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Leggere pedagogicamente 
 

Tra reale e virtuale: problematiche pedagogiche. Seminari e conversazioni 

 


 
8 febbraio 2010

Effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione e all'occupazione giovanile.

L'Università torna ad essere un lusso per pochi!
Crollano le iscrizioni tra i ragazzi usciti dalla maturità. Ma sono soprattutto i figli delle classi più deboli a rinunciare
ANDREA ROSSI

lezioe all'universitàTORINO
È stata una sbornia d’inizio millennio, drogata dall’esplosione delle lauree brevi e dal proliferare degli atenei sotto casa. È durata poco. E adesso il mito delle «élite per merito» sembra destinato a restare tale. Altro che avvicinarci alla media Ocse per tasso di universitari e laureati; abbiamo ricominciato a distanziarci. E l’Università sta diventando affare per pochi. Sempre meno e sempre più ricchi. E l’alta formazione di massa? Si sta lentamente affievolendo, stritolata tra disillusione, crisi economica e tagli ai finanziamenti.

La tendenza sembra consolidarsi da qualche anno, quando - dopo il boom a cavallo del 2000 - le immatricolazioni hanno inesorabilmente cominciato a scendere. In cinque anni abbiamo perso 40 mila matricole: erano 324 mila del 2005; 286 mila a ottobre 2009. Il calo demografico, si dirà. E invece no. O, almeno, non solo. Cinque anni fa 56 ragazzi di 19 anni su cento (il 73 per cento dei diplomati) si iscrivevano all’università. Oggi siamo sprofondati in basso: all’ultimo anno accademico si sono iscritti il 47 per cento dei ragazzi dei 19enni e nemmeno il 60 per cento di chi ha superato l’esame di maturità.

«La riforma del 3+2 ha prodotto un’ondata di entusiasmo. Qualcuno ha creduto che l’Università, diventando più corta, fosse diventata più facile», spiega Daniele Checchi, docente di Economia politica alla Statale di Milano. Quando si è capito che così non era la corsa agli atenei si è arrestata, ma a farne le spese non sono stati tutti: nel 2000 un neoiscritto su cinque era figlio di persone con al massimo la quinta elementare; nel 2005 la percentuale è scesa al 15 per cento. Poi ancora giù, quasi un punto all’anno: 14 per cento nel 2006, 13 nel 2007. Ora siamo al 12. Di anno in anno le matricole scendono, portandosi appresso i giovani delle classi sociali più deboli. Gli altri - quelli con genitori laureati - crescono poco alla volta. I figli della classe media - genitori diplomati - tengono botta. «Forse sono cambiate le aspettative sul valore dei titoli di studio», dice il professor Piero Cipollone. Per anni, in Banca d’Italia, ha studiato i costi del sistema formativo, oggi presiede l’Istituto per la valutazione del sistema dell’istruzione e dice che «la laurea non offre più un consistente valore aggiunto: un laureato spesso guadagna poco più di un diplomato, a volte addirittura meno. Non mi meraviglia la fuga dei figli delle classi sociali meno abbienti: l’università oggi è un costo, ma non sempre il risultato vale l’investimento».

La crisi economica dell’ultimo anno e mezzo ha pesato, e non poco. Molti hanno battuto in ritirata. Chi ha tenuto duro fa gli straordinari: l’80 per cento di chi ha alle spalle una famiglia a basso reddito prova a laurearsi lavorando, e una buona parte rientra sotto la voce «lavoratori-studenti». Otto ore al giorno cercano di guadagnarsi da vivere; nel tempo che rimane provano ad agguantare una laurea.

L’austerity imposta dal governo agli atenei ha fatto il resto. «Molte università hanno pensato bene di controbilanciare il taglio dei finanziamenti ministeriali aumentando le tasse d’iscrizione», racconta Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Di questo passo - è il timore del professor Checchi, che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione - «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».

Vero. Ma le barriere restano, anzi, sembrano sempre più massicce, e non solo in ingresso. «Gli steccati non sono stati superati», ammette Checchi. «Negli ultimi vent’anni l’ingresso forse è diventato più democratico, ma l’esito finale no. Le probabilità di abbandono pendono fortemente dalla parte di chi ha redditi bassi». Studi recenti di vari istituti, tra cui la Banca d’Italia, sembrano dargli ragione. In Italia il 45 per cento degli universitari non arriva alla laurea. La presenza in famiglia di un genitore laureato, non solo aumenta la probabilità di iscrizione all’università di oltre il 15 per cento rispetto a genitori con la licenza di scuola media, ma riduce allo stesso modo per cento le probabilità di abbandono.

Forse è l’effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione. «Gli enti per il diritto allo studio funzionano su base regionale - racconta Checchi - assegnano le idoneità ma poi le finanziano finché ci sono i soldi. È una farsa: le graduatorie ci sono, i soldi no. Così tanti che avrebbero diritto a un aiuto non ricevono nemmeno un euro». E così, addio università. Quasi 200 mila studenti l’anno ottengono una borsa di studio, ma tra gli aventi diritto uno su quattro resta senza. Solo otto regioni riescono a sostenere tutti quelli che hanno i requisiti. In altre non si supera il 50 per cento. «Per di più anche dove sono garantite per tutti, le borse non tengono conto del reale costo della vita», attacca Diego Celli.

"La Stampa", 08-02-2010


5 febbraio 2010

Riforma Tremonti(-Gelmini) spazza via quel che resta della Scuola Italiana! SCIOPERO!!!

Comunicato-stampa

IL GOVERNO APPROVA LA RIFORMA DELLE SUPERIORI
LA SCUOLA SCIOPERA IL 12 MARZO

Questa mattina il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera ai Regolamenti della
sciagurata "riforma" delle superiori. Tale "riforma" non ha alle spalle alcun
progetto didattico, come non ne avevano alle elementari la "maestra unica" o la
devitalizzazione del Tempo Pieno. Si cancellano o si immiseriscono materie
importanti di studio, si tagliano ore di insegnamento cruciali (in media 4 ore
settimanali in meno), si sopprimono laboratori e esperienze pratiche
professionalizzanti
, si cacciano decine di migliaia di precari, eliminandone il
posto di lavoro, soltanto in nome del Dio Risparmio, a spese di una istruzione
sempre più impoverita, giudicata un investimento improduttivo da questo e dagli
ultimi governi. Ma la partita non si chiude qui. I Regolamenti dovranno superare
ancora non solo le obiezioni del Consiglio di Stato ma ottenere l'approvazione della
Corte dei Conti e del capo dello Stato, fino alla pubblicazione nella Gazzetta
Ufficiale. Solo allora le scuole potranno presentare l'"offerta formativa" alle
famiglie che, essendo a poche settimane dalla scadenza per le iscrizioni (26 marzo),
dovrebbero iscrivere i figli pressoché "al buio". Soprattutto, in queste poche
settimane docenti, genitori e studenti vedranno il progetto distruttivo in tutta la
sua brutale concretezza, città per città, paese per paese, con le scuole che
spariscono, gli accorpamenti folli, gli indirizzi di studio soppressi. Ci sono
dunque le condizioni perché si sviluppi, qui ed ora, una forte opposizione alla
"riforma" da parte di docenti ed ATA, precari e "stabili", studenti, genitori.
Dobbiamo intensificare subito la lotta, agevolando la mobilitazione di tutto il
popolo della scuola pubblica. Tale lotta culminerà il 12 marzo nello sciopero
generale della scuola per l'intera giornata, convocato dai Cobas, e in una grande
manifestazione nazionale (P.della Repubblica ore 10, corteo fino al Ministero di
V.Trastevere)
, per il ritiro della "riforma" delle superiori; contro i tagli, il
decreto Brunetta, il disegno di legge Aprea e la gerarchizzazione nella scuola;
contro il decreto "ammazza precari", per l'assunzione dei precari su tutti i posti
vacanti; perché l'obbligo scolastico venga innalzato e non abbassato a 15 anni, per
significativi investimenti, per la democrazia sindacale nelle scuole e la
restituzione a tutti del diritto di assemblea. In testa al corteo del 12 marzio ci
saranno i precari/e, che in questi mesi si sono battuti coraggiosamente in difesa
della scuola pubblica, della qualità dell'insegnamento e del loro posto di lavoro.

Piero Bernocchi portavoce nazionale COBAS
04/02/2010

 


3 febbraio 2010

Spero che questa notizia faccia il giro del mondo. Che si sappia la fine che sta facendo la Scuola Italiana!

La scuola si affida al Gratta e Vinci
Prof comprano i biglietti per finanziarsi

Provocazione dell'istituto Odero di Genova. I docenti si sono autotassati e hanno acquistato 100 schedine. "I soldi vinti serviranno a rimpinguare il nostro povero bilancio"

di GIUSEPPE FILETTO

"la Repubblica", 03-02-2010


2 febbraio 2010

Che la Costituzione sia letta da tutti!

 

Giù le mani dalla Costituzione!
Andrea Tagliaferri*

 
Sabato pomeriggio la piazza principale di Piacenza si è colorata di rosso e di viola. Le compagne e i compagni di Rifondazione hanno partecipato al presidio organizzato dal "popolo viola"; a dar man forte ai molti giovani presenti c'erano gli studenti dell'Onda di Piacenza, diversi partiti, dal Pdci all'IdV, escluso il Pd che ha rifiutato l'invito inviando una piccola delegazione dei Giovani Democratici. Il presidio si è svolto con tranquillità e calma alternando gli interventi dei diversi organizzatori, compresi alcuni esponenti del comitato di Pavia. Come previsto, sul palco, si è parlato di Costituzione e di giustizia. Ma non quella del governo, bensì quella reale che non serve a salvare un uomo solo, ma a garantire all'intero popolo i propri diritti. Si sono letti alcuni articoli che in questi anni sono stati ignorati e spesso anche disprezzati!
Gli interventi ruotano tutti attorno a figure storiche che hanno dato l'esempio alle generazioni successive, come i discorsi di Norberto Bobbio o di Piero Calamandrei. Ognuno, parlando dei "grandi vecchi della Repubblica", ha portato sul palco la propria esperienza di lotta e le proprie considerazioni su quello che sta succedendo negli ultimi tempi nel nostro Paese. L'invito più forte è quello espresso da Calamandrei nel famoso Discorso agli studenti del '55, quando esortava i giovani a non abbandonare la politica attiva perché solo così si può difendere la vera libertà; soprattutto rivendica come indispensabili taluni articoli che ora sembrano non interessare più a nessuno: «E quando io leggo nell'art. 2: l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale; o quando leggo nell'art. 11: L'Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, la patria italiana in mezzo alle altre patrie, ma questo è Mazzini! O quando io leggo nell'art. 8: Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge, ma questo è Cavour!»

Elena Anelli, segretaria cittadina del Prc, legge le parole di Norberto Bobbio che, anche se del 1958, sono ancora attuali quando sostiene che in Italia, oggi come ieri, c'è più un problema di principi democratici che di istituzioni, perché non sono mai entrati seriamente nel nostro costume; come Calamandrei qualche anno prima anche Bobbio chiede poi che si vigili sulla Democrazia senza adagiarsi sulla sicurezza istituzionale. Proprio per questo «al di là della minaccia concreta, oggettiva, di stravolgimento della Costituzione - ad opera delle destre, con la supina disponibilità del Pd- noi vediamo un'opera quotidiana, demagogica e populista, di stravolgimento dei principi della Costituzione, espulsi dal "senso comune" di tanti cittadini. - spiega la segretaria cittadina - E grazie a questo possono essere varate ed accettate leggi che, seppur a volte  aderenti nella forma al dettato costituzionale, ne stravolgono i principi: la legge 30, che umilia la dignità del lavoro, e viola il diritto a  una giusta retribuzione, la partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan, le leggi sull'immigrazione che violano i principi di solidarietà ne sono  esempi.

Il mio auspicio è quindi che la Costituzione sia applicata, non cambiata; e che sia letta da tutti. E' un testo nato per essere letto da tutti; il 97 per cento delle parole utilizzate sono termini di uso comune, senza tecnicismi, perché è stata scritta per essere a disposizione di tutti» senza distinzioni di colore, religione, sesso od orientamento politico!


*federazione di Piacenza


"Liberazione", 02/02/2010


2 febbraio 2010

«Non morirei mai per le mie convinzioni, perché potrebbero essere sbagliate».

