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di Ignazio Licciardi
Intervista a Fausto Bertinotti
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 14 novembre 2009


Andrea Fabozzi

 

Il partito che non c'è

Incontriamo Fausto Bertinotti nel suo studio di presidente della Fondazione Camera dei deputati. Subito dopo l’elezione di Pierluigi Bersani alla guida del Pd volevamo fare qualche domanda a Bertinotti sul significato di quella novità e sui possibili riflessi nel rapporto tra Pd e sinistra radicale, ma lui ha preferito far passare qualche giorno. L'intervista c’è stata il 13 novembre e a questo punto ci è sembrato giusto partire da qualche considerazione sul ventennale del 1989, cosa che ha inevitabilmente reso più lunga la conversazione. Questa ne è la versione integrale, sul giornale ne abbiamo pubblicato un estratto.

Bertinotti, per iniziare vorrei chiederti non tanto una riflessione sul ventennale del 1989 quanto un commento sulle rievocazioni di questi giorni che forse sono state puramente celebrative. Hai letto o ascoltato qualche opinione dalla quale possiamo partire?
Potrei citare lo storico Hobsbawn secondo il quale, trascorsi vent'anni dalla caduta del Muro, il vincitore di allora è dentro una crisi che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il 1989 è anche questo: la più grande modernizzazione capitalistica - quella che doveva essere la più definitiva perché fondata sulla sconfitta dell'avversario storico - si rivela in realtà sconfitta anche lei perché portatrice di contraddizioni sostanzialmente ingovernabili: la crisi climatica, la crisi sociale, la crisi di democrazia. Anche per questo colpisce la mancanza di un bilancio critico, a sinistra, dell'89. Di tutta la sinistra, viste le conseguenze della fine di quel mondo. Riguardando la caduta solo i comunisti, all'inizio poteva sembrare che le altre componenti del movimento operaio fossero immuni dalla crisi. Pensa alla socialdemocrazia che aveva fatto Bad Godesberg o al socialismo francese o al Labour che era persino velato di tendenze anticomuniste. E invece dobbiamo verificare che simul stabunt simul cadent. E' una gran catastrofe che la riflessione non la portino i comunisti e nemmeno i socialisti, né i socialdemocratici, né i laburisti. Perché non ragionare su questo vuol dire non ragionare su una parte importante della tua inutilità oggi in Europa. Tanto è vero che in altre parti del mondo la sinistra in qualche modo non figlia di questa storia è ben viva. Vedi il continente latino americano dove un ex capo dei tupamaros può diventare presidente della repubblica in Uruguay. O vedi Obama negli Stati uniti dove pur essendoci una storia di grandi lotte per il lavoro il movimento operaio di storia marxista non esiste. Che la sinistra non rifletta più su queste cose mi pare insopportabile.

Ragionando sulla sconfitta dopo le disastrose elezioni dell’anno scorso, tu scrivi di «aspettative tradite» e di «talenti dissipati» o non impiegati negli anni successivi al 1989 dalla sinistra anticapitalista italiana. Mi pare cioè che insisti sugli elementi positivi, di possibile apertura, contenuti nel crollo del Muro e persino nella Bolognina. E' così?
E’ così, c’erano questi «talenti» a disposizione nel 1989, ma era davvero molto difficile riuscire a impiegarli. Per una ragione fondamentale: la caduta dei regimi comunisti seguiva la sconfitta di un altro tentativo di scalata al cielo, quello del 1968-69. Bisognerebbe ragionare sul quarantennale, oltre che sul ventennale. La sconfitta del ’68-‘69 rendeva difficilissimo sviluppare un’ipotesi comunista liberata dalle ragioni del suo fallimento storico. Era crollato un muro di illiberalità ma prima era crollata anche l’ipotesi, per dirla con Gramsci, della rivoluzione in Occidente. Il combinato disposto è stata una spinta alla modernizzazione raccolta poi dalla globalizzazione. Riassumo: in quella sconfitta c’era un talento, ma bisognava saperlo estrarre e non era facile.

