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di Ignazio Licciardi
Con elevata probabilità dovremo subire la prepotenza "politica" dei "governanti", ma diciamo almeno che noi non ci stiamo alla distruzione della cultura in Italia!
post pubblicato in Per gli allievi universitari, il 15 ottobre 2008


 

Studenti e professori uniti contro il "programma" distruttivo firmato Gelmini
Rina Gagliardi
No, non è necessario, ogni volta, preconizzare un "nuovo Sessantotto" per affermare che sta succedendo qualcosa di molto importante, forse perfino di entusiasmante, nel mondo della scuola, dell'università e della ricerca. Basti un dato che salta agli occhi: la protesta contro le scellerate politiche del Governo Berlusconi sta dilagando in molte città d'Italia, a ritmo e con intensità crescente. Dopo la giornata studentesca della "80 manifestazioni", dopo le occupazioni di rettorato e la campagna di Sms sul Quirinale, dopo i primi cortei cittadini (particolarmente ricco quello che l'altra sera ha invaso il centro di Firenze), anche la giornata di oggi preannuncia lotte e mobilitazioni, da Milano a Roma, fino a Palermo. Un movimento "in piena regola", una soggettività già strutturata e determinata a durare? Ancora è presto per conclusioni così perentorie - come quelle che tanto preoccupano gli editorialisti del Corriere . Ma è difficile che si tratti di una delle tante "fiammate" che scuotono, per qualche giornata o qualche settimana, la scena sociale - e non soltanto perché sul tappeto c'è già uno sciopero generale, alla fine del mese, proclamato dalle tre confederazioni sindacali.
Il fatto è che siamo di fronte all'attacco più sistematico - e più ideologicamente motivato - al sistema pubblico dell'istruzione, che si sia prodotto nel corso di questi anni. Tutti i governi dell'ultimo ventennio, è vero, sono stati mossi dall'imperativo di ridimensionare, snellire, risparmiare (e comunque mai riformare) il mondo della scuola e della ricerca: è stata, ed è, una delle conseguenze "naturali" della religione neoliberista, che nell'istruzione pubblica e di massa vede sempre e comunque una spesa "improduttiva", uno spreco.
Adesso, però, grazie all'ineffabile ministra Gelmini, il salto di qualità è evidente: dall'asilo all'università. non c'è comparto che possa considerarsi al riparo. Ritorno al maestro, anzi alla maestra unica, nelle elementari, e tendenziale cancellazione del tempo pieno. 150mila prof cacciati via, nelle superiori, a forza di accorpamenti, "dimensionamenti" e altri strumenti amministrativi, con l'annuncio della prossima trasformazione per gli istituti che lo vorranno in "fondazioni" sponsorizzate da privati. Quanto all'Università, come ha detto il preside della Facoltà di Scienze politiche di Roma, la legge 133, approvata in estate, "non è né una riforma né una controriforma: è un omicidio" bello e buono. E' il progetto, tout court, della fine dell'Università come luogo di alta formazione culturale, e di elaborazione di nuovi saperi e nuova criticità. La gran parte dei docenti, vecchi o giovani che siano, che oggi abitano le nostre facoltà si sentono, fondatamente, come gli "ultimi" della loro specie - per legge, non saranno sostituiti, e di loro non resterà traccia forse neppure nella memoria. C'è qualcosa, in questo "programma" distruttivo che procede alla velocità di un bulldozer (e va ben oltre la simbologia dei grembiulini), che ferisce, in profondità, la dignità delle persone, di un lavoro, di una comunità consapevole di essere anche e soprattutto un luogo centrale della democrazia. C'è la percezione di uno spirito vendicativo, e punitivo, che va oltre il disconoscimento . Ma come fa un commentatore dotato di discernimento come Ernesto Galli della Loggia a difendere, quasi a priori, la signora Gelmini e a tacciare il mondo della scuola di "partito preso"? Come fa a non accorgersi, all'opposto, della incredibile incompetenza che muove tutti i passi del Ministero di Viale Trastevere?
Come fa, in ultima analisi, a non capire che il disagio della scuola, questa volta, è diventato insopportabile: studenti destinati alla vita di stenti del precario, ricercatori "a perdere", professori disprezzati o dipinti come parassiti (e addirittura come gente che guadagna "non male", in rapporto a quello che fa), lavoratori a rischio di estinzione, questa volta, per citare un grande classico, hanno da perdere solo le loro catene. Perciò scendono in piazza. Perciò, sono obbligati a costruire il movimento di opposizione che, forse, più di ogni altro, potrà scuotere i cittadini italiani dall'ipnosi berlusconiana. Ma volete, dunque, che nella scuola rimanga tutto così com'è? No di certo - a cominciare dalla stragrande maggioranza degli edfici oggi fuori norma, moltissime cose andrebbero cambiate. Come per esempio quello che accade in una scuola elementare di Roma (a via della Pisana), dove, l'altro giorno, tutti i ragazzini e le ragazzine si son dovuti portare da casa carta igienica, saponette, risme di carta per le fotocopie, Scottex e hanno "dovuto", più o meno, versare ciascuno dieci euro per il fondo cassa delle normali spese scolastiche. Con quale rispetto per l'istituzione cresceranno quegli alunni? Con quale "credo" concreto del diritto allo studio per tutti? Sì, certo, tutta la scuola avrebbe bisogno di tornare davvero al centro delle scelte della nazione. Di una nazione civile, e non in via di imbarbarimento come la nostra.


"Liberazione", 15/10/2008

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