la sua durata, quella del Pci, da qualunque lato la si consideri, è una storia complessa, risultato, fin dalla scissione di Livorno, di una combinazione di circostanze storiche e scelte politiche, di situazioni oggettive e intelligenza strategica di un gruppo dirigente culturalmente attrezzato. Per dirla in altro modo, la scissione del '21 è figlia della rivoluzione russa del '17 e del movimento comunista internazionale, ma anche dell'empasse del socialismo italiano, incapace di dare una direzione politica alle occupazioni delle fabbriche nel biennio '19-'20. Il radicamento di questo partito nella società italiana - e nella classe operaia italiana, non dimentichiamolo - è stato il frutto della capacità di stare all'interno dei processi collettivi e storici della vita pubblica italiana, dall'antifascismo alla Resistenza, dalla Costituzione alle spinte di democratizzazione degli anni Settanta. La storia del Pci è stata anche una storia nazionale.
C'è però un'altra complessità, non meno difficile da perlustrare rispetto alle origini delle vicende del Pci, ed è quella che riguarda la sua fine, le ragioni di uno scioglimento avvenuto senza incontrare la resistenza della parte maggioritaria del corpo militante che tutto sommato elaborò la faccenda come si trattasse di un destino scritto. Neppure quella parte del gruppo dirigente in dissenso con lo scioglimento del partito e con la derubricazione della questione comunista in Italia fu capace di elaborare una strategia politica di comune accordo. Alla decisione di uscire e di dare vita a Rifondazione comunista di una parte si contrappose la scelta di un'altra parte di rimanere nel gorgo del neonato Pds. Ma ancora più arduo è ricostruire la costellazione di vicende storiche e di ideologie che hanno fatto da sfondo alla volontà di smantellamento del Pci, Non è un compito facile elencare i fatti, i condizionamenti oggettive e, soprattutto, le categorie alle quali si è fatto ricorso per legittimare il processo di scioglimento del partito comunista. Quali circostanze hanno reso operativa la volontà di scioglimento? E da dove nasce l'anticomunismo postumo? Soprattutto, non sarà che a vent'anni di distanza siamo ancora all'interno degli effetti di lunga durata della scomparsa del Pci? Di questo, per esempio, si è discusso nel convegno sopra citato, 21 gennaio 1921, pensando il futuro, al quale hanno partecipato Guido Liguori, Gianpasquale Santomassimo, Luciana Castellina, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Eleonora Forenza e Paolo Ferrero. Una tesi, tra le altre, merita d'essere ripresa: la fine del Pci assomiglia molto più a una storia événementielle che a una moviola decennale. O, meglio, la fine del Pci è un evento contemporaneo, tutt'altro che concluso. «Non convince - sostiene Santomassimo - quel ripassare alla moviola la storia del Pci per cercare il punto in cui abbiamo sbagliato. Parliamo di una storia collettiva, non solo delle scelte di un gruppo dirigente». Non si tratta di andare troppo indietro nel tempo, «la crisi del Pci si consuma in un arco di tempo molto breve. E' più utile cercare vicino, nel passato a noi più prossimo». Un passato prossimo che assomiglia di fatto a un presente, a un eterno presente, che ha proprio l'aria di non voler passare, di rimanere fermo agli anni Ottanta, al craxismo, all'individualismo trionfante, all'incubazione del berlusconismo. Gli anni Ottanta sono il laboratorio di costruzione degli italiani di oggi. «Gli anni Ottanta sono all'origine anche del berlusconismo, che fu nel decennio successivo l'ascesa - più che mai "resistibile", da parte di avversari meno disarmati e insipienti - di una cultura diffusa, di un sistema di potere economico, politico e mediatico che avrebbero potuto essere contrastati e sconfitti. Quegli anni sono in fondo l'eterno presente in cui vivono o si illudono ancora di vivere gli italiani di oggi, sono gli anni in cui si è costruita la loro mentalità». Solo in Italia quegli anni «daranno luogo a un esito come quello che stiamo vivendo da molti anni: predominio di