Bertrand Russell, il Voltaire del nostro tempo

di Bruno Gravagnuolo

Parlare di Sir Bertrand Artthur William Russell, figlio del Visconte di Amberley e nipote di di Lord J. Russell, significa parlare di uno dei più grandi logici e filosofi analitici del 900. Non già semplicemente di un eccentrico aristocratico - nato a Trelleck nel Galles nel 1872 e scomparso a Plas Penthrin il 3 febbraio 1970 - capace di dare scandalo per il suo «immoralismo» (quattro mogli e numerosi amanti). Di fustigare i potenti di ogni ideologia, e di rivelarsi al mondo come guru mediatico ante-litteram, adorato dalle generazioni del secondo dopoguerra. Grande filosofo e logico matematico dunque, al pari di Moore, Wittgenstein, Frege, Dewey, Whitehead e sul fronte opposto di Heidegger.

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Persino in anticipo su Goedel e in sintonia con Einstein suo contemporaneo. E tutto ciò senza nulla togliere alle ragioni più immediate che gli regalarono la fama: le qualità mediatiche, polemiche e letterarie. Quelle che gli fruttarono il Nobel per la letteratura nel 1950, e in virtù di scritti come Matrimonio e Morale (1928), La conquista della felicità (1930) e Educazione e ordine sociale (1932). Insomma, per intendere il segreto di tanta vitalità e successo mondiale, esplosi in ambiti del tutto diversi dallo specimen professionale russelliano, occore andare al vero «demone» della personalità di Bertrand Russell: la passione filosofica della verità. La ricerca del vero, dell’esatto e del giusto. Perseguita ad ogni costo, con temerarietà tenace. Contro ogni conformismo e pigrizia, anche a costo di mettere a repentaglio carriera e rispettabilità, privilegi e libertà personale, onori e tranquillità.

E anche a costo di doversi rimangiare per intero, e dover riscrivere, opere concepite con fatica e accademicamente celebrate. Ecco, Russell, orfano inquieto di entrambi i genitori e allevato da nonni e governanti, fu essenzialmente questo. Fu un eroe della certezza intellettuale come criterio di vita morale, certezza investigata a caro prezzo. Uno straordinario cercatore di verità, approdato alla fine alla posizione di uno «scettico appassionato», come suggerì il suo biografo A. Wood in un’opera dal titolo analogo. Il che ne fece, come ha scritto A. Granese in Che cosa ha detto veramente Russell un «Voltaire del nostro tempo». Vediamo allora, per meglio capire questo approdo che ne ha scolpito poi la fama, le tappe dell’avventura filosofica di Russell. Studia matematica e filosofia a Cambridge, al Trinity College, dopo aver - già a 15 anni - assimilato Euclide e Staurt Mill. E aver contestato da adolescente, smontandone la teologia, i principi della fede cristiana. Dapprima idealista, sotto l’influsso di Bradley, esce dall’idealismo e si muove verso «l’oggettività del reale».

Movimento liberatorio coronato dall’incontro con Peano: la matematica come regno oggettivo degli enti. E la logica come fondamento della matematica, che della logica è la traduzione quantitativa. Numeri quindi come «entità reali», corrispondenti a oggetti veri, relazionati dentro la «logica delle classi», delle «proposizioni» e delle «relazioni». Di qui le due grandi opere russelliane: Principi della Matematica(1903) e Principia Mathematica (1910-1913). In realtà è qui che comincia l’Odissea. Perché ben presto Russell si accorge che l’«assiomatica» non funziona ed è autocontraddittoria. Ovvero: i costrutti logici sono autoreferenziali e non si autoesplicano. Le essenze logiche a priori, fuori dall’esperienza, danno luogo ad antinomie irrisolvibili e a paradossi - come quello del «mentitore» e della «classe di tutte le classi» - da spezzare con il rinvio ai limiti delle sensazioni. Dell’esperienza finita e limitante. L’unica, che può dar senso alla logica, ridotta a «funzione» operativa, come in Cassirer e Kant, e negata come verità autoesplicativa. La logica insomma non è verità, ma al massimo è «significato», come nell’espressione «Il re di Francia è calvo», sensata, ma falsa. E siamo a Significato e verità(1940), influenzata da Wittgenstein suo allievo, a sua volta da Russell influenzato nella sua seconda fase.

La conoscenza a questo punto è fatta di due mattoni: esperienza diretta e descrizioni derivate (tramite ipotesi, relazioni, inferenze, induzioni e deduzioni). Contano a questo punto linguaggio e condivisione con gli «altri spiriti», senza più certezze però. Perché l’esperienza iniziale stessa è diversa per ciascuno e non si acquista per esperienza, ma è un «costrutto» mobile da condividere. Qui viene il Russell morale: socialista umanitario, libertario. Teorico della liberazione tramite il desiderio, contro i desideri del Potere fintamente travisati per desideri (obbligati) dei singoli. La vera etica «erotica» per Russell è decostruttiva, da un lato. E dialogica dall’altro. Nasce dall’incontro possibile dei desideri di ciascuno con quelli dell’altro. Senza coercizione, e per continua disarmonia prestabilita. Ma qui anche lo scetticismo laico e libertario del grande creatore del Tribunale Russell contro i crimini di guerra, perseguitato dai vescovi e dai fanatici della guerra:

«Non morirei mai per le mie convinzioni, perché potrebbero essere sbagliate».

"l'Unità", 01 febbraio 2010
 

 


1 febbraio 2010

Lo Stato sempre sulle spalle dei Dipendenti e dei Pensionati! La riconoscenza dei Governanti? Tagli Tagli e Tagli e, poi, Inoccupazione, Sottooccupazione e Disoccupazione!?

 

"Corriere della sera", Gennaio 2009


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30 gennaio 2010

Soltanto in tre? Ma, allora, si son messi d'accordo nel PD! Era ora! W l'Unità!?

Umbria, sfida a tre alle primarie Pd
In campo Agostini, Marini e Bocci

Umbria, sfida a tre alle primarie PdIn campo Agostini, Marini e Bocci

di Andrea Carugati

Si spacca l'area Franceschini. Bocci in campo alle primarie del 7 febbraio contro il veltroniano Agostini e la bersaniana Catiuscia Marini.




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29 gennaio 2010

In Sicilia, i giovani sono disoccupati, inoccupati, sottooccupati? Bene, aiutiamo i Deputati della Regione Sicilia a sostenersi meglio!

29/1/2010 (7:17) - INCHIESTA

Sicilia, il lusso degli sprechi

Le macerie della casa di Favara, dal crollo è nata l'inchiesta de "La Stampa" sugli sprechi in Sicilia

Ecco dove finiscono i soldi che mancano per scuole e abitazioni
LAURA ANELLO
PALERMO
 
Alla faccia della superstizione, i novanta consiglieri regionali della Sicilia - che per legge hanno il diritto di farsi chiamare deputati - hanno pensato anche al benefit per il passaggio a miglior vita: un contributo di cinquemila euro per le spese funerarie. D'altronde, se hanno trascorso l'esistenza di agi nelle auguste sale del Palazzo dei Normanni di Palermo - un tempo reggia di Federico II - dovrebbero forse privarsi di incensi, velluti rossi e corone di fiori al momento della dipartita?

Ma anche la vita è bella per il deputato siciliano, l'unico consigliere regionale che abbia compensi equiparati ai senatori, 19.685 euro lordi al mese. Più tutti gli extra, dall'autista ai cellulari di servizio, dai portaborse ai viaggi all'estero (pardon, missioni istituzionali).

Sarà forse per questo - per l'abbondanza in cui vivono gli inquilini dei palazzi del potere - che altrettanta munificenza, liberalità, larghezza viene adoperata per legioni di precari, eserciti di formatori professionali, barellieri delle ambulanze. Il viaggio tra le spese delle amministrazioni siciliane non manca certo di riservare sorprese. Tanto che la gara bandita per acquistare trenta computer portatili per i consiglieri comunali della disastrata Favara - dove due bambine sono appena morte nel crollo della loro catapecchia - appare una tessera infinitesimale di un mosaico gigantesco. Una goccia nel mare. L'antipasto di un pranzo luculliano.

Proprio come i pasti che i deputati dell'Assemblea regionale possono gustare nelle due buvette di palazzo, una aperta pochi mesi fa con la possibilità di optare per menù etnici, dal sushi al pollo al curry. Per un primo gli onorevoli pagano 2 euro e 25, per un secondo 3 euro e 38, per un contorno 1 euro e 13, per il pane e il caffè 75 centesimi. Perché conti così stracciati? Perché il resto è a carico del Parlamento più antico d'Europa. C'è da stupirsi allora se l'apertura di questo punto di ristoro abbia innescato una piccola lotta di classe? I 220 tra commessi, segretari, stenografi non hanno sopportato che l'ingresso sia stato riservato solo a deputati e portaborse. Per loro solo la storica buvette, altrettanto economica ma meno suggestiva.

Così, non c'è da meravigliarsi nemmeno se l'Assemblea - assediata ogni giorno da legioni di disoccupati, cassintegrati, precari, indigenti - abbia speso 216 mila euro per il nuovo logo commissionato dall'allora presidente forzista Gianfranco Miccichè nel sessantesimo anniversario dell'autonomia regionale. E se le celebrazioni, per una ricorrenza che cadeva nel 2007, durino ancora oggi. Mentre è eterna la questione della formazione professionale, sulla quale proprio ieri è stato presentato un progetto di tagli alla spesa da 20 milioni: la Regione spende ogni anno 240 milioni di euro per foraggiare una galassia di migliaia di insegnanti. Pazienza se ogni corso costa alle tasche dei cittadini 108 mila euro, pazienza se viene seguito in media da undici allievi, se soltanto uno studente e mezzo, alla fine, trova lavoro. I calcoli li ha fatti il procuratore generale d'appello della Corte dei conti, Giovanni Coppola: «L'effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano pesa sui contribuenti 72 mila euro, non so davvero se ne valga la pena».

Meglio è andata a un drappello di venti giornalisti che invece il lavoro l'hanno avuto dalla Regione, e per chiamata diretta, assunti a tempo indeterminato nell'ufficio stampa con la massima qualifica di capo redattore. Con quelli che c'erano già fanno ventitré, a fronte dei cinque di Palazzo Chigi. Forse per questo, il pm della Corte dei conti ha appena chiesto un risarcimento di sette milioni e 300 mila euro all'ex governatore Totò Cuffaro che li assunse e al successore Raffaele Lombardo che li tiene in servizio. Bazzecole rispetto al buco della Sise, la società che si occupa dei soccorsi con il 118, la cui passata gestione è stata inghiottita in una voragine da 60 milioni di euro, 40 dei quali solo per straordinari. A dispetto del fatto che per ogni ambulanza ci sono dodici soccorritori-barellieri, in totale 3.200 dipendenti, il doppio della Regione Piemonte. I costi? Nel 2008 quasi 90 milioni di euro.

Troppi primati per non innescare una gara di emulazione. Così Palermo, completata la stabilizzazione degli ultimi tremila precari (che costano 55 milioni di euro l'anno e che in passato sono stati impiegati con le più diverse mansioni, da «guardiani della aiuole» a «custodi della fontana municipale»), diventerà il Comune con più personale d'Italia: 9.594 occupati, uno ogni 69 abitanti. Più di Milano e Roma. E i giardinieri? Sono mille, il quadruplo che a Torino. Ma al verde sono anzitutto le casse.
"La Stampa", 29-01-10


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25 gennaio 2010

Voto plebiscitario per Nichi Vendola. Vai, Nichi!

Primarie, la Puglia sceglie Nichi Vendola

(foto tratta da "il fatto quotidiano" del 25-01-2010)

Primarie, la Puglia sceglie Nichi Vendola

di Simone Collini

Oltre 200mila elettori del centrosinistra sono andati a votare per decidere con le primarie il loro candidato alla Regione. E Vendola, che a notte fonda viaggia sul 70%, ringrazia: «Di questa contesa resta la passione, ora uniti lavoriamo per sconfiggere la destra». Il candidato del Pd Francesco Boccia: «I pugliesi si sono espressi e i numeri non lasciano spazio ad interpretazioni, Nichi costruisca un'alternativa per allargare la coalizione». Il sindaco Emiliano: «Per il nostro partito dura lezione».
DI' LA TUA


20 gennaio 2010

La paura è diventata una risorsa per la politica, una fabbrica di voti!