Riassumo ancora di più e domando: era possibile un’uscita da sinistra dalle macerie del Muro?
Sì, era possibile. Se non c’è stata è perché il Pci non era innocente. Né rispetto all’Urss né dal punto di vista della politica di trasformazione del paese. Non ci possiamo dimenticare che il movimento del ‘68-‘69 in Italia si era riferito criticamente al Pci e al sindacato. E il Pci non ha assunto la tematica liberatoria dei movimenti come revisione della sua strategia. Al contrario, ha assunto il tema delle compatibilità. Nel rapporto tra liberazione del lavoro e produttività si è scelto il secondo versante e tutte le politiche da un certo punto in poi sono state costruite sulla logica del patto tra i produttori. Che significa l’omissione del grande tema del mutamento economico e sociale. Dunque il Pci arriva al 1989 azzoppato nella possibilità di uscita da sinistra. Da un lato ha il vincolo di ferro con l’Urss e dall’altro il fatto che il suo inserimento nella società italiana è stato condotto prevalentemente dal versante della modernizzazione del paese. E non della sua trasformazione. In qualche modo il Pci aveva messo fuori dalla sua costruzione culturale e politica proprio le punte più anticapitalistiche che il movimento aveva messo in campo: la critica all’organizzazione del lavoro, alla neutralità della scienza, al potere e anche alla struttura partito. Per cui di fronte al crollo del muro il partito mette al centro della svolta non il tema dell’eguaglianza ma quello della libertà che è il più interno alla modernizzazione. Nel momento in cui cade il muro sembra che tutto il mondo diventi il regno della libertà. In una parte degli attori della svolta riconosco un elemento di illusione. Ne ho parlato tante volte con Occhetto che mi ha detto «la colpa è vostra», intendendo di Ingrao e di quelli che lo seguivano, «non mi avete dato una mano, la Bolognina poteva svoltare a sinistra o a destra e io volevo svoltare a sinistra, volevo togliere l’impedimento che c’era nel legame con l’Urss e nella tradizione comunista che ormai era diventata moderata e voi me l’avete impedito perché vi avete calcato sopra un segno di destra che in realtà non era obbligato». Secondo me Occhetto trascura un fatto essenziale, con la svolta ha dissipato la più grande risorsa del movimento operaio italiano: il suo popolo organizzato. Adesso noi vediamo qual era il valore del popolo comunista, in sé, indipendentemente da quale connessione aveva e con quale linea del partito. Adesso ci rendiamo conto quale potenziale conteneva quello che Pasolini chiamava «un paese nel paese». Legami umani, relazioni personali, senso di appartenenza: il valore della comunità scelta. Mettendo in discussione questo, la svolta in realtà mette in discussione l’ultimo elemento che era rimasto con una vocazione realmente «altra» rispetto alla società esistente. Non avevamo più la collocazione internazionale del comunismo nel mondo, non avevamo più un’idea di trasformazione del paese, rimaneva il popolo e la svolta ha disperso anche il popolo.
Da allora in avanti, da quando le sinistre sono diventate due, si è posto il problema del rapporto tra radicali e moderati. Rileggendo le ragioni della sconfitta, mi pare che una resti in ombra: la sinistra radicale in questi anni ha affidato solo alla tattica elettorale il suo rapporto con la sinistra moderata. Non è riuscita a immaginare una relazione, di qualsiasi tipo, in qualche modo strategica. Per cui si è andati dall’alleanza del 1994 alla rottura del 2008 passando attraverso di tutto: desistenze, rotture definitive, nuovi riavvicinamenti, alleanze di governo. Non è questo, da solo, un segno di inadeguatezza?