una destra populista e retriva, inabissamento della sinistra e sfarinamento del suo insediamento nel territorio». L'ondata di individualismo produce nel nostro paese «un privatismo sociale di fatto regressivo». Saranno anni di «riscossa proprietaria», inaugurati dalla sconfitta operaia alla Fiat nel 1980. «Ci sarà progressivamente la cancellazione delle "tute blu" dall'immaginario diffuso degli italiani: non perché gli operai cessino di esistere, ma perché si conviene di non parlarne più. Anche gran parte della cultura di sinistra accetta questa convenzione». La formula "meno Stato, più mercato" diventa il mantra. «Per la prima volta nella storia il liberismo diviene ideologia di massa, popolare e populista». Craxi è il protagonista politico assoluto del decennio, la figura in cui si incarna la crisi dell'etica pubblica e l'emergenza della questione morale evocata quasi con disperazione dall'ultimo Berlinguer. Ma quel che più interessa è l'intreccio che si sedimenta nel lessico craxiano tra «revisionismo istituzionale» e «revisionismo storico». «Sarà la campagna craxiana - parole ancora di Santomassimo - su una "Grande Riforma", dalle fattezze vaghe ma certamente "decisioniste" e segnate dal rafforzamento dell'esecutivo, a rilanciare antiche tematiche della diffidenza o denigrazione verso antifascismo e Resistenza. Ma il fatto nuovo sarà che per la prima volta entrerà nel mirino anche la Costituzione. Non solo la seconda parte, ma anche i suoi principi fondamentali, inquinati da cattocomunismo e influenze "sovietiche", restii a riconoscere pienamente centralità e dominio del mercato e dell'iniziativa privata». L'identità del Pci comincia a vacillare. I problemi iniziano a manifestarsi già negli ultimi anni di vita di Berlinguer. L'impegno a costruire una strategia di lungo periodo non è sufficinte a coprire «l'assenza di una strategia nel breve e medio periodo e dal venir meno di una politica delle alleanze». La linea di alternativa alla Dc che girava pagina rispetto al compromesso storico, risulta «nervosa e solitaria». «Le proposte concrete avanzate dai comunisti si risolvono in slogan come il "governo degli onesti" o il "governo del Presidente"». Formule - afferma Santomassimo - che altro non sono che la traduzione degli editoriali di Scalfari e della Repubblica, ulteriore segno di debolezza di un gruppo dirigente che si fa dare la linea dalla grande stampa. Dopo la morte di Berlinguer il processo di spappolamento accelera, prende la forma di «una radicale dismissione di identità e nell'acquisizione in blocco o per frammenti di identità altrui», attingendo nel riformismo (ormai sinonimo di moderatismo) o in un eclettismo vago e confuso. La vecchia tradizione all'analisi della società e dei suoi mutamenti viene scalzata di colpo da una «superficiale infarinatura politologica», l'ingegneria istituzionale diviene l'unica chiave di volta della proposta che i postcomunisti saranno in grado di rivolgere alla società italiana. «Ci si illude che sistema elettorale e rinnovamento istituzionale possano sostituire la politica». Essere di sinistra, da questo momento, significherà occuparsi di pace, ambiente, diritti civili, ma sbiadisce del tutto la «ragione sociale»: la «rappresentanza e la difesa del mondo del lavoro». Scompare così un partito popolare e di massa dalla parte dei lavoratori. «E' un grande vuoto che non è stato colmato». Non solo perché la sinistra italiana si è privata di efficacia politica, ma anche perché la scomparsa del Pci ci ha sottratto - per dirla con le parole di Paolo Ferrero - la possibilità di una storia autonoma di parte, di una storia dei subalterni. «Finché c'era il Pci, c'era una narrazione». Oggi la storia è stata riscritta e «senza una memoria viene meno la possibilità di fare politica». L'esito estremo della cancellazione di una storia dei subalterni è la demonizzazione della parola comunismo, l'approdo ultimo di una società, si potrebbe dire, "disincantata", disconnessa dalla politica, privata di ogni desiderio di trascendimento della realtà così com'è.


