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di Ignazio Licciardi
Una Poesia ... dai colori grigi. Dedica, I.1., I.2.
post pubblicato in Dal mio cassetto, il 6 dicembre 2014


Dedica

 

Alla personificazione della Magia.

Ad una Donna, il cui "nome" è Magico.

Senza la sua cura, quel che segue

sarebbe andato perduto (senza che

niun n'avesse potuto subir danno).

 

Una Poesia ... dai colori grigi. Una danza di … puntini di sospensione*
(parte prima)

(Riveduto e corretto, 05 ottobre 2013 / 06 Dicembre 2014;

*già pubblicato online il 03.10.05 / 24.10.05 con il seguente titolo: Una danza di … puntini di sospensione)

 

1. Dal "mio" studio, il cui tetto è di cieli azzurri (I,1.) 

 

Ho passeggiato a lungo, la notte scorsa.

 L'aria era fredda.

 Il cielo: d'un color blu notte, non nero.

 Sì, v'era freddo, la notte scorsa.

 ... per gli abiti non adatti, forse.

 Le suole delle mie scarpe erano umide,

 mentre calpestavano l'erba

 priva del suo abituale colore.

 La riconoscevo dall'odore, però.

 Mi diceva di non temere,

 perché si sarebbe risollevata al mio passare.

 

 Andavo in giro,

 un po' senza meta.

 Cercavo un posto caldo,

 tiepido almeno,

 una luce, un riparo.

 Ma ... rimase notte fredda, ottobrina.

 Non avevo nulla con me,

 né matita né foglio, né sogni.

 Settembre e Agosto

 erano appena usciti di scena,

 irraggiungibili da me oramai.

 Non serviva né serve tutt’ora

 neppure voltarmi un po' indietro,

 perché soltanto Ottobre neonato avrei visto

 e, forse, vedrei.

 Null'altro.

 Non giravo né giro ancor oggi lo sguardo

 né il capo.

 E, così, andavo

 e m'abbracciavo a me stesso

 per riscaldare e il cuore e la mente.

 

 Nuvole sfilacciate si allungavano

 come fumo di sigarette.

 Ne ho accesa una,

 mi sono lasciato scivolar per terra

 e ne ho respirato l'anima.

 E, poi, forse ... mi sono addormentato

 Ma, nei sogni miei,

 una voce gentile di donna mi diceva:

“Che tristezza, compagno di viaggio e di lotte,

 perché non sei venuto a trovarmi?

 Anche se pur io dormivo

 avresti potuto abbracciarmi

 ed io, col mio corpo, t'avrei riscaldato.

 Ti prego, compagno di giochi e avventure,

 non farti scrupolo alcuno;

 chiamami, quando hai freddo,

 quando vuoi una carezza

 o quando semplicemente vorrai una persona

 accanto a te ...”.

 

Ed egli continuò i suoi sogni,

 nel freddo di quella notte ottobrina.

 Sì, Viator ti ha ascoltato

 

2. Sotto il cielo chiaro ... la magia o il mistero del pensare al passato

 

 (Oggi, ho letto una favola piena di immagini e sogni

 e di foto scattate!

 E son tornato, così, nel "mio" studio,

 sotto un cielo

 che da azzurro diventava stellato ...

 e la penna scorreva) ...:

 Una lunga, interminabile corsa

 come su d’una barca a vela

 sospinta dal vento,

 con dentro tanti compagni di viaggio,

 allegri,

 sorridenti,

 vocianti,

 schiamazzanti e spruzzati dall’onda,

 anch’essa amica.

 

 Sospinta, la barca

 verso una boa,

 attorno alla quale avrei dovuto un giorno virare,

 girare,

 per ritornare.

 Il ritorno non sapevo,

 ma correvo felice con loro, amici d’un tempo,

 ai quali credevo;

 poi, ogni tanto,

 qualcuno, da me … s’allontanava,

 perdendosi,

 ed io, ogni tanto, qualcuno abbandonava,

 ed io il pianto rinnovavo,

 fin quando comprendevo che

 ognuno aveva il suo viaggio

 da compiere;

 e lagrima si trasformava,

 induriva,

 solcandomi per sempre lo sguardo;

 anche l’onda cominciava a tradirmi:

 non più a spruzzi sul mio viso

 né più con le mie membra giocava,

 ma essa rischio adduceva per me

 e per la mia vela

 alleata col vento

 più d’una volta,

 ma sferzante e tagliente;

 e le mie braccia rinvigorivano

 e le gambe tese,

 indurite su piedi

 puntellati in terra legnosa

 e viscida resa dall’onda dimèntica,

 si irrigidivano,

 e i ginocchi incollati al legno bagnato

 soffrivano per l’attrito acuto

- e divenuto più atroce per la piaga –

e salsedine,

 abbandonata da un mare ondeggiante e violento,

 ad infierire iva e ad acuir la ferita.