Non sono d’accordo, penso che la riflessione critica vada portata più sull’esperienza interna alla sinistra radicale che al modo in cui ha affrontato il tema delle alleanze elettorali. Il problema c’è stato e c’è, intendiamoci, e qualche volta lo abbiamo risolto con delle intuizioni brillanti se pensi alla desistenza, un colpo d’ala spregiudicato. Ma in fondo in Rifondazione comunista questa delle alleanze è sempre stata una questione importante ma in realtà minore. Qualche volta si è posta in maniera drammatica ma mai sul terreno della costruzione della strategia. In parte è stato così, se vuoi, perché era ed è un problema maledettamente difficile visto che in un sistema elettorale maggioritario o ti metti in alleanza a rischio di pregiudicare il progetto politico o fuori dall’alleanza a rischio di condannarti all’inutilità. Forse proprio perché era un problema difficile da risolvere era lasciato in secondo piano. Forse la pensavamo come soluzione indotta, e cioè: se riusciamo a crescere allora il problema dell’alleanza si risolve perché abbiamo la possibilità di condizionare un’alleanza riformatrice. Tutto questo è stato. Ad oggi la mia opinione è che questi tentativi avevano il piombo nelle ali. Lo dico oggi, non lo vedevo allora. Perché penso che l’alleanza di centrosinistra abbia un limite intrinseco: attribuisce sempre alla borghesia del paese un peso molto rilevante, un diritto di veto o addirittura un'egemonia. Lo penso di tutti i centrosinistra, anche di quello degli anni Sessanta con le dovute differenze. In altre parole l’alleanza di centrosinistra si è rivelata sempre interessante nel processo di modernizzazione del paese ma mai idonea ad affrontare il tema della trasformazione.
Riprendo la metafora, o la parabola, dei talenti: a sinistra si è peccato più di dissipazione o di conservazione?
Di tutte e due le cose. Abbiamo dissipato i nostri talenti con una propensione che identitaria è dire troppo, diciamo solipsistica. Ogni passaggio della politica è stato vissuto come come costitutivo di identità. Vorrei ricordare che le prime due rotture in Rifondazione sono avvenute su passaggi di governo, la prima con Dini e la seconda con Prodi. Questa dissipazione adesso raggiunge punti patologici. Per conto mio sono arrivato a una conclusione drammatica, non sono più sicuro che un processo democratico dentro il partito abbia in sé sufficiente collante di unità. Purtroppo devo prendere atto che l’orribile centralismo democratico del Pci è stato un antidoto alla spinta centrifuga. La sinistra radicale dal punto di vista della forma partito non ha innovato alcunché. Abbiamo fatto tante discussioni, siamo stati plurali e rispettosi del dissenso ma avevamo quella la stessa forma del partito, meno il centralismo democratico. Invece abbiamo conservato senza impiegare i nostri talenti quando dopo Genova nel 2001 potevamo mettere in discussione radicalmente la forma partito e tentare la costruzione di una nuova soggettività politica in grado di raccogliere tutto ciò che maturava alla sinistra dei Ds prima e del Pd poi. A questo punto posso rispondere alla tua domanda di prima: non abbiamo risolto il rapporto con la sinistra moderata perché non abbiamo risolto il rapporto con i movimenti. Era la nostra unica chance di essere influenti sul Pd. Al punto in cui siamo oggi è completamente caduta l’ipotesi delle due sinistre. Quella che è andata avanti dopo la Bolognina, la divisione cioè tra coloro che hanno pensato che l’ultimo capitalismo globalizzato era il quadro generale dentro il quale muovere la politica e chi pensava invece che al capitalismo della globalizzazione dovesse essere mossa una critica radicale. Questo rapporto, io ho pensato, aveva delle caratteristiche di stabilità, mi è parso un assetto di lungo periodo. Ora penso che non è più così perché sono fallite entrambe le ipotesi. Noi stiamo qui a parlare della crisi della sinistra radicale, ma in tutta Europa è clamorosamente fallita la sinistra moderata.
Parliamo anche di quella, di Bersani che sembra molto preoccupato di recuperare quel rapporto con il popolo organizzato che hai citato prima. Ammesso che esista ancora, può riuscirci?