"Liberazione", 25/01/2011

Il 21 gennaio 1921 - novanta anni fa - nasceva a Livorno il PCI
post pubblicato in Impossibile dimenticare ..., il 21 gennaio 2011


90 anni fa la fondazione a Livorno. Il grande vuoto lasciato dalla sua fine
 
Sezioni aperte
e intellettuale collettivo
la lezione del Pci
 

Guido Liguori


Il 21 gennaio 1921 - novanta anni fa - nasceva a Livorno il Pci.
Nasceva da una rottura con la tradizione riformista e per impulso dell'Internazionale, sulla scia lunga dell'Ottobre, nonostante l'avanzare del fascismo e dopo la grave sconfitta subita dalla classe operaia italiana nel biennio precedente. Persisteva in molti la certezza di un'ondata rivoluzionaria destinata presto a sommergere l'Europa. La previsione si rivelò errata.
Dopo pochi anni di direzione bordighiana iniziò ad affermarsi nel partito un nuovo orientamento, a opera di Gramsci. Domani, 22 gennaio, ricorrono i 120 anni dalla nascita di Antonio Gramsci. Non bisogna sovrapporre completamente il lascito del dirigente sardo a quello del partito che contribuì a fondare nel '21 e a ri-fondare nel '24-26 e poi ancora nei Quaderni. Vi sono in Gramsci però alcuni motivi fondamentali per comprendere quello che è stato il Pci, la sua specificità. Gramsci aveva inteso (sulla scorta dello stesso Lenin) che non si poteva più «fare come in Russia», che quel tipo di rivoluzione era stata l'ultima delle rivoluzioni ottocentesche. L'affermarsi della società di massa e il diffondersi degli apparati del consenso mutavano il concetto stesso di rivoluzione. Si trattava non di edificare barricate, ma di costruire contro-egemonia, di divenire dirigenti prima che dominanti, di "tradurre" nella propria lingua nazionale la tensione internazionalista.
Quando nel 1944, dopo quasi vent'anni di lontananza dall'Italia, Togliatti sbarcava a Napoli, già conosceva i Quaderni gramsciani. E conosceva, per altro verso, Stalin e lo stalinismo, sapeva di un mondo che sarà diviso in due. Ha inoltre imparato, col fascismo, il valore della democrazia. "Traduce" l'insegnamento gramsciano, adattandolo alla nuova situazione. Ispirandosi a Gramsci, opera a partire dal '44 la nuova rifondazione del Pci, partito che ha più volte dovuto e saputo rinnovarsi radicalmente, per restare fedele alla realtà che cambiava. Il Pci togliattiano è un partito di massa, che cerca nuove sintesi tra diverse culture, senza ossificarsi in componenti. E' un partito che sposa, con la Costituzione, la democrazia parlamentare, pur cercando di darne a più riprese una interpretazione progressiva in direzione della democrazia diffusa. Ha un forte radicamento di classe, ma cerca l'interlocuzione con altri settori della società, la presenza territoriale, l'alfabetizzazione politica delle masse; e una propria collocazione autonoma e originale nel movimento comunista internazionale.