Paure globali, un volume che raccoglie i risultati di un'indagine del Censis su dieci metropoli
 
La città come un reality
chi perde resta fuori
 
 

Tonino Bucci


Non c'è epoca nella storia in cui l'umanità non abbia dovuto fare i conti con una paura collettiva.
Epidemie, guerre, invasioni, deportazioni e terremoti erano in passato eventi incontrollabili, minacce contro l'esistenza stessa di intere città, popolazioni, società. Ma le paure non sono tutte uguali, né identico è il posto che occupano nella scala dei pensieri umani. C'è davvero poco in comune tra l'esperienza tangibile della peste come dovette presentarsi a donne e uomini del Trecento e la catastrofe climatica a tutt'oggi percepita solo come una remota possibilità, un evento proiettato in un futuro indefinito, comunque non in grado di interferire con gli affanni della vita quotidiana. Un individuo del XIII secolo le avrebbe provate tutte pur di contrastare la terribile piaga, si sarebbe dato alla medicina o all'astrologia, sarebbe andato in pellegrinaggio o in processione, avrebbe pregato e raccolto reliquie, sarebbe stato disposto persino a flagellarsi (basta dare uno sguardo a un'interessante storia di John Hatcher, La morte nera , Bruno Mondadori, pp. 344, euro 28).
Oggi la paura, che pure ha acquisito una dimensione planetaria ed è diventata una risorsa per la politica, una fabbrica di voti, una condizione esistenziale per chi vive nelle metropoli, questa paura è più sfuggente, ha contorni incerti, non si rivolge a un oggetto specifico. Non è il pericolo reale ad alimentare le angosce quotidiane - e dire che ci sarebbe di che preoccuparsi, tra inquinamento e devastazione del pianeta. Le paure contemporanee - anzi "liquide" come le chiamerebbe il sociologo Bauman - hanno a che fare più con la percezione che con oggetti o persone reali, più con entità sfuggenti che paiono minacciare l'integrità fisica e individuale che con eventi collettivi. E' il terrorista che potrebbe farsi esplodere da un momento all'altro nella metropolitana e che potrebbe essere chiunque, anche il tuo vicino. O l'immigrato - il nero, l'arabo, il diverso, quello dalla faccia strana - che potrebbe entrare in casa tua e rapinarti, aggredirti, sgozzarti e poco importa se le statistiche dimostrano che non c'è nessun allarme criminalità tantomeno di marca straniera. «Le ansie della contemporaneità appaiono più una nebulosa di sensazioni e impressioni, che non minacce chiare e concrete» si legge nel Rapporto curato dal Censis sulla paura nelle città globali e pubblicato da Laterza nel volume Paure globali assieme agli interventi di economisti e sociologi tenuti in occasione del World social summit di Roma del 2008 (pp. 336, euro 18).

Eppure «questa prevalenza di piccole ansie diffuse, rispetto a una circoscritta presenza di più forti paure non significa che una tale situazione non sia in grado di condizionare la vita degli individui. Semmai, proprio la loro indeterminatezza, l'essere emozioni prima ancora che sentimenti, ne amplifica il portato. Trovarsi in balia di qualcosa che non intravediamo, non conosciamo, ci fa sentire ancora più insicuri perché non riusciamo a controllarlo; a certe condizioni, può portare i turbamenti e le ansie di superficie a trasformarsi in forme più pervasive di angoscia».
La ricerca del Censis è stata condotta poco più di un anno fa in dieci metropoli del mondo (Londra, Parigi, Roma, Mosca, Mumbai, Pechino, Tokyo, New York, San Paolo, Il Cairo) su un campione di abitanti di età compresa tra i 15 e i 75 anni. Il risultato? Si sa che le statistiche hanno solo un valore approssimativo quando cercano di misurare fenomeni che per loro natura non si possono ridurre a "quantità". Ma, al di là dei numeri, qui conta il fatto che la paura oggi è un sentimento col quale deve fare i conti una fetta sempre più ampia di popolazione delle metropoli mondiali. Insomma, è innegabile che le relazioni che gli individui intrecciano nello spazio fisico della città siano segnate dalla paura. Sfilacciamento, degrado, solitudine, diffidenza e ostilità per l'altro - peggio se diverso - sono il terreno fertile per questo sentimento. Negarlo sarebbe come rifiutarsi di guardare il mondo per quel che è.

 La ricerca, però, ci dimostra anche che un conto è la paura, altro la sua percezione, vale a dire l'operazione politica con la quale si vuol veicolare l'immagine di megalopoli arroccate, sopra ogni altra cosa, in un sentimento di timore e panico. La società, «contrariamente all'immagine che ci viene veicolata, vuole gestire i propri turbamenti, sa convivere con le proprie ansie, reagisce alle angosce». Alla richiesta di indicare qual è il sentimento che meglio esprime l'atteggiamento individuale nei confronti della vita, «solo l'11,9 per cento sembra lasciarsi sopraffare dalla paura vera e propria». Sono soprattutto le donne a portarsi dietro i «turbamenti più profondi», seguite da chi possiede «titoli di studio mediamente più bassi» e soprattutto «da chi non può contare su disponibilità economiche sufficienti a garantire la sicurezza materiale». C'è, ovvio, anche una geografia della paura, variabile da città a città, persino con aspetti sorprendenti. «Tokyo, San Paolo e Il Cairo sono le città dove la sensazione di paura supera la scorza della superficie, penetrando più nel profondo e diventando il sentimento dominante per circa un quarto della popolazione: per il 26,6 % a San Paolo, il 23,2 % al Cairo e il 23 % a Tokyo». A detenere la maglia della sfiducia, invece, è Roma. Qui la percezione della paura è contenuta, però «prevale nella popolazione un senso diffuso di incertezza (il 46 per cento) che, non ancora trasformatosi in ansia e angoscia, condiziona tuttavia fortemente il clima metropolitano». Roma si mostra come «la città, tra quelle individuate, in assoluto meno ottimista e fiduciosa». Su questo senso di sfiducia e pessimismo attecchisce la propaganda xenofoba, gli allarmismi (infondati) sull'aumento della criminalità, le campagne d'odio contro rom e rumeni, l'esibizione degli sgomberi per calamitare voti e consensi.

«La paura è un capitale - parole ancora del sociologo Bauman - i cittadini che hanno paura consentono ai politici di dimostrare di essere in grado di fare qualcosa per calmare, placare, tranquillizzare, il loro sentimento di pubblica insicurezza, la loro situazione di paura». Non c'è solo la fobia dell'altro. La precarietà diventa la cifra del mondo intero, di una realtà a un tratto incomprensibile che può cambiare in peggio il corso della vita senza poter opporre alcuna resistenza. «E' una paura che sembra provenire da ogni angolo della società. Improvvisamente, la società per la quale hai lavorato più di venti anni potrebbe sparire, scomparire, tu potresti perdere il lavoro, potresti non trovare più acquirenti interessati alle competenze che hai acquisito impegnandoti molto e con grande fatica». L'effetto è simile a quello di un reality show. Come nel Grande fratello si è consapevoli che a ogni turno si potrebbe venire esclusi dalla competizione, come per effetto di una legge di natura. Ci si sente vulnerabili, esposti, inadeguati a sopravvivere nella gara di tutti contro tutti. L'esclusione, allora, non è avvertita come ingiustizia, bensì come un destino che ci meritiamo. Al posto delle paure collettive del passato, la società molecolare del presente produce solo paure soprattutto individuali. «Ad angosciare sono soprattutto le paure personali, derivanti da pericoli o minacce che colpiscono individualmente, e che mettono a rischio la propria incolumità, fisica e psichica. Sono le paure di una società che corre, in perenne metamorfosi, cui è sempre più difficile per il singolo stare dietro, ed in cui è sempre più ostico conservare le posizioni acquisite».

Solo due città si salvano dal pessimismo. «A Pechino fra ottimismo (36,2%) e entusiasmo (29,2%) la visione positiva della vita riguarda ben il 65,4%. A Mumbai combinando fiducia (49,7%) e ottimismo (33,6%) si arriva addirittura all'83,3%».


"Liberazione", 20/01/2010


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18 gennaio 2010

da "L'espresso": "Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia"

Silvio, quanto ci costi

di Primo Di Nicola

Conti fuori controllo, 1.400 dipendenti di troppo, milioni buttati per gli show del Cavaliere, segretarie pagate come direttori. Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia

 

 


Una vera reggia, dove si moltiplicano dipendenti e sprechi. Con oltre un miliardo di euro l'anno bruciato per alimentare una burocrazia di corte che si allarga a dismisura e conta già 1.400 persone più del previsto. Mentre per allestire i set televisivi degli show del sovrano si spendono cinque milioni e si arriva a pagare 250 euro il noleggio di un computer per una sola giornata. E dove ci sono segretarie con la stessa qualifica e retribuzione dei grandi capi. Una follia, impossibile da immaginare nell'Italia normale dove aziende ed enti pubblici tagliano e licenziano a tutto spiano per fare quadrare i conti. Ma non alla presidenza del Consiglio dove il miracolo si ripete nei piani più alti della nomenklatura berlusconiana. Prendete Marinella Brambilla, storica segretaria del Cavaliere che da oltre vent'anni custodisce la sua agenda. E confrontate il suo curriculum con Manlio Strano, autore di saggi su riviste giuridiche e persino del regolamento interno del Consiglio dei ministri, appena nominato dal governo consigliere della Corte dei Conti. Manlio Strano, dopo una lunga trafila al servizio dello Stato, è diventato segretario generale di Palazzo Chigi lo scorso aprile. La sua qualifica? Dirigente generale di prima fascia, il top della carriera pubblica. E indovinate qual è la qualifica della fedelissima Brambilla? Anche lei direttore generale. E la Brambilla non è la sola miracolata. Come lei sono state graziosamente elevate al rango di superdirigenti generali anche Lina Coletta, segretaria di Gianni Letta; Maria Serena Ziliotto, che assiste il sottosegretario alle Politiche per la famiglia Carlo Giovanardi e Patrizia Rossi, che tiene invece l'agenda del sottosegretario allo Sport Rocco Crimi.

Quella delle qualifiche-facili non è la sola anomalia in cui ci si imbatte scandagliando la giungla della presidenza del Consiglio. Ci sono plotoni di alti funzionari senza incarichi operativi che passano il tempo conducendo improbabili studi, mentre si continua a imbarcare nuovi assunti con pingui stipendi e striminziti curriculum. Secondo i dati che "L'espresso" è riuscito a reperire, a palazzo Chigi lavorano ben 4.500 persone, oltre 1.400 in più di quelle previste nella pianta organica, a dimostrazione del fatto che quella dei dipendenti è ormai una spesa fuori controllo.

La corte dei miracoli La corsa dei costi di Palazzo Chigi sembra infatti ormai inarrestabile: 3 miliardi 621 milioni nel 2006; 4 miliardi 280 milioni nel 2007; ancora di più, 4 miliardi 294 milioni, nel 2008. Soldi che se ne vanno per mille rivoli e che finanziano le strutture che sono proliferate sotto il governo Berlusconi tra uffici di diretta collaborazione (23) e dipartimenti retti da sottosegretari e ministri senza portafoglio: i centri di spesa in bilancio sono ben 19. Degli oltre 4 miliardi, più del 70 per cento se ne va per le cosiddette "politiche attive" dei dipartimenti, a cominciare dalla Protezione civile che da sola nel 2008 ha divorato 2.132 milioni. Quello che resta viene inghiottito dal funzionamento dell'apparato, degno di una corte barocca. L'organizzazione di Palazzo Chigi è molto ramificata tra uffici di staff del presidente (consigliere diplomatico, militare, eccetera), quelli sottoposti al segretario generale che assicurano il funzionamento della macchina (bilancio, controllo, voli di Stato, gestione degli immobili) e i dipartimenti retti da sottosegretari e da ben dieci ministri. Senza contare la miriade di comitati e commissioni di cui in molti casi solo con grande sforzi si ravvisa la necessità. È per finanziare questo immenso apparato che le spese hanno toccato la cifra record del 2008, mentre nulla ancora si sa sul rendiconto 2009 che potrebbe segnare un nuovo primato.