Per me nelle prime mosse di Pierluigi Bersani c’è un elemento chiaro e uno totalmente oscuro. Il primo è una propensione a uscire dalla fase in cui anche per lo schieramento di centrosinistra la politica è stata opinione e organizzazione dell’opinione ai fini del consenso. E i corpi della politica sono stati pensati come corpi leggeri e il partito è stato il partito del leader. L’Italia con il berlusconismo ha avuto la manifestazione più violenta e patologica di una tendenza che è tuttavia generale. A me sembra che questa idea cominci ad incrinarsi. Per esempio per la crisi che investe la credibilità di leadership regionali e locali molto consolidate: in qualche modo deve far pensare alla crisi di un modello. Lo dice anche il dibattito dentro il centrodestra dove non è più vero che c’è un uomo solo al comando; cominciano ad articolarsi delle posizioni che mostrano una sorta di potenziale oligarchia. Non c’è ancora nessuna messa in discussione della leadership di Berlusconi eppure lo vediamo costretto a continui vertici che ricordano il pentapartito. Bersani coglie il bisogno di uscire da questo ciclo proponendo un ritorno al classico. Cioè a un luogo e a un’organizzazione permanente, il partito. Sembra non volersi più affidare soltanto al messaggio televisivo e alla rapsodica messa in ordine di elementi che i sondaggi indicano come favorevoli. Coglie un elemento, la pressione di chi si sente disperatamente solo e teme così di essere condannato a perdere per sempre. Il fatto che nella sfida congressuale del Pd sia stato sconfitto il partito di Repubblica (il quotidiano ha fatto il tifo per Franceschini, ndr) è indicativo di quanto sia forte la pressione per tornare a costruire la politica come forza organizzata. E qui c’è il punto che mi è oscuro di Bersani: su quale ispirazione politica generale intende produrre questa costruzione. Lui dice: “Nella politica devono tornare forme pesanti e partecipate”. Bene. Poi dice ancora: “Deve tornare il lavoro”. Bene, mi pare un elemento importante di riconduzione della politica a un principio di realtà. Ma aggiungo subito: mi pare che contenga una profonda ambiguità. Perché dietro alla parola “lavoro” io leggo “economia”. E vedo sullo sfondo un’idea di patto tra produttori in cui i lavoratori con il loro punto di vista non ci sono mai. Malgrado tutto, malgrado l’accordo separato sul sistema contrattuale, malgrado il fatto che ai lavoratori venga impedito il voto sugli accordi, malgrado la politica della Confindustria. E’ un punto oscuro. Insieme all’autonomia della politica dai conflitti di interesse, dal Vaticano, dai poteri inquinati, il Pd sceglierà l’autonomia dall’impresa e dal mercato? Questa è la domanda chiave, io non so rispondere.
Se fosse possibile tentare una conclusione da questo ragionamento, non sarebbe consolante per la sinistra radicale. Che a questo punto, tu dici, non ha gli strumenti né la forza per costruirsi come partito ma che deve fronteggiare la concorrenza di un Pd che proprio sul versante della costruzione di una forza organizzata inizierà a tentare i suoi elettori. E’ così?
E’ così. Io non credo che oggi esista alcuna formazione né esistente né costruibile in grado di costituire la risposta alla crisi della sinistra. E proprio per questo la sinistra radicale dovrebbe tentare un’operazione molto ambiziosa. Lo dico con cautela perché so bene che le idee più intelligenti possono venire solo a chi si cimenta e io non mi cimento. L’operazione ambiziosa dovrebbe essere questa: pensarsi come transitori impegnandosi però come se si fosse di lungo periodo. Neanche il Pd è in grado di dare la soluzione alla crisi della sinistra, anzi direi piuttosto che è il problema. E’ parte del nostro problema. La sinistra radicale, tutta, dovrebbe essere a tal punto una spina nel fianco del Pd da lavorare per un Big Bang generale entro cui elaborare un progetto costituente della sinistra. Un nuovo inizio a sinistra che proponga un nuovo modello economico, sociale, ecologico e dei diritti. In una nuova sinistra ci potranno essere le componenti anticapitaliste, come quelle in cui mi sento di militare, e anche le componenti non anticapitaliste. Per arrivarci serve il Big Bang, per il Big Bang serve pensarsi come transitori. E pensare come transitorio anche il Pd.

"il manifesto", 14-11-09

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