E' facile vedere oggi come alcuni aspetti di quella "giraffa" togliattiana fossero discutibili: dal permanere di una forma-partito gerarchica alla convivenza col mito sovietico, dall'accettazione del Concordato alla sottovalutazione della persistenza di settori del vecchio Stato. Si è molto parlato di "doppia lealtà". A mio avviso, i comunisti italiani sono sempre stati leali soprattutto alla Costituzione repubblicana. Ma è indubbio che il legame con l'Urss permase ancora a lungo, fino al '68 di Praga, alla presa di posizione dovuta al coraggio di Luigi Longo e poi ai ripetuti "strappi" di Berlinguer.
Non posso qui soffermarmi sui tanti limiti che indubbiamente vi furono, nel leggere ad esempio le modificazioni strutturali della società italiana degli anni '60; oppure nel non saper proporre un modello di sviluppo nuovo, qualitativo e non solo quantitativo. D'altra parte l'Italia rimase a lungo, un paese caratterizzato dalla copresenza di arretratezza e sviluppo, come si vide anche nel "biennio rosso" 1968-1969. Il Pci fu certo colto di sorpresa dal grande sommovimento sociale di quegli anni. La scelta di interloquire coi movimenti permise però al partito di conservare e aumentare i consensi. Anche negli anni '70, qualsiasi cosa si pensi della politica dei comunisti italiani (e dalla politica del compromesso storico continuo a essere non persuaso), il consenso nella società fu grande.
Non è questa la sede per ricordare di nuovo i motivi, vicini e lontani, della fine del Pci, nell'89-91, su cui già ci si è soffermati spesso negli ultimi anni. Va detto però che la scomparsa del Pci ha lasciato un vuoto grande. Anche la recente vicenda della Fiat ha dimostrato cosa significhi il fatto che non sia più in campo un forte e influente partito della classe operaia. E il vuoto non concerne solo l'aggettivo, "comunista", a cui non rinunciamo, perché significa opposizione radicale a questa società e speranza in una società fondata su valori del tutto diversi. Ma anche il sostantivo: "partito".
C'è oggi molto da imparare dal Pci: la capacità di parlare alla gran parte della società; lo sforzo di trovare modi e linguaggi per arrivare ai ceti popolari; la concezione della centralità del Parlamento, di contro alla tesi della "governabilità", che ha sfondato anche a sinistra. Ma c'è anche da imparare per quanto concerne il modo di essere del partito. Nell'epoca in cui sembra non vi siano più leader di partito, ma partiti al servizio dei vari leader, risalta l'esempio di un partito che ebbe alla sua testa grandi personalità, ma che non volle mai dimenticare cosa significhi avere un gruppo dirigente né rinunciare alla tensione a essere "intellettuale collettivo". Che seppe tenere aperte sezioni e non solo comitati elettorali, selezionare quadri e amministratori senza ridurre la politica alle cariche elettive; concepire la partecipazione come faticosa costruzione collettiva di un programma e di una identità e non, come oggi accade, scelta di una leadership attraverso primarie che rafforzano i processi di delega e passivizzazione, limitando la mobilitazione a un breve momento di scelta-identificazione con il "capo". Non si tratta di essere nostalgici, ma di imparare dal nostro passato. E imparare dalla nostra storia è necessario, oggi più che mai, per non fare passi indietro sul terreno stesso della democrazia.