Si va in scena Gli italiani conoscono benissimo quanto Berlusconi sia attento alla cura della propria immagine. Non a caso organizza le sue uscite cercando di sfruttarle al meglio a fini televisivi. Quello che i cittadini ignorano è quanto questo costi alle casse di Palazzo Chigi. Per cominciare, il Cavaliere ha reclutato all'interno di una propria struttura ("ufficio del presidente") due personaggi con il compito di curare i suoi "eventi": Mario Catalano, idolo dei cultori del porno soft per essere stato lo scenografo di "Colpo Grosso", il primo spettacolo tv davvero scollacciato degli anni '80, e Roberto Gasparotti, ex teleoperatore Fininvest, cerimoniere dalle maniere forti e dai precedenti poco rassicuranti (vedi box nella pagina accanto) che come responsabile dell'immagine del premier lo precede preparando il "set" e bonificandolo persino dalle presenze sgradite. Ebbene, Gasparotti ha avuto anche lui la superqualifica di dirigente generale. Mentre per esaudire le esigenze sceniche del premier sta contribuendo non poco a fare impennare le spese. Qualche perla tra le tante. Il 29 settembre, l'Aquila, consegna di qualche centinaio di appartamenti ai terremotati in contrada Bazzano. Per Berlusconi è previsto un rigido programma: arrivo alle 15.30, saluti e discorso, poi consegna delle chiavi a tre famiglie.

("L'espresso", 13 gennaio 2010)

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8 gennaio 2010

Albert Camus, Lo straniero! L'uomo in rivolta "IO mi rivolto, dunque NOI siamo".

Cinquant'anni fa moriva il grande scrittore franco-algerino in un incidente d'auto
 
Dopo il crollo del Muro
la sinistra riscopra
Albert Camus
 
 

Renzo Paris


Il 4 gennaio 1960, cinquant'anni fa, su una macchina che da Sens puntava verso Parigi c'erano due personaggi illustri: un editore, Gallimard che era alla guida e, accanto a lui, il premio Nobel Albert Camus, che teneva con sé l'ultimo suo parto, il romanzo Il primo uomo. La vettura correva a centosessanta chilometri orari, quando uno pneumatico scoppiò facendola finire contro un albero della carreggiata. Morì lo scrittore, all'età di quarantasette anni.
A ben vedere una morte moderna, come quella di Italo Svevo o di James Dean. Per l'anniversario, Sarkozy ha proposto di inumare le spoglie del grande scrittore nel Pantheon parigino, trovando poco disposta anche la figlia di Camus, Catherine, la splendida curatrice delle opere paterne. Attualmente i francesi sono angustiati dal dibattito sull'identità nazionale e chi sa se la faccenda delle spoglie di un algerino non lo accendino ancor più.
Camus non è stato scrittore di destra, ma questa se n'è inpossessata anche in Italia, come avvenne per Pasolini ad esempio e copiando l'esempio della sinistra che per prima negli anni Settanta del secolo scorso rivalutò proprio tutti gli scrittori di destra, da Céline a Pound a Brasillach. Naturalmente gli unici amici che Camus ebbe in vita in Italia furono Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte che lo invitarono a scrivere sulla loro rivista "Tempo presente" , che allora era per la sinistra in odore di Cia.
Del resto Silone dopo essere stato comunista e in maniera più importante e duratura di Camus se ne allontanò, stigmatizzando i due totalitarismi che occuparono in pianta stabile il secolo scorso, e obbligando gli intellettuali e gli scrittori a stare da una parte o dall'altra. Camus fu uno dei pochi, per la verità, che cercò di uscire dalla tenaglia, buscandosi le reprimende di Sartre che non vedeva allo stesso modo lo stalinismo dell'Unione sovietica come il nazismo tedesco. Si pose al di sopra delle parti per via della sua filosofia umanistica e per quell'uomo in rivolta solidale che lo angosciò fino in punto di morte. Ora la Francia lo festeggia con quattro volumi della collana della Pleiade e con fiumi di articoli su tutti i giornali e settimanali e riviste e numeri monografici e con una fiction che farà rivivere lo scrittore e il suo tempo. Anche da noi per la verità ci sono stati articoli sul cinquantenario ma c'è qualcosa che distoglie. Ed è l'impegno, a cui gli scrittori non sono più abituati, la questione delle idee di uno scrittore che doveva essere un uomo completo, le prese di posizione sugli argomenti più scottanti. Si sa che oggi gli argomenti più spinosi sono trattati dai tuttologi televisivi, da gente che ormai rassomiglia a quella di un circo degradato dove regna la mancanza totale di qualsivoglia coerenza di ragionamento. E speriamo che non venga in mente a qualcuno di loro di parlare di Camus! Oggi lo scrittore, anche quello più per così dire impegnato, è uno che scrive un reportage sulle periferie della sua città o di qualche metropoli, sottolineandone la solitudine. Mai che qualcuno finisse nel delta del Niger per raccontarci che cosa succede lì. Perciò scrittori come Camus ci fanno l'impressione di vecchi elefanti, vissuti in un'epoca adusa a leggere e a scrivere e non a guardare come oggi. Chi ha letto L'uomo in rivolta tra i giovani di oggi? L'ultima volta che è stato aperto era nel 1968 ma in America. In Italia dominava Sartre e la sua attrazione per i goscisti. Ma oggi che anche Sartre è stato seppellito e disseppellito tantissime volte, la cui statua tentenna e molto, che fine farà il povero Camus, vaso di coccio tra vasi di ferro di manzoniana memoria? Già in Francia si è scritto che era un filosofo per liceali, che il suo Mito di Sisifo era una volgarizzazione del concetto dell'assurdo, che anche i suoi romanzi, così decisamente a tesi, chi li legge più? E stiamo parlando de Lo straniero e de La peste. Il teatro poi, quello dell'assurdo, che noia! Ma perchè si prendevano così sul serio gli scrittori di una volta, se oggi i bestselleristi mirano soltanto a far soldi, a vendere di più? Camus è passato nelle forche caudine della Nouvelle critique del Nouveau roman , rifiutando il personaggio e la trama dello strutturalismo di Barthes che però indicò ne Lo straniero un fulgido esempio di "scrittura bianca". Oggi che lo strutturalismo è un lontano ricordo, così come è un ricordo la riflessione del romanziere sul proprio fare, quando il personaggio è tornato con l'autore a dettar legge, come rileggere Albert Camus? Intanto torniamo alla sua vita e alle sue opere. Orfano di padre crebbe con la madre in un quartiere povero di Algeri. Tra i professori di liceo, Jean Grenier lo influenzò. A vent'anni Albert Camus si iscrisse al partito comunista ma se ne allontanò subito per la politica dell'Urss sul mondo arabo. E questo distacco gettò le basi per le sue opere. Fece l'attore e il regista di una compagnia teatrale che metteva in scena testi classici ad uso e consumo di operai e contadini. La tubercolosi gli impedì di finire i suoi studi universitari. Divenne giornalista di "Alger-Repubblicain" dove pubblicò un'inchiesta sulla Cabilia. I suoi primi saggi sono riflessioni filosofiche come Il rovescio e il diritto e Nozze. Nel 1942 scrisse il suo capolavoro Lo straniero e un testo teatrale che ebbe molto successo Caligola e poi Il mito di Sisifo che tradotti in America ebbero molti applausi. Partecipò alla resistenza dalla parte dei partigiani e nel 1946 cominciò a lavorare per la Gallimard, la casa editrice che gli stampò tutti i suoi libri. Nel 1947 prese il premio Nobel, anticipando Sartre che poi lo rifiutò. Del 47 è La peste a cui seguiranno i brani filosofici e narrativi, compreso il teatro. La sua volontà di non giustificare lo stalinismo gli procurò, come ho detto, l'antipatia di Sartre che non lo ebbe a simpatia anche per la sua posizione sulla guerra d'Algeria e sul colonialismo francese, che non era quella dell'autore di Parole. Per quelli della mia generazione Camus fu l'autore de Lo straniero e de L'uomo in rivolta, che acquistai nei miei primi viaggi in Francia negli ormai lontani anni Sessanta. Poi il romanzo a tesi, che aveva origini nobili presso Voltaire e Diderot, si offuscò per via della nuova generazione della neoavanguardia che prese piede anche in Italia e che ci obbligò semmai a leggere Lo straniero come il testo di un maghrebino di oggi che non conosce molte parole e che semplifica al massimo lo stile. L'ironia di Barthes in quella sua scelta credo che pochi l'abbiano colta. La scrittura bianca anticipata dalla storia di uno che spara quattro colpi su un algerino nell'indifferenza generale?
Ma non era la linguistica l'idea dello strutturalismo? Dopo le avanguardie a poco a poco è tornato in auge il personaggio nel romanzo e lo scrittore fa il buono e cattivo tempo sulle pagine dei giornali, ma tutto questo a ben vedere non ha molto da spartire con Camus e anche la scia del nuovo impegno italiano alla Saviano può comprendere l'autore de Il primo uomo, l'ultimo romanzo che racconta con strazio la sua vita con la madre nell'Algeria povera della sua infanzia. Insomma caduto il contesto uno scrittore che in quel contesto ha molto battagliato con i suoi volumi di Actuelles , può anche subire una sorta di cancellazione. Senonchè riaprendo Lo Straniero mi accorgo che le parole mi prendono ancora e che lo leggo ancora una volta d'un fiato. Meno La peste che non sono mai riuscito a finire, mentre i suoi saggi filosofici mi ricordano il sedicenne che li leggeva affascinato dall'idea della rivolta solidale. Se penso ai libri filosofici di Sartre rabbrividisco. Il vero Sartre è nel romanzo La nausea, nei racconti de Il muro e nel tardivo Parole. Anche Che cos'è la letteratura oggi è illegibile. Detto tutto anche di Balzac preferiamo i romanzi ai suoi saggi critici. I filosofi hanno il vizio di tradurre in romanzi le loro idee e quando però sono dei veri artisti come per Camus, è l'arte che domina. Ma com'è che oggi il lettore non vuole più essere istruito, imbeccato? Forse perchè troppe volte ha preso fregature? No, non da noi, che se si esclude Pirandello, le idee sono grame. In Francia la tradizione del romanzo a tesi è illustre e i lettori di quel paese amano la filosofia forse di più della letteratura, ecco perchè le mescolano. E poi in Francia la narrativa pensosa è anche insieme a quella d'amore, non come da noi che per trovare un romanzo d'amore come si deve si fa fatica, come del resto si suda a trovare un romanzo pensoso. Insomma, detto tutto, mi sembra che la vittoria di Camus in questo cinquantenario si debba riassumere almeno in questo: che nel Novecento non c'erano solamente staliniani e hitleriani, ma anche chi, scottato dall'uno o dall'altro totalitarismo, si è ritrovato solo, come un vaso di coccio tra quelli di ferro, come ho già detto. L'attuale temperatura politica in fondo è favorevole a Camus, almeno in Francia, mentre da noi Silone fa fatica a uscire vivo per quella sua opera di spionaggio a favore dei fascisti che storici di peso hanno dimostrato. I discorsi che si sentono da più parti sulla violenza sembrano camusiani e questo vorrebbe dire che si appresta a diventare un classico, se non fosse per la mancanza di certezze che abbiamo sulla fortuna del cartaceo. In fondo Camus non solo non ha previsto l'era di internet, ma nemmeno la crisi del libro, che per quelli della sua generazione che uscivano dalla Seconda guerra mondiale era necessario come il pane. Ci dimentichiamo, spesso, che questi scrittori che amiamo sarebbero sorpresi dinanzi a un computer e al bailamme di internet, e certo non sarebbero favorevoli alla globalizzazione delle merci di oggi insieme alla massificazione delle coscienze. Camus credeva ancora nell'individuo, che se per Sartre era in crisi da molto, per lui algerino, era una conquista. Visto che tutto sommato le idee di Camus possono essere condivise, almeno dopo il crollo del muro di Berlino, perchè non provare a rileggere i suoi romanzi e soprattutto Lo straniero?


"Liberazione", 08/01/2010


7 gennaio 2010

Iniziano le Grandi Comiche del 2010! Entrino, signori, entrino! Lo spettacolo è garantito!

Regione Lazio, Il Pd verso la Bonino
Udc: "Se è così stiamo con la Polverini"

Casini: "Così appoggiamo il Pdl"!?

Zingaretti: "Novità forte o Emma candidata"!?

La Binetti: "Vado via"!

La situazione regione per regione?!


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1 gennaio 2010

Franco Ferrarotti: "Non basta deplorare"!

