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di Ignazio Licciardi
A. GRAMSCI: "Odio gli indifferenti"
post pubblicato in Riflettendo su ..., il 7 aprile 2011


"Odio gli indifferenti" è l'incipit di uno dei più noti scritti giornalistici di Gramsci, datato 3 aprile 1917
di Tonino Bucci

"Odio gli indifferenti" è l'incipit di uno dei più noti scritti giornalistici di Gramsci, datato 3 aprile 1917. Per estensione quel motto è diventato un condensato del suo pensiero politico. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita». Questo, come altri articoli, appartengono non al Gramsci "maturo" dei Quaderni, quello più frequentato, lo scienziato della politica, bensì al Gramsci giovane giornalista de l'Avanti, editorialista e polemista, osservatore acuto, caustico, dei vizi dell'Italia del suo tempo. Tra il 1917 e il 1918 è stata redatta la maggior parte dei testi gramsciani scelti e ripubblicati in questi giorni dalla casa editrice, Chiarelettere, per inaugurare una nuova collana di instant book, "Odio gli indifferenti" (pp. 108, euro 7). Instant book per modo di dire. Dal punto di vista editoriale è una provocazione. Si prende un testo di cento anni fa e lo si presenta al lettore come fosse stato scritto oggi, con pochissime note e introduzioni stringate. Nella fattispecie, il Gramsci giornalista di questi scritti è un militante socialista non ancora trentenne, fresco di studi universitari, che non è finito in trincea di guerra per via di una malformazione fisica. Un giovane di intelligenza spiccata, ma profondamente avverso alla cultura libresca delle università (e infatti rinuncia a laurearsi) che fa del giornalismo la propria palestra. L'anatomia spietata del paese che i suoi articoli ci restituiscono, suona in qualche modo familiare nell'Italia contemporanea del berlusconismo. «L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera… La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa». "Odio gli indifferenti" di Antonio Gramsci è curato da David Bidussa, scrittore, storico e autore di diversi saggi sull'ebraismo e la storia del movimento operaio. In questi scritti domina «l'imperativo di guardare la vita reale» - leggiamo nella sua breve introduzione - di «studiarla senza mai allentare la presa, tenere lo sguardo fisso sui problemi senza lasciarsi distrarre», soprattutto di «contrastare la convinzione che non ci sia cambiamento e che la quotidianità possa apparire come l'unico dei mondi possibili». Non suona familiare?
«Non è un libro pensato dall'oggi al domani - ci spiega Bidussa - è stato preparato in tre mesi, tra agosto e novembre dello scorso anno. Ho passato in rassegna tutti gli scritti giornalistici di Gramsci, li ho classificati in base a parole chiave e ho scelto quelli più efficaci. Non vuol essere un'operazione di nicchia. I lettori di oggi, abituati alle videate di internet, sono frenetici. Dobbiamo fare in modo che un testo di cento anni fa risulti leggibile in maniera diretta, immediata, senza appesantirlo con note e lunghe introduzioni. Non è un libro per studiosi. Ci siamo persino presi la libertà di cambiare i titoli originali degli articoli per renderli più familiari a un lettore di oggi. Negli ultimi trent'anni Gramsci è stato trasformato in un pensatore classico contemporaneo, non più patrimonio esclusivo di una sola "parte". Tutto sommato, lo si è salvato dalla crisi che ha colpito l'immagine pubblica del comunismo. Di recente, però, è avvenuto che lo hanno letto più a destra che a sinistra, soprattutto da parte della "nouvelle droite" antiglobalista. Adesso, si tratta di salvare Gramsci da questa deriva».
Le figure sociali prese di mira in questi articoli - speculatori di guerra, capitalisti profittatori, l'intera classe politica dirigente - incarnano un potere distante dal popolo, incapace di figurarsi le sofferenze e i bisogni dell'umanità in carne e ossa. Quello gramsciano è un pensiero in formazione, antidogmatico, ostile a schemi dottrinari e leggi astratte. L'urgenza di farsi carico della quotidianità concreta Gramsci la manifesta anche nei confronti dei suoi stessi compagni di partito quando prende le distanze da una certa «visione libresca, cartacea, della vita» presente nel socialismo italiano: «la vita è per costoro come una valanga che si osserva da lontano, nella sua irresistibile caduta» che ubbidisce alle «leggi naturali infrangibili» del progresso della storia. «Questa concezione non era scientifica, era solo meccanica, aridamente meccanica».
C'è anche un articolo del 1921 che Gramsci dedica agli operai della Fiat, sconfitti dopo una protesta durata un mese. «Non abusate troppo - scrive - della resistenza e della virtù di sacrificio del proletariato; si tratta di uomini comuni, uomini reali, sottoposti alle stesse debolezze di tutti gli uomini comuni che si vedono passare nelle strade, bere nelle taverne, discorrere a crocchi sulle piazze». E, più avanti: «Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne e ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti». "Gramsci - spiega Bidussa - ci insegna che devi stare sempre dalla parte della classe sociale con la quale sei più simpatetico, anche nei momenti in cui perde. Non perché non si debbano ammettere gli errori, ma perché è giusto che si renda omaggio alle lotte e non si abbandonino gli individui in balia della disperazione. Devi avere una philia nei confronti di quegli operai e non trattarli con distacco, come fossero oggetti di un esperimento sociale».
Soprattutto, Gramsci si scaglia contro la classe dirigente di un'Italia postrisorgimentale - da rileggere a maggior ragione in questo centocinquantenario - considerata incapace di rappresentarsi concretamente nella fantasia i bisogni degli uomini in carne e ossa, «in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere». E' «uno dei caratteri italiani, e forse quello che è più malefico per l'efficienza della vita pubblica del nostro paese» - scrive Gramsci. Né ci fanno una figura migliore gli intellettuali italiani, indifferenti pur con tutto il peso della loro erudizione, agli affanni del popolo. La separatezza si riproduce ancora oggi, nell'era della comunicazione di massa. Reality e fiction televisive rappresentano un mondo disincarnato, dove non c'è traccia dei bisogni reali. «Occorre che qualcuno vada in mezzo nella realtà quotidiana e ci metta una macchina da presa. Quello di Gramsci era un giornalismo di contro-inchiesta. Oggi lo fanno in pochi. Per raccontare la realtà al di fuori della fiction devi scavare, avere uno sguardo lungo, l'umiltà di ascoltare, la pazienza di studiare. Ma oggi siamo impazienti di capire tutto e subito». Comprendere però non significa tirarsi fuori dalle passioni civili, non prendere parte nei conflitti. Il senso di fatalità, la rassegnazione, l'idea che non ci sia nulla da fare, l'effetto asfissiante della normalità quotidiana sulle passioni, sono i peggiori vizi che Gramsci contesta a un'Italia costruita sui modelli culturali della piccola borghesia. «Il peggior nemico - dice Bidussa - è l'indifferenza. Il berlusconismo incarna l'idea che io mi faccio i fatti miei e gli altri facciano pure quel che vogliono, l'importante è che non mi disturbino. L'Italia di oggi è convinta che basti chiudere la porta per impedire che il mondo entri in casa propria. Non è così, vivere nel mondo significa assumersi la responsabilità delle proprie opinioni e azioni, e non attendere che le cose si compiano per conto loro».


"Liberazione", 07/04/2011

 


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permalink | inviato da Notes-bloc il 7/4/2011 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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