"Liberazione", 21/01/2011


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"La grande ambizione, oltre che necessaria per la lotta, non è neanche spregevole moralmente, tutt'altro"(A.ntonio Gramsci)
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 26 ottobre 2010


Grande ambizione
e
piccole ambizioni
di

Antonio Gramsci


Può esistere politica, cioè storia in atto, senza ambizione? "L'ambizione" ha assunto un significato deteriore e spregevole per due ragioni principali: 1) perché è stata confusa l'ambizione (grande) con le piccole ambizioni; 2) perché l'ambizione ha troppo spesso condotto al più basso opportunismo, al tradimento dei vecchi principi e delle vecchie formazioni sociali che avevano dato all'ambizioso le condizioni per passare a servizio più lucrativo e di più pronto rendimento. In fondo, anche questo motivo si può ridurre al primo: si tratta di piccole ambizioni, poiché hanno fretta e non vogliono aver da superare soverchie difficoltà o troppo grandi difficoltà, o correre troppo grandi pericoli.
E' nel carattere di ogni capo di essere ambizioso, cioè di aspirare con ogni sua forza all'esercizio del potere statale. Un capo non ambizioso non è un capo, ed è un elemento pericoloso per i suoi seguaci: egli è un inetto o un vigliacco. (…) La grande ambizione, oltre che necessaria per la lotta, non è neanche spregevole moralmente, tutt'altro: tutto sta nel vedere se l'"ambizioso" si eleva dopo aver fatto il deserto intorno a sé, o se il suo elevarsi è condizionato consapevolmente dall'elevarsi di tutto uno strato sociale e se l'ambizioso vede appunto la propria elevazione come elemento dell'elevazione generale.
Di solito, si vede la lotta delle piccole ambizioni (del proprio particulare) contro la grande ambizione (che è indissolubile dal bene collettivo). Queste osservazioni sull'ambizione possono e devono essere collegate con altre sulla così detta demagogia. "Demagogia" vuol dire parecchie cose: nel senso deteriore, significa servirsi delle masse popolari, delle loro passioni sapientemente eccitate e nutrite, per i propri fini particolari, per le proprie piccole ambizioni (il parlamentarismo e l'elezionismo offrono un terreno propizio per questa forma particolare di demagogia, che culmina nel cesarismo e nel bonapartismo con i suoi regimi plebiscitari), ma se il capo non considera le masse umane come uno strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi da buttar via, ma tende a raggiungere fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico, se il capo svolge opera "costituente" costruttiva, allora si ha una "demagogia" superiore; le masse non possono non essere aiutate ad elevarsi attraverso l'elevarsi di singoli individui e di intieri strati "culturali". Il "demagogo" deteriore pone se stesso come insostituibile, crea il deserto intorno a sé, sistematicamente (...) schiaccia ed elimina i possibili concorrenti, vuole entrare in rapporto con le masse direttamente (plebiscito, grande oratoria, colpi di scena, apparato coreografico fantasmagorico) (…) Il capo dalla grande ambizione, invece, tende a suscitare uno strato intermedio tra sé e la massa, a suscitare possibili "concorrenti" ed uguali, a elevare il livello di capacità delle masse, a creare elementi che possano sostituirlo nella funzione di capo. Egli pensa secondo gli interessi della massa, e questi vogliono che un apparato di conquista e di dominio non si sfasci per la morte o il venir meno del singolo capo, ripiombando la massa nel caos e nell'impotenza primitiva. Se è vero che ogni partito è partito di una sola classe, il capo deve poggiare su di questa ed elaborarne uno stato maggiore e tutta una gerarchia; se il capo è di origine "carismatica", deve rinnegare la sua origine e lavorare a rendere organica la funzione della direzione, organica e coi caratteri della permanenza e continuità.
Antonio Gramsci
(dai "Quaderni del carcere")


"Liberazione", 26/10/2010

Sinistra ed Europa e ... Italia!
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 8 giugno 2009


La Sinistra che non riconosce al suo interno le differenze crolla; mantiene i suoi adepti che, però, devono riprendere il cammino, tenendosi per mano! E ... speriamo che il PD - che si dichiara progressista - sia capace di creare le condizioni del dialogo e chieda a noi di Sinistra quell'alleanza che, invece, contraddicendosi, ha fornita soltanto all'IdV!?

Le idee della Sinistra non possono continuare a restare fuori dai Parlamenti italiano ed europeo! Non dimentichiamo che Antonio Gramsci, nel 1924, ebbe a fondare un giornale che portava il titolo de l'Unità!

Una Sinistra unita nelle differenze e, dunque, coraggiosa e aperta al dialogo, oggi, conterebbe e renderebbe liberi i suoi elettori di lottare insieme ai Parlamentari delle Sinistre Europee che, oggi, invece, si trovano impoveriti dell'apporto delle idee degli Italiani di Sinistra!
I.L.

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il cantiere della Sinistra continua i lavori News

8 giugno 2009 Sinistra e Libertà è un… leggi »

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