C'è troppo individualismo
Una politica nuova
può venire solo dal basso
 
 

Tonino Bucci


E' stato l'anno della crisi. Degli operai sui tetti e delle banche salvate dai governi. Cosa vedremo nel 2010 quando esploderanno gli effetti sociali della crisi? Ci rifugeremo nei consumi (un po' ridotti, a dire il vero)? Prevarrà l'individualismo, la lotta di tutti contro tutti? Ce la prenderemo sempre di più con quelli che stanno "sotto" e con gli immigrati?
Leggiamo quel che ne pensa Franco Ferrarotti, il decano dei sociologi italiani, direttore della rivista "Critica sociologica".

C'è la crisi eppure non si vede un ritorno alla politica, anzi. Il disimpegno nella sfera pubblica si manifesta con una fuga nel privato, non crede?
Pubblico e statuale non si corrispondono. Una volta, dire pubblico significava dire lo Stato, oggi non più. C'è un arrabbattarsi alla base della società ma all'insegna di un individualismo esasperato. Come sociologo noto che a differenza di altri paesi in Italia, forse per la prima volta, c'è un vero disagio sociale. Soltanto che le vittime di questo disagio s'illudono di poterlo risolvere individualmente. C'è una frantumazione del legame sociale a favore dell'individuo. Tutto il contrario di quanto accadeva alla fine dell'800, quando nascevano la Cgil e i grandi partiti popolari. Anche il papato si preoccupava, allora, degli effetti sociali dell'economia, pensiamo alla Rerum Novarum . Oggi, invece, di fronte a un disagio economico, ma anche culturale, anche attinente ai rapporti interpersonali, non si vedono atti di solidarietà tra gil individui.

Però, nel corso del 2009, ci sono stati anche episodi di lotte, no?
Certo, ci sono drammatizzazioni. Chi sale sul cornicione del Colosseo, chi sulla gru. Per essere visibili. Ma dietro questo non vedo il sorgere di un movimento di solidarietà. Addirittura ho saputo di casi di giovani precari che venivano alle mani con altri precari. Siamo alla guerra tra poveri. Il capitalismo celebra il suo trionfo individualistico. La crisi è strutturale. Dopo l'aspetto finanziario ed economico, vedremo nel prossimo anno l'esplosione sociale della crisi, la disoccupazione. E per ironia della sorte, allora sì che il capitalismo avrà una forza di ricatto irresistibile nei confronti dei governi. Davvero i governi sono comitati d'affari della borghesia. Sembrava una frase a effetto un po' propagandistica e invece sul serio, i governanti sono dei servi.

Una politica al servizio dei capitalisti. E, in più, incapace di rappresentare davvero la società. Un quadro pessimo, no?
Siamo in una democrazia. Abbiamo una rappresentanza politica, formalmente impeccabile. Ci sono elezioni. Ma questa rappresentanza politica non è più rappresentativa. E' scaduta a rappresentazione. Non è un caso che la politica sia così distaccata dalla realtà. Il politico, anche di sinistra, che va in televisione, è uno che ce l'ha fatta. Con quello stipendio da parlamentare che ha, è come se una saracinesca calasse tra lui e il resto della popolazione. Abbiamo rappresentanti che non si sentono in sintonia con i rappresentati. Questo spiega il politichese, il parlarsi addosso. I nostri politici, quando passano la mattina nelle loro auto blu, fanno pensare a truppe d'occupazione vagamente distratte in un paese straniero che ignorano.

Questa crisi non rischia di alimentare un'antipolitica che fa già parte della storia d'Italia?
Sono d'accordo. Però in Italia si fa più politica fuori della politica ufficiale che non dentro, solo che non viene ancora individuata. Bisognerebbe fare studi più analitici, nei territori, che nessuno sa fare perché la cultura italiana è refrattaria alle ricerche sociali sul campo. Siamo in presenza di una apatia verso la politica ufficiale, ma anche di una forte domanda politica insoddisfatta e frustrata.

E il rapporto tra giovani e politica?
Stiamo assistendo al genocidio di un'intera generazione di giovani. Anche il sindacato è preso nella morsa della sua logica, protegge i già garantiti. Capisco che il sindacato deve difendere quelli che gli danno da vivere con la trattenuta sindacale. E' inevitabile. Però stiamo tornando indietro di un secolo, di nuovo c'è la paura della disoccupazione di massa. Ma mentre in passato c'era un movimento di solidarietà, oggi la paura si traduce in un darwinismo sociale feroce. E' la legge della sopravvivenza. Ciascuno cerca di fare le scarpe all'altro. La competizione capitalistica in qualche modo ha investito tutta la società, è penetrata nei costumi e nei comportamenti individuali al punto da mettere un povero contro l'altro. Oggi l'individuo disoccupato o precarizzato che vive di tre mesi in tre mesi, è formalmente libero sul mercato, ma non ha possibilità di progettare la propria vita e il futuro. Il singolo non ha la forza di rovesciare questa situazione. Non gli rimane che ripresentarsi ogni mattina al call center o in ufficio a fare il promotore finanziario. Questo è il grande capolavoro del capitalismo. Questo fenomeno non è stato studiato in maniera analitica e scientifica, come andrebbe fatto, ma semplicemente deplorato. Non basta deplorare. Qui bisogna andare al cuore del meccanismo.

Eppure c'è da chiedersi: non ci sarà da qualche parte una compensazione, una valvola di sfogo che tiene in piedi il sistema? Non sarà che il consumismo ripaga delle frustrazioni lavorative con la gratificazione dell'ultimo modello di telefonino?
Certo. Ricordo che già una quarantina d'anni fa, in occasione di una mia ricerca fotografica sul ghetto di Harlem a New York, trovai una Cadillac fiammante parcheggiata davanti a una stamberga. Oggi il nostro precario ha il suo telefonino che fa le foto e gira video. Questo consumismo, in apparenza fasullo, ha una funzione compensativa di pseudo-partecipazione sociale.
Le Tesi su Fuerbach di Marx si realizzano. Merce-denaro-merce non basta più, c'è il feticismo della merce, la mercificazione di tutti i rapporti sociali. C'è anche una sorta di partecipazione illusoria. La comunicazione diventa, per quanto priva di senso, il mezzo fondamentale per la visibilità. Nessuno si sente escluso. I media operano come una grande fonte di ipnosi collettiva. Guardiamo i politici in tv. Vale più la "pappagorgia" che l'ideologia. E' il trionfo della chirurgia plastica. Nella politica di oggi non vale più la logica cartesiana, chiara e distinta. C'è il colpo di fulmine sintetico, c'è l'immagine che ti impedisce di pensare. Siamo di fronte a un incantamento collettivo. Il disagio sociale viene mascherato e, insieme, rivissuto nei termini di una partecipazione illusoria.

Così però rischiamo di incartarci nel pessimismo. O no?
Non sono pessimista né catastrofista. L'umanità non è fatta per piangersi addosso. Il disagio sociale c'è e non riesce ad avere rappresentanza adeguata. Deve darsela. Sono convinto che qui e là, a macchia d'olio, ci siano prese di coscienza. Purtroppo la cultura politica italiana ha sempre privilegiato il bel saggio rispetto alla slabbrata ricerca del campo. L'unica fonte di dati è il Censis di Giuseppe De Rita. Però restiamo sempre al livello delle metafore. Questo dovrebbe fare la sinistra estrema, extraparlamentare ed extraufficiale: catalogare i gruppi, le associazioni, i centri sociali che stanno prendendo coscienza alle radici del tessuto sociale. C'è una capacità di inventare nuove forme di lotta politica e di resistenza che viene tagliata fuori, che non ha visibilità, che non accede allo spazio pubblico della comunicazione. Occorre renderla presente.

Ci sono gli emarginati urbani? Non se ne esce per miracolo. Occorre che chi vive il disagio ne diventi consapevole e lo esprima in forme nuove perché quelle tradizionali lo hanno tagliato fuori. La rivoluzione americana è cominciata con i comitati di corrispondenza sulla costa orientale degli Stati Uniti. Mi sembra che la sinistra italiana troppo spesso dimentichi che i vertici sociali non hanno mai interesse al cambiamento. Il cambiamento non può venire che dal basso che però va conosciuto, indagato, messo in relazione e poi tradotto in forme di rappresentanza nuove, anche fuori dalla rappresentanza parlamentare. Sui giornali non c'è traccia di ricerche sul campo. Sul "Wall Street" capita di leggere in prima pagina un'inchiesta, un resoconto della visita a un'industria. Qui da noi c'è subito il commento, e il fatto è assorbito a sostegno del commento. L'analisi sociologica resta separata.
Mi piacerebbe che giornali come "Liberazione" pubblicassero periodicamente ricerche documentate su temi sociali e sui comportamenti individuali. Non dimentichiamoci mai che Marx aveva alle spalle Engels che era un dirigente industriale e conosceva la vita operaia.


"Liberazione", 31/12/2009


31 dicembre 2009

Riceviamo da Luana De Rossi. LEGGIAMO E, POI ... FIRMIAMO!

 

FIRMA PER IL POSTO FISSO
 
QUANTO COSTA un operaio a posto fisso?
Tra versamenti e tutto e con una busta paga di 1200 euro al mese con la quale L’OPERAIO ci paga regolarmente le tasse -alla faccia degli evasori- COSTA MENO, MOLTO MENO di un operaio a tempo determinato.

PERCHÉ COSTA MENO?
Ma perché
- l'operaio a tempo determinato lavora con le ditte dalle quali prende una busta paga di 600, massimo 800 euro al mese;
- la ditta che vince l'appalto con RACCOMANDAZIONE deve versare un tot a chi gli ha fatto vincere l'appalto, cioè al politico di turno;
- un tot lo guadagna la Ditta.
E all'operaio?
Ma è chiaro! Per rientrare e stra - guadagnare sull’operazione, la Ditta paga l’operaio sempre meno, rendendolo senza futuro e legato soltanto alla sopravvivenza.
 
FATTI I DOVUTI CONTI IN TASCA,
coloro che hanno “sale in zucca” sanno bene che conviene il posto fisso, così come conviene la Sanità pubblica, tanto che anche OBAMA e l'America hanno capito! Sì, la Sanità privata non rende come avevano pensato e costa il triplo!
CERTAMENTE, LA BATTAGLIA IN AMERICA È GROSSA!
Ci saranno tutte le HOLDING che non vogliono mollare il PROFITTO che hanno fino ad ora realizzato! Insomma, un mucchietto di ricchi a discapito di milioni e milioni di cittadini.
 
CON IL POSTO FISSO,
- si fanno fuori le Ditte e, in parte, il clientelismo politico;
- si riavvia un’economia bloccata.
 
CON IL POSTO NON-FISSO,
l’OPERAIO non può permettersi di comprare nulla e, non avendo garanzie -cioè: non avendo un contratto a lunga scadenza-, non ha nessun accesso ai prestiti bancari e quindi
- niente casa!
- niente mangiare!
- niente auto!
- niente vacanze!
 
Ne deriva cosa?
Ma è chiaro anche questo, no?
- crisi economica!
- crollo del mercato!

Con la ditta appaltatrice campano bene solo due persone.
Sapete bene chi sono costoro, no?
- il padrun della Ditta;
- il politico che favorisce la Ditta, facendole … assegnare l’appalto! 
 
Il posto fisso costa meno e, grazie ad esso, ci vive
- l'operaio
- l'economia sociale
- cioè: noi!
NOI?
Chi?
Tu, io, lei, lui, NOI! In definitiva LO STATO!
 
Sì, in qualche modo, visto lo stato delle cose talmente precario, bisogna ricominciare a lottare per sperare che il sistema di vita cambi anche grazie a noi, cittadini del mondo!


Per firmare, scrivi a giornale@namir.it :
- nome
- cognome
- città
- anno di nascita
- un recapito telefonico

La battaglia la porteremo avanti con i Comunisti di Sinistra Popolare, con i quali intendiamo
realizzare una proposta legislativa in merito.
AUGURI A TUTTI,


Giornale namir


30 dicembre 2009

Riparare le buche per le strade? Ma scherziamo!

Vuoi sapere perché non riparano mai le buche per le strade?

Bene! Clicca su:

http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/gente/fotografo-pozzanghere/1.html


29 dicembre 2009

La Riforma del caos totale!!!