 

 E la boa, ad un tratto, sempre più rossa,

 sempre più grande,

 e lo scafo sempre più vuoto,

 spopolato.

 Qualcosa, poi, rotola

 che vorrei fermare,

 tale è il fastidio di quel semplice e inavvertibile rumore

 tra il fragor della tempesta;

 eppur è quello scivolare,

 quello sbatter senza senso che turba la mente e l’orecchio miei.

 Nessuno v’è più che sorride, ama o sghignazza;

 si è soli, ad un tratto,

 sì, con qualcuno fedele

 o, forse, pauroso di intraprender un viaggio,

 da solo, da sola;

 e m’accorgo che devo guidare,

 tenere la barca

 che non è più veloce per l’acqua,

 pel vento,

 pel sole e luna e per stelle amiche,

 ma è lenta,

 tristemente lenta,

 ferma,

 immobile quasi nel suo funambolico rotar su se stessa;

 è da sospingere, frenare, controllare

 e con energica forza,

 senza respiro;

 costante il sudore sulla fronte,

 ogni giorno più rigata da ruga novella

 che, alle prime già vive,

 s’unisce e che mi solcano il viso:

 e mi sfugge ancor una lagrima,

 perché non vorrei pensare

 neppure

 né creder che

 tutti siano andati via o caduti o persi per mare:

 alcuni, neppure un bacio,

 sulla guancia abituata da labbra pressanti, pigianti, avvolgenti, e

 neppure una stretta di mano,

 un abbraccio,

 mentr’altri li scorgo lontani, sì, già lontani:

 non ha senso comprendere,

 e boa, gigantesca, m’appare

 e guardar più non posso

 né ricordare i sorrisi.

 

 Non so se la boa superare,

 oppure soffermare lo sguardo

 su chi lontano è oramai,

 o attorniare, aggirare la boa,

 proprio come,

 con loro, una volta, speravo.

 Andar vorrei oltre

 ... per restar quel che sono,

 ma qualcuno o qualcosa mi prende le forze,

 mi guida la mano e m’invita al ritorno.

 Brivido ultimo

 d’un giorno ch’appare e che passa

 e, d’un tratto, dimezza me stesso e … se stesso:

 e vedere il mondo che quasi sé capovolge

 in interminabil virata:

 tutto ritorna a me stesso,

 mentre tutto proietta al mio sguardo;

 vorrei virare, di nuovo,

 per andar al di là di quel rosso

 a cui però giro attorno,

 e … senza averlo desiderato, né tutt’ora ancora volerlo!

 

 Son preso da vortice,

 da mano provocato e ignota;

 voluto, sì, da ignoto volere;

 in me non più quel vigore antico e giocoso,

 iniziale, di bimbo che cresce e che brucia le tappe,

 senza guardare;

 nessun ardore più,

 e mi soffermo a pensare,

 e a riposare,

 per un attimo che è privo di fine, d’arresto improvviso,

 mentr’altri guida il ritorno

 e, poi svegliarmi per veder quel che non avrei voluto

 e m’appar il veleggiar sulla via già una volta percorsa,

 uguale e diversa sol per il verso ... suo,

 all’incontrario; e rivedo la boa

 che, gigante, ritorna bambina;

 sì, quella boa, quella stessa

 che, per intera vita di gioie e desideri ho sognata,

 e appena raggiunta,

 ho già persa.

 

 Solo ritorno così

… l’onda

 benevola,

 il venticello

 tenero

 ed io disteso su fondo di barca,

 sfiancato,

 sfinito,

 e guardo la barba,

 i capelli

 e non comprendo

 se il bianco è dono del mare o dono del tempo.

 E ripenso al passato

 che diventa nella memoria futuro

… sulla collina del mio riposo e d’agitazioni infinite.

 Sì, penso che ... continuerò!

 Non importa il giudizio degli altri!

 Ma l'invito dei ... più ... e ripetuto …

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permalink | inviato da Notes-bloc il 6/12/2014 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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