Tagli d’istruzione. La Gelmini non si ferma

di Fabio Luppinotutti gli articoli dell'autore

Al ministero dell’Istruzione vanno avanti come treni. L’obiettivo è far iniziare la riforma della scuola superiore dal prossimo anno scolastico, costi quel che costi. Gli ispettori della Gelmini questo hanno comunicato nei vari incontri avuti prima delle vacanze con le rappresentanze dei presidi e dei docenti. La riforma non è ancora nemmeno nero su bianco. In gennaio si dovrà fare tutto: per la prima volta, sempre che non ci sia una improbabile resipiscenza generale, si cambia radicalmente la scuola senza un pubblico e aperto confronto, degno di un fatto culturale che dovrebbe stare a cuore a tutti, destra e sinistra. Tant’è. Lo abbiamo già scritto su queste pagine. Sarà la fine di tutte le sperimentazioni nei Licei, nei tecnici, nei professionali. Sarà il depennamento di molte materie, la riduzione contabile dello studio della filosofia, della matematica, del latino, ma anche la sparizione dello studio di due lingue nei licei (contravvenendo ad una precisa direttiva europea): la furbizia starà nel non ostacolare la praticabilità di tutto ciò che si fa ora, ma di relegarlo ai piani dell’offerta formativa (che però saranno ridotti a poca cosa visti i drastici tagli imposti dal governo all’autonomia degli istituti scolastici). Ma tassativamente si dovranno serrare i ranghi orari: 27 ore nel primo biennio dei licei, 30 o 31 a seconda che si tratti di classico o scientifico, 32 ore nei tecnici. Si perdono in media 4 ore di istruzione a settimana, ovunque. Un dato freddo di cui si parla da mesi che sin qui non ha smosso gli animi nemmeno dei partiti di opposizione, tanto è stata screditata la scuola un po’ da tutti negli ultimi anni. Ma vediamo, oltre al dato quantitativo che è gia una scelta politica, cosa operativamente potrebbe accadere all’inizio del prossimo anno scolastico.

IPOTESI A)
Dando ascolto solo in parte alle obiezioni accumulate sin qui (nell’ordine i sindacati, il Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, il Pd, il Consiglio di Stato, gli studenti e i professori) il ministro farà partire la riforma delle superiori, ma limitatamente al primo anno. Sarebbe la soluzione più logica, ma cozzerebbe con le radicali richieste contabili del ministro Tremonti. I professori a venire tagliati con una soluzione del genere sarebbero molti meno di quelli previsti dalla Finanziaria del 2008, la madre di tutte le sforbiciate. Tremonti non accetterà mai questa ipotesi. Consentirebbe però a chi ha iniziato nel 2009 un ciclo di studi, avendolo scelto perché quella era l’offerta (stiamo parlando di un momento centrale nella formazione di un ragazzo) di terminarlo serenamente. L’applicazione della riforma avverrebbe per gradi. Troppo buonsenso.

IPOTESI B)
La riforma parte nel 2010 per il primoanno e contestualmente vengono ridotte le ore anche nei quattro anni successivi. Sarebbe il caos totale, oltre che la miccia per una avvilente guerra tra poveri. Quali materie subiranno la decurtazione? Secondo quali criteri? Tenendo conto che le scuoledevono comunicare il proprio organico la prossima primavera il nodo deve essere sciolto con chiarezza ben presto, quasi contestualmente al momento in cui si saprà quale riforma partirà. In caso contrario ci sarà la guerra tra i prof perdenti posto, guerra vera.

IPOTESI C)
In unailluminazione di logica e di democrazia il ministero e il governo decidono che una riforma seria deve partire con la serenità degli utenti, studenti, famiglie e professori, e che, quindi, sia giusto un anno di metabolismo mediatico e culturale, rinviandone l’attuazione all’anno scolastico 2011/2012. Non accadrà.

"l'Unità", 29-12-09


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28 dicembre 2009

Verso una rifondazione della politica intesa come "praxis"

"Venti tesi", nuovo saggio del filosofo argentino Enrique Dussel
 
Se il potere risponde solo a se stesso
Democrazia dove sei?
 

Aldo Meccariello


Di Enrique Dussel, filosofo argentino che vive da molti anni in Messico, padre della filosofia della liberazione e raffinato commentatore dell'opera di Marx, è uscito di recente in Italia un libro - Venti tesi di politica , (traduzione e introduzione di Antonino Infranca, Asterios Trieste 2009, pp. 187, euro 19) - che raccoglie scritti appartenenti alla cosiddetta "seconda produzione teorica" dell'Autore iniziata con Etica de la Liberación e proseguita con la ciclopica Politica della Liberación . Solo da pochi anni il mercato editoriale italiano ha cominciato a scoprire questo prolifico e robusto pensatore latino americano, al punto che oggi circolano nel nostro paese almeno sette volumi ( Etica comunitaria , Storia della chiesa in America latina , Filosofia della liberazione , La chiesa in America latina , L'occultamento dell'altro , Un Marx sconosciuto , Filosofia della liberazione ed etica della comunicazione ) che un po' costituiscono la summa della sua proposta teorica e politica di liberazione. Le Venti tesi di Politica sono un parziale estratto della Politica della Liberación e contengono provocatoriamente una teoria e una prassi di liberazione per le generazioni del XXI secolo. Nella forma trascinante ed esplosiva delle tesi che evocano un'illustre tradizione del pensiero critico da Feuerbach a Marx, da Lenin a Benjamin, il filosofo argentino tenta di delineare una rifondazione della politica intesa come praxis, come attività nella quale i rapporti fra gli uomini siano fondati sulla giustizia effettiva e l'uguaglianza reale che però deve passare attraverso una ridefinizione anche dei suoi termini, dei suoi campi, e delle sue sfere. A tal fine egli indica nei movimenti di liberazione che oggi stanno scotendo l'America latina (il movimento del lavoratori Sem Terra, i Forum sociali, Chavez e Lorales, i governi di centro-sinistra in Cile, Argentina e Brasile) un laboratorio sperimentale e creativo, uno spazio politico di grandi potenzialità anche per il Primo mondo e soprattutto per la sinistra europea.
Il nucleo originale delle tesi è costituito da quello che Dussel chiama il potere obbedienziale (tesi 4), che è una novità assoluta e destrutturate nel lessico politico tradizionale poiché la concezione del potere è declinata come ob-bedienza nel senso che «ascoltare colui che si ha davanti», cioè obbedienza è il compito prioritario che deve esercitare colui che rappresenta il popolo, colui che compie la funzione di un'istituzione politica. Per Dussel, essere chiamati dalla comunità, dal popolo è la vera vocazione di colui che si sente convocato ad assumere la responsabilità del potere.
Chi comanda è eletto per esercitare in forma delegata il potere della comunità. O in altri termini, l'uomo politico comanda solo alla condizione che stia obbedendo.
Il rischio è che questo potere per delega si autonomizzi e che il rappresentante dimentichi il rappresentato, dimentichi cioè che il potere è obbedienza e abdichi a quella funzione etica di servizio dell'uomo politico verso quelli che sono la fonte del suo potere. Nel discutere questa concezione dusseliana del potere si è tentati di fare qualche riferimento all'Italia dì oggi sempre più gravemente infetta dalla pulsione totalitaria di un uomo che ha fatto della corruzione e del comando i perni essenziali della sua azione politica. Dussel descrive con straordinaria efficacia il fenomeno della feticizzazione del potere (tesi 6) che consiste in una "Volontà-di-potere" come dominio e controllo illimitato sul popolo, sugli altri, sui deboli, che «comincia con l'avvilimento soggettivo del singolo rappresentante, che ha il gusto, il piacere, il desiderio, la pulsione sadica dell'esercizio onnipotente del potere feticizzato sui cittadini disciplinati e obbedienti» (p.67). Esito di questo processo sono la corruzione e l'infiltrazione di poteri criminali nell'azione politica.
L'analisi dusseliana che fa sempre leva sulla situazione di sudditanza dei popoli del terzo mondo dal primo mondo ha l'indubbio merito di focalizzare limiti e fragilità delle democrazie liberali e rappresentative a partire dall'inadeguatezza della nozione stessa di democrazia che, per lo meno, va rigenerata o risignificata come lasciano intendere anche i recenti e stimolanti contributi di Jean Luc Nancy, La verità della democrazia e di Jacques Rancière, L'odio per la democrazia , entrambi editi da Cronopio.
A fronte della continua sussunzione degli strumenti di governo da parte di agenzie globali, formali e informali, la crisi della democrazia rappresentativa è un fatto irreversibile. Il popolo - scrive Dussel - invece di essere servito dal rappresentante, diventa il suo servitore. Appaiono le elite o la classe politica come autoreferenti senza rispondere più alla comunità politica (p.79).
La democrazia per Dussel, così come oggi è, cioè meccanismo di procedure, istituzionalizzazione delle mediazioni, governabilità, non può più funzionare o almeno non appare più come un sistema credibile di garanzia e dotata di anticorpi per far migliorare la vita umana della comunità e del popolo. Risulta fondamentale la distinzione dusseliana in campo politico tra la potentia cioè il potere del popolo, il potere in sé (tesi 2) e la potestas che è il potere fuori di sé, il potere organizzato, istituzionalizzato (tesi 3) per meglio afferrare termini come campo politico o azione politica strategica. Quando la potentia si oggettiva o si aliena nel sistema delle istituzioni politiche, viene a mancare, a svuotarsi il potere dal basso, cioè il potere liberatore del popolo (tesi 12).
«Popolo» e «popolare» (tesi 11) nel linguaggio dusseliano non hanno nulla a che vedere con le concezioni estetizzanti e romantiche che hanno plasmato il lessico culturale e politico europeo degli ultimi secoli. L'Autore si preoccupa di sottolineare che il popolo è una categoria strettamente politica che ingloba l'unità di movimenti sociali, di classe, di pratiche antagonistiche in lotta; quindi, un attore politico collettivo capace di rappresentare una vera alternativa per il futuro. Ritorna in questi passaggi un tema molto caro a Dussel sin dai tempi della sua lettura del Capitale di Marx che è quello dell'etica come l'a priori per una critica dell'economia politica poiché la lotta per l'emancipazione è sempre una lotta per il riconoscimento della vita umana degli oppressi e degli sfruttati, della loro volontà-di-vivere. La nobile funzione della politica presuppone l'etica o per meglio dire un riaggiornamento degli imperativi categorici kantiani che Dussel rinomina come "postulati politici" capaci di orientare la prassi e sostenere l'azione politica in ogni sfera di sua competenza. Nel tracciare una tipologia dei postulati (ad esempio, il postulato politico nella sfera ecologica è garantire perpetuamente l'esistenza della vita sul nostro pianeta mentre quello nella sfera economica è preservare il tempo della vita umana attraverso la "riduzione della giornata lavorativa" e così via), Dussel assume la dignità della natura umana come criterio assoluto di ogni normatività. E se è vero che ogni prassi trasformativa deve partire da un'opzione etica prima ancora che politica (tesi 16), è altrettanto vero che è assai difficile estrarre dal pensiero di Dussel, che continua rimanere impigliato nelle maglie di un messianesimo popolato di molti Messia latino-americani, indicazioni strategiche ed operative per la sinistra europea (in specie quella italiana) oggi più che mai in affanno nella costruzione di un ordine futuro.
Ma questo è il tema di una nuova riflessione.


"Liberazione", 27/12/2009


27 dicembre 2009

?!

Il governo dell' "amore"

toglie ben 600 euro alle famiglie

Il governo dell'amore toglie600 euro alle famiglie

di Bianca Di Giovanni

 
Con il 2010 arrivano balzelli e rincari: 600 euro di spese in più per famiglia. La denuncia dei Consumatori che accusano l’ultima Finanziaria.

"l'Unità", 27-12-09


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24 dicembre 2009

Mentre imperversano ... venti di "inciuci" e strane - molto strane - voci di lotte e accordi pugliesi (Emiano-PD vs Vendola-PDL!?), e letterine a Gesù Bambino, cerchiamo di difendere la Costituzione!

Contro tutti gli «inciuci»
 Paolo Ferrero
 

B erlusconi si è caratterizzato in questi mesi per una politica antisociale che sta scaricando i costi della crisi sulle spalle dei giovani, dei pensionati, dei lavoratori. E ancor di più per un deciso attacco alla Costituzione e alla democrazia. A partire dalla pervicace volontà di scansare i processi a suo carico, egli ha teorizzato il suo diritto a governare al di fuori e al di sopra delle leggi e del quadro costituzionale, in nome del consenso elettorale avuto dal popolo. A partire da questa visione totalitaria del potere ha poi messo in discussione l'indipendenza della magistratura, del parlamento e del sistema informativo. Mi pare quindi evidente come Berlusconi rappresenti un pericolo per la democrazia del paese e come la sua tentazione di andare ad elezioni anticipate costituisca la strada attraverso cui - data la legge elettorale - potrebbe avvicinarsi al suo obiettivo: la libertà di impresa, senza la democrazia.
Su pressione dei poteri forti e dopo l'aggressione subita da Berlusconi a Milano, è ripreso a spirare un forte vento che spinge ad un accordo tra i due poli sulle "regole". Questo «inciucio» determinerebbe l'ulteriore depotenziamento dell'opposizione al governo sul piano delle misure sociali e la manomissione concordata delle regole di funzionamento delle istituzioni. In pratica, così come Cisl e Uil hanno concertato la propria capitolazione con il governo sul piano sociale, il Pd sarebbe invitato a capitolare di fronte al governo sul piano delle regole. Si tratta di una prospettiva drammatica sia sul piano sociale che sul piano della democrazia, perché la riscrittura delle regole a partire dalla bozza Violante, in un contesto di egemonia della destra, determinerebbe un vero stravolgimento del quadro costituzionale. Si tratterebbe di una situazione nefasta, perché mentre Berlusconi in uno scontro frontale può essere fermato, con l'«inciucio» il Berlusconi light e bipartisan è inarrestabile. Inoltre, anche se ad un certo punto il Pd si tirasse indietro, dopo aver sdoganato Berlusconi come interlocutore affidabile, quest'ultimo avrebbe tutte le carte in regola per proseguire da solo con più forza.
Possono i comunisti essere indifferenti di fronte alla manomissione della Costituzione? Io penso di no. Penso che dobbiamo prepararci a contrastare duramente tanto l'eventuale «inciucio» quanto il possibile colpo di mano di Berlusconi. Per poter scongiurare entrambi i rischi dobbiamo però indicare una strada di uscita alternativa. Per questo abbiamo proposto di costruire un largo fronte di difesa della Costituzione che possa contrapporsi efficacemente ai tentativi di Berlusconi di modificare la Costituzione e poi batterlo nelle elezioni.
(continua a pag. 4 di Liberazione del 24 Dicembre 2009)


"Liberazione", 24/12/2009


21 dicembre 2009

Ponte sullo Stretto?!

 

Ponte sullo stretto e grande spot
Avvio ai lavori ma è solo bluff

di Jolanda Bufalini
 
Il traffico delle merci sullo Stretto diminuisce dal 1991. Il Ponte rischia di essere una grande lavatrice per il denaro sporco.

"l'Unità", 21-12-2009


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19 dicembre 2009

Il Ponte, il "Faraone" e la Fata Morgana

 

 

                              

               
 
 
 
Il Ponte, il Faraone e la Fata Morgana
 
Si racconta che quando i Normanni nell'XI secolo arrivarono sulla punta estrema dello stivale si trovarono di fronte a una inattesa visione: la terra dei Siculi si era unita a quella dei Bruzi. Stupiti, spronarono i cavalli recalcitranti ad attraversare lo Stretto e così finirono nelle sue gelide acque, vittime di un effetto ottico di rifrazione della luce. Intuirono subito che lo scherzetto non poteva che essere stato organizzato dalla Fata Morgana , la quale doveva abitare necessariamente nel suo castello di vetro in mezzo allo Stretto. D'altra parte, di fronte sorge l' Etna, il gigante che sputa fuoco e nelle cui viscere viveva Re Artù.
Lo Stretto di Messina è un luogo peculiare in tutto il Mediterraneo, un concentrato di miti e di effetti speciali, di culture arcaiche, di paesaggi mozzafiato e di straordinari fenomeni fisici. Qui avviene lo scontro/incontro tra lo Jonio ed il Tirreno che genera le correnti più forti del mare nostrum, nelle quali importanti studi del Cnr individuano un enorme potenziale di produzione di energia pulita. Qui spiaggiano i pesci abissali, uno spettacolo unico della natura, oggetto di ricerca da parte di studiosi provenienti da tutto il mondo. Qui si ambienta e si rinnova una delle pagine più belle del viaggio di Ulisse che Omero ci ha regalato: Scilla è tutt'ora una grande roccia con aspetti mostruosi, oggi inabissata a circa cinquanta metri di fronte al castello dei Ruffo; Cariddi è un vortice tutt'ora pericoloso se ci si avvicina con una piccola imbarcazione.
Di fronte a queste meraviglie della natura chi poteva pensare di costruirci un ponte? E chi poteva solo pensare di progettare un ponte che per essere collegato alle ferrovie ed alle corsie autostradali esistenti deve mettere a soqquadro due territori di straordinaria bellezza e fragilità? Passare sopra la testa dei messinesi, bucare colline di sabbia friabile, coprire con una colata di cemento Ganzirri e i suoi laghetti salati, devastare le montagne di Scilla, gettare un'orgia di bretelle autostradali e ferroviarie per portare macchine e treni a novanta metri di altezza.
Solo un novello Faraone poteva accanirsi per realizzare un'opera così devastante, che distrugge l'economia locale , riduce l'occupazione e cancella uno dei paesaggi più belli al mondo. Naturalmente il Faraone ha al suo fianco un'ampia schiera di cortigiani, capi tribù, astrologi che non sbagliano mai. Per questo il costo complessivo dell'opera non è mai stato calcolato, la stime variano di anno in anno, in base alla configurazione degli astri e al mutare delle stagioni. Questa volta però non si tratta di costruire una piramide in un deserto, ma un'opera gigantesca in un'area ricca di natura e cultura. Soprattutto, il Faraone non sa, come non lo sapevano i celti-normanni, che questo è lo spazio della Fata Morgana, che è ancora viva e vegeta e non finisce di sorprenderci. E' lei che unisce Reggio e Messina, il nord ed il sud di questo paese, portando oggi decine di migliaia di persone di fronte alla magia dello Stretto, spostando le nuvole minacciose che incombono, inabissando nelle sue acque l'idea stessa del Ponte. Un'idea malefica, che è costata finora centinaia di milioni di euro per accrescere la platea dei servi e dei cortigiani allevati dalla Società Stretto di Messina. Un'idea malvagia, che ha provocato già lo smantellamento dei servizi di trasporto tra le due sponde, con un grave danno agli oltre seimila passeggeri che quotidianamente prendono la metro del mare, cioè l'aliscafo che unisce le due città.
Attento Faraone, sembra dire la Fata Morgana dal profondo blu dello Stretto, qui si sono inabissati i Normanni, qui in un attimo, nel 1908, si sono sbriciolate le case a cinque piani che sorgevano sul mare, qui il mito prometeico della nostra civiltà trova il suo limite invalicabile. Qui possiamo ritrovare la strada che porta alla salvaguardia degli ecosistemi e della vita sul nostro pianeta.

"ilmanifesto", 19-12-09

 

http://nuovosoldo.files.wordpress.com/2009/09/ponte-di-messina.jpg


19 dicembre 2009

Scandaloso! Offensivo! Volgare! Nell’Italia del «ciarpame culturale», può capitare anche questo!

Per il governo è cultura il cinepanettone

di Gabriella Gallozzi                                                                

Natale a Beverly Hills è un film di interesse culturale. Avete capito bene, non è una battuta alla Crozza: il cinepanettone di Neri Parenti che sta invadendo le nostre sale natalizie è stato riconosciuto - dalla Commissione cinema del ministero con delibera dello scorso 4 dicembre - film di «interesse culturale». Decisione da confermare, dopo la «visione della copia campione del film». Se la commissione preposta all’erogazione dei finanziamenti pubblici al nostro cinema, confermerà tale decisione, la «gastroenterica» commedia della Filmauro di De Laurentiis potrà accedere - sia ben chiaro - non a contributi in denaro, ma a tutta una serie di agevolazioni, create per sostenere il cinema di qualità. Per esempio sgravi fiscali (tax credit), il riconoscimento di film d’essai, la possibilità per il distributore di accedere ad un fondo - questo sì in denaro - in relazione agli incassi.

«Si tratta di un precedente di una gravità estrema», dice Citto Maselli dell’Anac, la storica Associazione degli autori. «In questo modo, infatti, si permette ad un film, di legittimo e straordinario valore commerciale, di accedere a quei circuiti che dovrebbero essere riservati, invece, ai film italiani ed europei di qualità che soffrono di una visibilità limitata».

PICCOLI ESERCENTI IN RIVOLTA Lo sanno bene quegli esercenti eroici, resistenti alle lusinghe del cinema commerciale, che si battono per tenere aperte le loro piccole sale di provincia, programmando, appunto, cinema di qualità. Come Arrigo Tumelleri, per esempio, proprietario del Cinema Verdi di Candelo, paesino di 8mila anime in provincia di Biella, «sgomento» alla notizia del riconoscimento di «film culturale» per Natale a Beverly Hills. «Posso capire - dice - che un tale “bollino” sia dato, magari, ad una commedia d’esordio di Ficarra e Picone. Ma un film di Neri Parenti che incassa milioni perché dovrebbe ottenere certe agevolazioni?».

CIARPAME CULTURALE Nell’Italia del «ciarpame culturale», insomma può capitare anche questo. Come pure che, il «bollino doc» del ministero, venga rifiutato - è accaduto nella stessa sessione del 4 dicembre - ad un film che di «culturale» avrebbe tutti i crismi: Morire di soap di Antonietta De Lillo, la regista del pluripremiato Il resto di niente che qui propone una riflessione sul contemporaneo, stravolto dal soffocante potere televisivo. Troppo «culturale», evidentemente per i nostri tempi. Meglio le Winx che, infatti, hanno ottenuto il riconoscimento del ministero.

Ma alla base di certe scelte, diciamo così, surreali, c’è soprattutto un meccanismo di legge, per accedere ai finanziamenti pubblici, che fa acqua. Stiamo parlando, infatti, del «reference system» che fu introdotto, ai tempi, dal ministro Urbani. Per ottenere l’accesso ai fondi pubblici, infatti, bisogna avere già in tasca degli ottimi «voti». Tipo: premi, cast famoso, buoni incassi. Se la «pagella» vale si è idonei per accedere al denaro pubblico, che può essere anche il riconoscimento di interesse culturale, appunto, con o senza denari. In questo modo, va da sè, che un certo cinema meno allineato sulla «medietà» italiana ha più difficoltà. Ricordiamo, anni fa quando, parlando appunto di «reference system», suscitammo le ire del ministro Urbani chiedendo: ma non si richiesca in questo modo che il denaro pubblico, invece di aiutare il cinema d’autore, vada a finanziare i cinepanettoni? Ebbene ci siamo arrivati. Il prossimo passo sarà Il Grande fratello sotto l’alto patrocinio del Capo dello Stato.

"l'Unità", 19 dicembre 2009


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19 dicembre 2009

Secondo il Consiglio nazionale della Pubblica istruzione ...

«Il prossimo anno scolastico potrebbe non iniziare regolarmente»

Continua a fare emergere dubbi e perplessità la riforma dei licei da parte del ministro Gelmini e gli interventi che saranno adottati per accorpare le classi di concorso a cattedre e posti di insegnamento.

Secondo il Consiglio nazionale della Pubblica istruzione, infatti, «un semplice esame del succedersi delle fasi organizzative e delle relative scansioni temporali (iscrizioni degli alunni, quattro distinti passaggi per la definizione degli organici, mobilità permanente e annuale, contratti a tempo determinato, ecc.) mostra come per il prossimo anno scolastico non sarà possibile garantire il regolare inizio». Il CNPI ha affermato di non poter esprimere un parere sul regolamento relativo alle nuove classi di concorso (non è stato ancora definito il quadro ordinamentale del secondo ciclo di istruzione) .

«Il CNPI», si legge nel testo della nota, «ritiene preliminarmente che non sia possibile procedere, sul piano della correttezza procedurale, a formulare l’obbligatorio parere, in assenza della norma di riferimento costituita dalla stesura definitiva dei regolamenti del secondo ciclo. A conferma di ciò basta osservare che si fa riferimento, sotto la voce “indirizzi di studi”, all’impianto del II ciclo che è ancora in fase di esame da parte delle Commissioni Parlamentari e di altri organismi istituzionali nonché, ovviamente, di definitiva approvazione da parte del Consiglio dei Ministri in seconda lettura. In questo quadro, il varo del regolamento in esame predefinirebbe di fatto l’assetto finale del 2° ciclo tramite lo strumento improprio delle classi di concorso».

Troppi, quindi, gli elementi che necessitano di essere chiariti: «Chi insegnerà nelle classi di graduale riduzione del vecchio ordinamento; norme specifiche per le classi che, nella gradualità, rimarrebbero con i soli vecchi insegnamenti “ad esaurimento", solo dopo aver verificato l’impossibilità di farli confluire in altra/e classe/i di concorso. In ogni caso si deve operare a salvaguardia del personale di ruolo, con mobilità verso classi per cui si possiede il titolo, anche eventualmente con processi di riconversione, e con altre forme di utilizzo definitivo, ad esempio per mobilità tra aree dello stesso comparto o, a richiesta, intercompartimentale, nei confronti del personale di ruolo che non ha titolo per altra classe di concorso. Analoghe tutele specifiche vanno previste anche per il personale delle graduatorie ad esaurimento».

Inoltre, «non si condivide l’affidamento della definizione delle classi di concorso per le quali sarà necessaria la “riconversione”, per di più senza alcun criterio generale di riferimento, ad un “apposito decreto del MIUR di concerto col MEF”. Così facendo si preclude una seria valutazione delle possibilità di confluenza nelle situazioni che hanno evidenti differenziazioni». In conclusione, «un semplice esame del succedersi delle fasi organizzative e delle relative scansioni temporali (iscrizioni degli alunni, quattro distinti passaggi per la definizione degli organici, mobilità permanente e annuale, contratti a tempo determinato, ecc.) mostra come per il prossimo anno scolastico non sarà possibile garantire il regolare inizio. Alla luce di queste considerazioni, il CNPI afferma la necessità di definire le nuove classi di concorso, anche in considerazione degli ulteriori passaggi istituzionali, ma di differirne l’applicazione alla predisposizione dell’organico di diritto 2011/2012».

"l'Unità", 18 dicembre 2009


18 dicembre 2009

Buon Natale

 

ILMIOALBERO
 
Quest’anno
cari amici il mio albero
sarà originale, avrà una forma
particolare, vorrei che fosse speciale
un albero verde come il colore della speranza
vermiglio come il battito del cuore intriso di vero amore
bianco come la purezza della colomba che vola sempre in alto
azzurro come la volta stellare sospesa sulle nostre teste e sui nostri destini
viola come la collina al tramonto e poi vorrei che avesse come ornamenti le
nostre mani tese
e sempre aperte
verso gli altri e…
poi dolci abbracci
a tenerlo unito e alto
tutto il nostro tempo
e alla base pacchettini
splendidi, incartati nei
nostri più teneri sogni,
sogni non ancora reali
ma che lo diverranno
se noi sapremo bagnarlo
con acqua giusta, acqua
di puro sentimento, acqua
d’amore, pace, verità, luce
acqua che noi conosciamo
con un solo nome: limpida
adorata, mai obliata Poesia.
A tutti voi carissimi giunga
il mio caloroso e affettuoso
BUONNATALECOLCUORE
COLMODIVERAAMICIZIA.
 
Natale 2009
(Composizione
della
Poetessa fiorentina
Roberta Bagnoli)
 


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14 dicembre 2009

Sottoscrivo il PRIMO PUNTO de "il fatto quotidiano", ma non posso fare a meno di sottoscrivere anche gli altri quattro punti elencati dallo stesso quotidiano! Impossibile sottoscrivere il titolo de "Il Giornale": "ATTENTATO COSTITUZIONALE"!

Viviamo momenti difficili ed è quindi necessario fissare alcuni punti fermi a cui noi del Fatto Quotidiano intendiamo attenerci.

Primo.
Silvio Berlusconi è stato oggetto di un'aggressione violenta che sgomenta e che deve suscitare in tutti la più ferma condanna. Il suo volto insanguinato e sofferente è una pagina nera per il nostro Paese.

Secondo.
L'autore dell'aggressione è uno psicolabile da dieci anni in cura per problemi mentali, e tanto basta per individuare la matrice del gesto.

Terzo.
Ieri a Milano il tanto celebrato sistema di sicurezza del premier ha fallito su tutta la linea. Si doveva e si poteva impedire che l'esagitato si avvicinasse a Berlusconi anche perché il suo atteggiamento era apparso subito sospetto.

Quarto.
La domanda sul clima infame che ha provocato l'aggressione è fuori luogo vista la personalità dell'aggressore. Ma se si vuole porre il problema di chi questo clima ha creato sottoscriviamo il giudizio di Rosy Bindi: il responsabile di questo clima è chi da mesi attacca tutte le istituzioni di questo paese, dal Quirinale, alla Corte costituzionale, alla magistratura.

Quinto.
Subito le teste di cuoio berlusconiane, politiche e giornalistiche si sono mobilitate per scatenare la caccia all'opposizione, politica e giornalistica. Sappiano costoro che per quanto ci riguarda non arretreremo di un millimetro nella contrapposizione civile e rigorosa al peggior governo della storia repubblicana.

(Antonio Padellaro)

"il fatto quotidiano", 14-12-2009


13 dicembre 2009

art. 54 della Costituzione Italiana

"Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le Leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore".

(Costituzione della Repubblica italiana, articolo 54)

da "l'Unità", 13-12-2009


10 dicembre 2009

Lui dice di "avere le palle"! I Cittadini Italiani, però, hanno pure la MIGLIORE CARTA COSTITUZIONALE DEL MONDO!

Berlusconi contro giudici e Consulta:   "Cambieremo  la Carta Costituzionale"L'ira di Napolitano: "Attacco violento" 

Berlusconi contro giudici e Consulta: 
"Cambieremo  la Carta Costituzionale"
L'ira di Napolitano: "Attacco violento" 

Di nuovo contro giudici, Consulta, opposizione. E contro Napolitano e Fini. Da Bonn, al congresso del Ppe e davanti a molti premier europei, il premier attacca tutte le istituzioni possibili: «La sovranità è passata dal parlamento ai giudici», dice.  «Dopo la bocciatura del Lodo Alfano è ricominciata la caccia all'uomo». Annuncia che cambierà la Costituzione: "Io ho le palle", sostiene. Fini: "Non condivido, chiarisca". La replica: "Basta, stanco di ipocrisie".   Napolitano: "Profondo rammarico per l'attacco violento sulla Consulta". Bersani: «Affermazioni che drammatizzano il caso Italia». Di Pietro: «Fascismo».  Bossi : «E' l'unico con le palle».
 

"l'Unità", 10-12-09


9 dicembre 2009

Ma non è possibile!!!

Tfr dirottato in Finanziaria
Rivolta di Cgil e opposizione

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/economia/finanziaria-2009-1/tfr-tesoro/tfr-tesoro.html

Il sindacato, Pd e Idv fanno muro contro il governo che vuole utilizzare i 3,1 miliardi versati dai lavoratori per coprire un terzo della manovra. "Giù le mani dalle liquidazioni"

"la Repubblica", 09-12-09


8 dicembre 2009

La Repubblica Italiana non è più, nei fatti, una Repubblica parlamentare!!!

Tagli, bavagli e regali alle mafie. Tremonti blinda la manovra

di Bianca Di Giovannitutti gli articoli dell'autore

 

 

 

 

 

 

 

 

La Finanziaria arriva in Aula con un record negativo già incassato: è il primo caso di blindatura di fatto già in Commissione. Quella delle ultime 48 ore a Montecitorio è la cronaca di una capitolazione del Parlamento, con il Presidente della Camera ridotto al silenzio dal pugno duro di Giulio Tremonti, che vince su tutta la linea. E in serata commenta «fatto un buon lavoro».

Chiusura su tutto: governo e maggioranza non accolgono nessuna proposta. Un grave atto politico, attacca l’opposizione che promette una dura battaglia in Aula, dove però si profila la fiducia. Pier Luigi Bersani non usa mezzi termini. «Ci chiudono la bocca - dichiara - Non possiamo parlare di nulla, né di redditi, né di occupazione, né degli investimenti».

A nulla è servita una nottata di tentativi, su detrazioni per famiglie e bonus per bambini, o sostegno per i lavoratori. Nulla. Neanche la disponibilità mostrata dalle opposizioni di ridurre le proprie proposte per un esame più veloce apre il varco. Anzi. In mattinata Pdl e Lega ritirano le loro proposte (400) e si preparano a votare il testo già pre-confezionato dal relatore Massimo Corsaro insieme al governo: un pasticcio di misure spot che non rispondono alla crisi, mettono a rischio comparti importanti dello Stato, come la lotta alla mafia e concedono anche una mancia di micromisure ai parlamentari. «Ceti deboli abbandonati - sintetizza Michele Ventura del Pd - messa a tacere anche la maggioranza».

A quel punto i capigruppo Pd, Idv e Udc si presentato da Gianfranco Fini per denunciare l’ennesima anomalia. «È la prima volta che nessun deputato riesce a inserire modifiche in Finanziaria - commenta il capogruppo Pd Pier Paolo Baretta - Fini ha preso atto, non poteva far altro», Le opposizioni abbandonano i lavori e convocano la stampa. Nello stesso momento il centrodestra vara compatto e silenzioso il testo senza modifiche. Ma in Aula il dibattito sarà «caldo» annuncia l’opposizione.

Segue un duello a distanza con accuse reciproche. «Nessuna anomalia, la maggioranza era d’accordo con il governo, l’opposizione ha sollevato solo questioni procedurali», attacca il viceministro Giuseppe Vegas sostenuto dal relatore. «vegas non faccia il provocatore», replica a stretto giro Baretta. Intanto la lega, che all’inizio aveva tentato di smarcarsi, prova a mettere il cappello su qualche misura. Come le risorse per il rimborso Ici garantite ai Comuni. «Un tentativo patetico - commenta Antonio Misiani del Pd - Le risorse sull’ici sono un atto dovuto e non certo una concessione della Lega. Ma cosa si dirà ai cittadini del nord sui tagli alla sicurezza (210 milioni) e sull’inutilità delle ronde?»

Il solco con le opposizioni è incolmabile, sul piano delle regole e su quello del merito. A partire dalle risorse. I quasi 8 miliardi utilizzati provengono dallo scudo fiscale e dal Tfr dei lavoratori. «È un pasticcio fatto di una tantum - attacca Giuseppe Galletti, Udc - e il 70% delle misure serve per ripristinare fondi tolti dalla manovra del 2008, come i libri di testo e la scuola. Non c’è nessun nuovo intervento». «Una Finanziaria senza prospettiva - aggiunge Antonio Borghesi, Idv - che dà poco alla scuola, alla disoccupazione e ai precari, ma riserva 210 milioni alla legge mancia del Parlamento». Spetta a Baretta elencare le disposizioni-vergogna. sulla mafia con un regalo alle cosche con la messa in vendita degli immobili, sull’Abruzzo con l’obbligo di restituire le tasse, sull’editoria con la cancellazione del diritto soggettivo delle testate a ottenere i fondi, sul lavoro. Non è prorogato il bonus famiglia (arriverà con il milleproroghe?), non si parla neanche di poveri.

Il capitolo occupazione è tra i più preoccupanti in tempo di crisi. «Su un miliardo e 100 milioni stanziati, ben 860 milioni sono destinati alla detassazione di secondo livello - attacca l’ex ministro Cesare Damiano - Per gli ammortizzatori restano solo 265 milioni». Come dire: più soldi a chi guadagna e nulla a chi resta senza reddito. L’aumento dal 20 al 30% del sussidio di disoccupazione destinato ai co.co.pro, poi, è una finzione. Per accedere al contributo (massimo 4.000 euro annui) sono necessari tanti requisiti, che già quest’anno, a fronte di circa 200mila precari rimasti a casa, hanno potuto usufruire del bonus non più di 2.000. «È il solito gioco di Tremonti - continua Damiano - che prima stanzia, e poi inserisce ostacoli per utilizzare i fondi». Mobilitata anche la Cgil. «Nulla per il lavoro, nulla per i pensionati», attacca Agostino Megale.

"l'Unità", 08 dicembre 2009




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